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LETTERA ENCICLICA
HUMANI GENERIS REDEMPTIONEM

DEL SOMMO PONTEFICE

BENEDETTO XV
SULLA PREDICAZIONE
DELLA PAROLA DI DIO

 

Ai Patriarchi, Primati, Arcivescovi,
Vescovi e agli altri Ordinari locali
che hanno pace e comunione con la Sede Apostolica.

Venerabili Fratelli,
salute e Apostolica Benedizione.

Gesù Cristo, morendo sull’altare della Croce, compì la redenzione del genere umano, e volendo indurre gli uomini, mercé l’osservanza dei suoi comandamenti, a guadagnarsi la vita eterna, non ricorse ad altro mezzo che alla voce dei suoi predicatori, affidando loro il compito di annunziare al mondo le cose necessarie a credere o ad operare per la salute. « Piacque a Dio di salvare i credenti per mezzo della stoltezza della predicazione »(1). Scelse quindi gli Apostoli, ed avendo loro infusi con lo Spirito Santo i doni appropriati a sì alto ufficio: « Andate — disse — per tutto il mondo e predicate il Vangelo »(2). Ed è questa predicazione appunto che rinnovò la faccia della terra. Poiché se la Fede cristiana convertì le menti degli uomini da molteplici errori alla conoscenza della verità, e le anime loro dall’indegnità dei vizi alla eccellenza di ogni virtù, non per altra via le convertì se non per la via della predicazione: « la Fede dall’udito, l’udito poi per la parola di Cristo »(3). Infatti, poiché per divina disposizione le cose si conservano per quelle medesime cause che le hanno generate, così è manifesto essere legge divina che l’opera dell’eterna salute si continui mediante la predicazione della cristiana sapienza; a buon diritto venir questa annoverata tra le cose di suprema importanza, e meritare perciò tutte le nostre cure e sollecitudini, massime se ci fosse ragion di credere che, essa fosse in qualche modo venuta meno alla sua originale autenticità, perdendo perciò in efficacia.

Ed è questo, appunto, che si aggiunge ai tanti mali che sopra ogni altro Ci affliggono in questi miseri tempi. Se osserviamo coloro che attendono alla predicazione, li troviamo in un numero così elevato quale forse non fu mai il maggiore. Ma se al tempo stesso consideriamo a che sono ridotti i costumi pubblici e privati e le leggi onde si reggono i popoli, vediamo crescere ogni giorno il disprezzo e la dimenticanza d’ogni concetto soprannaturale; vediamo illanguidire il vigore severo della virtù cristiana, con obbrobrioso e rapido ritorno all’indegnità della vita pagana.

Di tanti mali molte, certamente, e varie sono le cagioni: non si può negare però che purtroppo insufficiente sia il rimedio che i ministri della divina parola vi apportano. Forse che la parola di Dio non è più quella che l’Apostolo chiamava viva ed efficace e penetrante più d’una spada a due tagli? Forse col tempo e coll’uso la spada s’è spuntata? Certo è colpa dei ministri, che non sanno maneggiarla, se essa perde spesso della sua forza. Né davvero si può dire che gli Apostoli incontrassero tempi migliori dei nostri, come se allora il mondo fosse più docile al Vangelo o meno riottoso alla legge di Dio.

Perciò, conscii del dovere che l’ufficio apostolico C’impone e mossi dall’esempio dei due Nostri immediati Predecessori, abbiamo creduto, in un affare di tanta importanza, di dover porre ogni diligenza per richiamare la predicazione della divina parola alla norma data da Cristo e dalle leggi ecclesiastiche.

Anzitutto occorre ricercare, Venerabili Fratelli, quali sono le cause che fanno tralignare dalla retta via. Ora, siffatti motivi possono ridursi a tre: o perché viene affidata la predicazione a chi non si dovrebbe; o perché non si dedica ad essa la dovuta intenzione; o perché non si predica nel modo dovuto.

Infatti, secondo quanto insegna il Concilio di Trento, l’ufficio di predicare « spetta principalmente ai Vescovi »(4). E gli Apostoli, ai quali i Vescovi succedettero, ritennero che quello appartenesse soprattutto a loro. Così Paolo: «Cristo non mi ha mandato a battezzare, ma a predicare il Vangelo »(5). E gli altri Apostoli proclamarono: «Non è giusto che noi tralasciamo la parola di Dio per servire alle mense »(6).

Però sebbene quest’ufficio appartenga ai Vescovi in proprio, tuttavia essendo essi occupati da molti altri pensieri nel governo delle loro chiese, né potendo perciò sempre né in ogni luogo adempirlo di per sé, è necessario che vi provvedano anche per mezzo di altri. Pertanto chiunque, oltre i Vescovi, esercita quest’ufficio, lo esercita senza dubbio come un incarico episcopale. Questo dunque rimanga anzitutto bene stabilito: a nessuno sia lecito intraprendere da sé l’ufficio di predicare, ma chi vuole predicare deve munirsi di un mandato che nessuno può dare legittimamente all’infuori del Vescovo: « Come predicheranno se non sono mandati? »(7). Quindi mandati furono gli Apostoli, mandati da Colui che è Pastore supremo e Vescovo delle anime nostre(8); mandati i settantadue discepoli; e lo stesso Paolo, quantunque già costituito da Cristo vaso di elezione per portare il nome di lui dinanzi alle genti ed ai re(9), non iniziò il suo apostolato fino a quando i seniori, obbedendo al comando dello Spirito Santo — «Mettetemi da parte Saulo per l’impresa [del Vangelo] »(10) — impostegli le mani, non lo licenziarono. La qual cosa nei primi tempi della Chiesa fu consuetudine costante. Tanto che tutti, anche i più insigni nel semplice ordine sacerdotale, come Origene, e quelli che successivamente furono innalzati alla dignità episcopale, come Cirillo di Gerusalemme e gli altri antichi Dottori della Chiesa, tutti, autorizzati ciascuno dal proprio Vescovo, impresero l’opera della predicazione.

Oggi, per contro, Venerabili Fratelli, si direbbe sia invalsa una usanza ben differente. Non sono rari, tra i sacri oratori, coloro dei quali si potrebbe ripetere con verità quello di cui si lagna Iddio presso Geremia: « Io non li avevo mandati quei profeti, eppure correvano da sé »(11). Basta infatti che qualcuno o per naturale inclinazione o per altro motivo qualunque s’invogli di darsi al « ministero della parola », perché facilmente gli si apra l’accesso al pergamo, quasi palestra da esercitarvisi ognuno a suo talento. Tocca dunque a voi, Venerabili Fratelli, riparare a tanto disordine; e poiché ben sapete come dovrete un giorno rendere conto a Dio ed alla Chiesa del pascolo che avrete fornito alle vostre greggi, non vogliate permettere che alcuno, senza il vostro consenso, s’introduca nell’ovile e quivi a suo piacimento pasca le pecorelle di Cristo. Nessuno pertanto nelle vostre diocesi d’ora innanzi dovrà predicare se non sia stato da voi stessi chiamato ed approvato.

Vorremmo perciò, a questo proposito, che con ogni vigilanza consideriate a quali persone affidate un incarico così santo e rilevante. Il decreto del Concilio Tridentino, infatti, permette ai Vescovi solo questo: che scelgano uomini « idonei », cioè che siano capaci di « adempiere salutarmente il dovere della predicazione. Salutarmente », dice — notate bene la parola che esprime la norma in questo affare — non dice « con eloquenza », non già con plauso degli uditori, ma con frutto delle anime, che è il fine proprio del ministero della divina parola. Se desiderate intendere da Noi anche più precisamente quali veramente si debbano reputare idonei, diremo senz’altro che sono coloro, appunto, nei quali riscontrerete i segni della vocazione divina. Infatti, quei requisiti che si richiedono perché qualcuno sia ammesso al sacerdozio, «Nessuno si appropria da sé tale onore, ma chi è chiamato da Dio »(12), sono pure necessari perché egli sia giudicato atto alla predicazione. Vocazione questa non difficile a riconoscersi. Infatti, quando Cristo, Maestro e Signor Nostro, stava per salire al cielo, non disse agli Apostoli che, spargendosi pel mondo, subito principiassero a predicare: ma «Trattenetevi in città sino a tanto che siate rivestiti di virtù dall’alto »(13).

Questo pertanto è il segno che se qualcuno viene chiamato da Dio a tale ufficio, deve già essere rivestito di virtù dall’alto. Come ciò sia, Venerabili Fratelli, lo possiamo cogliere dall’esempio degli Apostoli, tostoché ricevettero virtù dal cielo. Era su di loro disceso appena lo Spirito Santo, che — lasciando stare i mirabili carismi loro conferiti — essi di rozzi e fiacchi uomini che erano, ad un tratto diventarono dotti e perfetti. Così se un sacerdote sia fornito di conveniente dottrina e di virtù — purché egli abbia tanto in doni di natura da non tentare Iddio — giustamente si potrà giudicarlo chiamato al ministero della predicazione, né vi sarà ragione che il Vescovo non lo possa ammettere. Ed è proprio ciò che intende il Concilio di Trento, quando stabilisce che il Vescovo non permetta di predicare ad alcuno che non sia « ben provato per costumi e per dottrina »(14). È quindi dovere del Vescovo assicurarsi, per via di lunga ed accurata esperienza, quanta sia la scienza e la virtù di coloro ch’egli pensa d’incaricare dell’ufficio della predicazione. E se egli in ciò si dimostrasse troppo facile e trascurato, mancherebbe ad un suo gravissimo dovere, e sul suo capo ricadrebbe la colpa degli errori divulgati dal predicatore ignorante, e dello scandalo e del cattivo esempio procurati dallo stesso.

Ma per facilitarvi, Venerabili Fratelli, l’adempimento dell’obbligo vostro in questa materia, ordiniamo che d’ora innanzi tutti coloro che domandano la facoltà di predicare abbiano a sostenere un doppio e severo esame, dei costumi e della scienza, appunto come si suole per la facoltà di ascoltare le confessioni. E chiunque o nell’uno o nell’altro comparto sia trovato manchevole, senza nessun riguardo, come inetto, venga escluso da tale ufficio. Lo esige la dignità vostra, perché, come abbiamo detto, i predicatori fanno le vostre veci: lo esige il bene della santa Chiesa, nella quale, se altri mai dev’essere « sale della terra e luce del mondo », principalmente deve esserlo colui che è occupato nel ministero della parola(15).

Dopo avere attentamente considerato queste cose, può sembrare superfluo procedere a spiegare quali debbano essere il fine ed il modo della sacra predicazione. Infatti, ove la scelta dei sacri oratori si faccia secondo la citata regola, come dubitare che coloro i quali sono adorni delle richieste qualità non si propongano, nel predicare, un degno fine e non si attengano a una degna maniera? Tuttavia giova lumeggiare questi due capi, affinché tanto meglio appaia perché talvolta venga a mancare in alcuni l’ideale del buon predicatore.

Che cosa i predicatori, nell’adempiere al loro ufficio, abbiano d’avere innanzi agli occhi; si rileva da questo: essi possono e debbono dire di sé quanto scrisse San Paolo: «Noi siamo ambasciatori di Cristo »(16). Se dunque sono ambasciatori di Cristo, nel compiere la loro ambasceria debbono volere quello stesso che Cristo intese nel darla loro; anzi, quello che Egli stesso si propose, mentre visse sulla terra. Giacché gli Apostoli, e dopo gli Apostoli i predicatori, non ebbero missione diversa da quella di Cristo: « Come il Padre ha mandato me, così io mando voi »(17). E noi conosciamo il motivo per cui Cristo discese dal cielo, avendo Egli apertamente dichiarato: « Io sono venuto nel mondo per rendere testimonianza alla verità(18). Io sono venuto perché abbiano la vita »(19). Pertanto, coloro che esercitano la sacra predicazione debbono mirare all’una e all’altra cosa, cioè a diffondere la verità da Dio rivelata e a destare, ad alimentare la vita soprannaturale in coloro che li ascoltano; in una parola, a promuovere la gloria di Dio, adoperandosi per la salute delle anime. Quindi, come a torto si direbbe medico chi non eserciti la medicina, o maestro di un’arte qualsiasi chi quell’arte non insegni, così chi predicando non si cura di condurre gli uomini a una più piena cognizione di Dio e sulla via dell’eterna salute, potrà essere definito un vano declamatore, non un predicatore evangelico. E non ve ne fossero di siffatti declamatori! Che cosa è poi quello da cui si lasciano soprattutto trasportare? Alcuni dalla cupidigia della gloria umana, per soddisfare la quale « si studiano di dir cose più alte che adatte, ingenerando ammirazione per sé nelle deboli intelligenze, non operando la loro salute. Si vergognano di dir cose umili e piane, per non sembrare di saper solo queste… Si vergognano di allattare i pargoli »(20). E mentre il Signore Gesù dall’umiltà degli uditori voleva s’intendesse essere Egli colui che si aspettava: « Ai poveri è predicata la buona novella »(21), quanto non brigano costoro per acquistarsi rinomanza dalla predicazione nelle grandi città e sui pulpiti più rinomati? E poiché tra le cose rivelate da Dio ve ne sono alcune che spaventano la debolezza della corrotta natura umana, e perciò non sono adatte ad attirare le folle, di esse cautamente non parlano, e trattano argomenti nei quali, salvo la natura del luogo, niente vi è di sacro. E non di rado avviene che, nel trattare di verità eterne, scendono alla politica, specialmente se qualche cosa di questo genere appassiona fortemente gli animi degli uditori. Questa soltanto sembra essere la loro preoccupazione: piacere agli uditori e assecondare coloro che, secondo San Paolo, « hanno il prurito agli orecchi »(22). Da qui quel gesto non pacato e grave, ma da scena e da comizio; da qui quelle patetiche modulazioni di voce o le tragiche impetuosità; da qui quel modo di parlare proprio dei giornali; da qui quell’abbondanza di citazioni attinte da scrittori empi e acattolici, non dalle Sacre Scritture o dai Santi Padri; da qui, infine, quella vertiginosità di parola che si riscontra nella maggioranza di loro e che serve ad ottundere le orecchie e a far stupire gli uditori, ma non fornisce ad essi niente di buono da riportare a casa. È davvero incredibile di quale inganno siano vittime tali predicatori. Conseguano pure il plauso degli stolti, che essi cercano con tanta fatica e non senza profanazione; ma ne vale la pena, quando con ciò essi vanno incontro al biasimo di tutti i saggi e, quel ch’è peggio, al tremendo, severissimo giudizio di Cristo?

Tuttavia, Venerabili Fratelli, non tutti i predicatori che si allontanano dalle buone regole cercano nella predicazione soltanto gli applausi. Il più delle volte coloro che usano manifestazioni di questo genere lo fanno per conseguire uno scopo ancora meno onesto. Infatti, dimenticando le parole di San Gregorio: « Il sacerdote non predica per mangiare, ma deve mangiare per poter predicare » 23, non sono pochi coloro i quali, sentendo di non essere idonei per altri uffici dai quali potrebbero ricavare di che vivere decorosamente, si sono dati alla predicazione, non per esercitare debitamente questo santissimo ministero, ma per fare i loro interessi. Vediamo così che tutte le sollecitudini di costoro sono volte non a cercare dove si possa sperare un maggior frutto per le anime, ma dove predicando si possa guadagnare di più.

Poiché da uomini siffatti non si può aspettare altro che danno e disonore per la Chiesa, dovete, Venerabili Fratelli, vigilare con ogni diligenza affinché, scoprendo qualcuno che faccia servire la predicazione a gloria propria o all’interesse suo, lo rimoviate senza indugio da tale ufficio. Infatti, chi non si perita di profanare cosa sì santa col proporsi degli scopi tanto perversi, non avrà certo ritegno di discendere ad ogni bassezza, spargendo una macchia d’ignominia non solo sopra di sé, ma anche sullo stesso sacro ministero che così indegnamente egli compie.

E dovrà usarsi la stessa severità contro coloro che non predicano come si deve, per aver trascurato i necessari requisiti a compiere bene questo ministero. Quali siano questi, lo insegna coll’esempio colui che dalla Chiesa fu denominato il « Predicatore della verità », l’Apostolo Paolo: oh se, per beneficio di Dio, avessimo molto maggior numero di predicatori simili a lui! La prima cosa dunque che apprendiamo da Paolo è con quale preparazione e dottrina egli intraprese a predicare. Né qui parliamo degli studi ai quali egli aveva diligentemente atteso sotto la guida di Gamaliele. Infatti la scienza in lui infusa « per rivelazione », oscurava e quasi sopraffaceva quella che egli da sé si era procacciata: benché anche questa gli giovò non poco, come risulta dalle sue Lettere. La scienza è assolutamente necessaria al predicatore, come già dicemmo; chi è privo della sua luce, facilmente erra, secondo la giustissima sentenza del Concilio Lateranense IV: « L’ignoranza è la madre di tutti gli errori ». Tuttavia con la parola scienza non vogliamo intendere qualsiasi ramo del sapere umano, ma il sapere che è proprio del sacerdote e che si restringe, per sintetizzare in poche parole, nella conoscenza di se stesso, di Dio e dei propri doveri: di sé, diciamo, perché ognuno metta da parte i propri vantaggi personali; di Dio, perché conduca tutti a conoscerlo e ad amarlo; dei doveri, perché li osservi ed insegni ad osservarli. Se questo genere di scienza manca nel sacerdote, la presenza di ogni altro sapere non fa che « sollecitare l’orgoglio » e a nulla giova.

Ma vediamo quale fu nell’Apostolo la preparazione interiore. In proposito, tre cose vanno soprattutto considerate. La prima, che San Paolo si abbandonò tutto alla divina volontà. Infatti, mentre era in cammino verso Damasco, non appena fu raggiunto dalla chiamata del Signore Gesù, egli proruppe nella nota esclamazione, degna dell’Apostolo: « Signore, che vuoi che io faccia? »(24). Per amore di Cristo egli cominciò subito a considerare con indifferenza, come poi fece sempre successivamente, il lavoro e il riposo, la penuria e l’abbondanza, la lode e il disprezzo, il vivere e il morire. Nessun dubbio, perciò, che egli abbia avuto tanto successo nell’apostolato, in quanto si sottomise con totale obbedienza alla volontà di Dio. Nello stesso modo, quindi, serva soprattutto a Dio ogni predicatore che voglia impegnarsi per la salvezza delle anime; non si preoccupi degli uditori, del successo, dei vantaggi che conseguirà; infine, non cerchi se stesso, ma solo Dio.

Inoltre, questo proposito di servire soltanto Dio richiede un animo disposto a sopportare, tale da non sottrarsi a nessuna fatica e a nessun disagio. In questo Paolo fu degno di ogni elogio. Infatti, avendo il Signore detto di lui: « Io gli mostrerò quanto dovrà soffrire per il mio nome »(25), egli accettò tutti i travagli con tale forza di volontà da scrivere: « Sono pieno di consolazione, pervaso di gioia in ogni nostra tribolazione »(26). Per la verità, se questa disponibilità alla sofferenza eccelle nel predicatore, purificandolo di quanto vi è in lui di umano e conciliandogli la grazia di Dio necessaria per ottenere buoni frutti, allora è incredibile come risulti meritoria la sua opera agli occhi del popolo cristiano. Al contrario, poco riescono ad influire sulle coscienze coloro che, ovunque vadano, cercano gli agi della vita più del giusto e, fuori delle loro prediche, quasi ignorano ogni altro compito del sacro ministero, tanto che sembra che essi abbiano più cura della propria salute che del bene delle anime.

Paolo, infatti, appena chiamato all’apostolato cominciò a pregare Dio, come si legge: « Ecco, egli sta pregando »(27). In realtà, non si ottiene la salvezza delle anime con l’abbondanza delle parole o con la foga del discorso: il predicatore che si limiti a questi mezzi non è altro che « un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna »(28). Ciò che dà vigore alle parole dell’uomo e le rende mirabilmente efficaci per la salvezza è la grazia di Dio: « È Dio che ha fatto crescere »(29). Ora la grazia di Dio non si ottiene né con lo studio né con l’arte, ma con le preghiere. Pertanto, chi poco o niente si dedica all’orazione, inutilmente spende la sua opera e il suo impegno nella predicazione, perché davanti a Dio non trarrà alcun vantaggio né per sé né per gli uditori.

Per concludere succintamente quanto siamo venuti dicendo finora, citeremo queste parole di San Pier Damiano: « Due cose sono assolutamente necessarie al predicatore: che sovrabbondi di dottrina spirituale e che la sua vita risplenda di vera religiosità. Se un sacerdote non riesce ad avere contemporaneamente ambedue le cose, in modo cioè da essere di vita esemplare e ricco di dottrina, senza dubbio la buona vita è meglio della dottrina… Vale più la chiarezza dell’esempio che l’eloquenza o l’accurata eleganza dei discorsi… È necessario che il sacerdote impegnato nella predicazione sia imbevuto di sapienza spirituale e risplenda nella vita di luce religiosa: simile a quell’Angelo che, annunciando ai pastori la nascita del Signore, brillò di meraviglioso splendore ed espresse con parole la lieta novella »(30).

Ma, per tornare a Paolo, se cerchiamo di conoscere di quali argomenti era solito trattare nella sua predicazione, egli li riassume in questa espressione: « Io infatti ritenni di non sapere altra cosa, in mezzo a voi, se non Gesù, e questi crocifisso »(31). Egli si adoperò con tutto il fervore dell’anima di apostolo affinché gli uomini conoscessero sempre meglio Gesù Cristo, e lo conoscessero non tanto per le cose che dovevano credere quanto per quelle che dovevano vivere. Quindi predicava tutti i dogmi e i precetti di Cristo, anche i più severi, senza alcuna reticenza o addolcimento: parlava dell’umiltà, dell’abnegazione di sé, della castità, del disprezzo delle cose terrene, del perdono da concedere ai nemici, e di altri argomenti simili. Né aveva paura di proclamare che occorre scegliere fra Dio e Belial, in quanto non è possibile servire ad ambedue; che tutti, appena escono da questa vita, debbono sostenere un tremendo giudizio; che con Dio non sono possibili transazioni; che si può sperare nella vita eterna se si osserva tutta la legge; oppure dovrà temere il fuoco eterno colui che, per soddisfare le passioni, avrà trascurato il proprio dovere. Né mai il « Predicatore della verità » ritenne di doversi astenere da questi argomenti per il motivo che — data la corruzione dei tempi — potessero apparire troppo duri a coloro ai quali parlava.

Risulta chiaro, dunque, quanto debbano disapprovarsi quei predicatori che, per non recare fastidio agli acoltatori, non osano toccare certi argomenti della dottrina cristiana. Forse che il medico darà rimedi inutili al malato se questi rifiuta quelli utili? D’altra parte, proprio qui verranno dimostrate la virtù e l’abilità dell’oratore, se egli riuscirà a rendere gradite le cose spiacevoli.

In che modo l’Apostolo spiegava ciò che aveva intrapreso? «Non con le persuasive parole della sapienza umana »(32). Quanto è importante, Venerabili Fratelli, che ciò sia ben compreso da tutti, dal momento che non pochi oratori sacri trascurano le Sacre Scritture, i Padri e i Dottori della Chiesa, gli argomenti della sacra teologia, ed usano quasi esclusivamente il linguaggio della ragione! È certamente un errore, in quanto nell’ordine soprannaturale non sono produttivi i piccoli argomenti umani.

Ma qualcuno si oppone: non si può dar credito al predicatore che utilizza solo le verità rivelate. È proprio vero? Ammettiamo pure che ciò possa valere per i non cattolici, quantunque l’Apostolo predicasse Cristo crocifisso anche ai Greci, che cercavano la sapienza di questo mondo(33). Se poi volgiamo gli occhi alle popolazioni cattoliche, anche coloro che si sono allontanati da noi conservano per lo più la radice della Fede: le loro menti sono accecate perché hanno il cuore corrotto.

Infine, con quale spirito predicava Paolo? Non per piacere agli uomini, ma a Cristo: « Se io piacessi agli uomini, non sarei più servitore di Cristo »(34). Con l’anima tutta accesa della carità di Cristo, nulla cercava se non la gloria di Cristo. Volesse la Provvidenza che tutti coloro che operano nel ministero della parola amassero veramente Gesù Cristo e potessero far proprie le parole di Paolo: « Per amore di lui (Gesù Cristo) ho considerato tutte le cose una nullità »(35) e « La mia vita è Cristo »(36). Solo coloro che ardono d’amore sanno infiammare gli altri. Per questo motivo San Bernardo consiglia al predicatore: « Se sei saggio, cerca di essere un bacino, non un canale »(37). Cioè: sii tu stesso pieno di quel che dici, e non accontentarti di comunicarlo agli altri. «Ma — come dice lo stesso Dottore — oggi nella Chiesa abbiamo molti canali e pochissimi bacini »(38).

Affinché ciò non accada in futuro, dovete impegnarvi con tutte le vostre forze, Venerabili Fratelli, respingendo gl’indegni e scegliendo, preparando, guidando gl’idonei per formarne dei predicatori, quanto più possibile, secondo il cuore di Dio.

Il misericordioso Pastore eterno Gesù Cristo, per intercessione della Vergine Santissima, augusta Madre dello stesso Verbo incarnato e Regina degli Apostoli, volga lo sguardo al suo gregge e, ravvivando lo spirito di apostolato nel   Clero, faccia sì che siano numerosi coloro che cercano di « comparire davanti a Dio quali operai inconfondibili, che sanno usare degnamente la parola della verità »(39).

Auspice dei doni divini e a testimonianza della Nostra benevolenza, impartiamo con ogni affetto l’Apostolica Benedizione a voi, Venerabili Fratelli, al vostro Clero e al popolo.

Dato a Roma, presso San Pietro, il 15 giugno 1917, festa del Santissimo Cuore di Gesù, anno terzo del Nostro Pontificato.

 

BENEDICTUS PP. XV

 


 

(1) 1 Cor., 1, 21.

(2) Marc., 16, 15.

(3) Rom., 10, 17.

(4) Sess. XXIV, De Ref., c. IV.

(5) 1 Cor., 1, 17.

(6) Act., 6, 2.

(7) Rom., 10, 15.

(8) 1 Petr., 2, 25.

(9) Act., 9, 15.

(10) Act., 13, 2.

(11) Ierem., 23, 21.

(12) Hebr., 5, 4.

(13) Luc., 24, 49.

(14) Loc. cit.

(15) Matth., 5, 13, 14.

(16) 2 Cor., 5, 20.

(17) Ioan., 20, 21.

(18) Ibid., 18, 37.

(19) Ibid., 10, 10.

(20) Gillebertus Ab., In Cant. Canticor. serm. XXVII, 2.

(21) Matth., 11, 5.

(22) 2 Tim., 4, 3.

(23) In I Regum, lib. III.

(24) Act., 9, 6.

(25) Ibid., 9, 16.

(26) 2 Cor., 7, 4.

(27) Act., 9, 11.

(28) 1 Cor., 13, 1.

(29) Ibid., 3, 6.

(30) Epp. lib. I, Ep. I ad Cinthium Urbis Praef.

(31) 1 Cor., 2, 2.

(32) Ibid., 2, 4.

(33) 1 Cor., 1, 22, 23.

(34) Gal., 1, 10.

(35) Philip., 3, 8.

(36) Ibid., 1, 21.

(37) In Cant. serm. 18.

(38) Ibid.

(39) 2 Tim., 2, 15.  

 

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