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EPISTOLA
IL DOLORE CHE NOI
DEL PAPA BENEDETTO XV
AL REVERENDO PADRE
ANDREA DE SZEPTYCKI,
ARCIVESCOVO DI LEOPOLI
SULLA RIAPERTURA DEL
COLLEGIO RUTENO A ROMA

 

Venerabile Fratello,
salute e Apostolica Benedizione.

Il dolore che Noi provammo nel maggio 1915 allorché da questa alma città vedemmo partire i diletti figli del Collegio Ruteno che all’ombra della santa Regina di Zyrovice (del Pascolo), così cara al popolo di Rutenia, si preparavano a divenire degni ministri dell’altare, è ora alfine lenito dalla preghiera che ella, nella sua qualità di Metropolita, Ci rivolge, di riaprire il Collegio stesso; e Noi che abbiamo avuto la soddisfazione di vedere nuovamente adunarsi intorno alla Cattedra Apostolica i giovani chierici dei vari paesi fino a ieri belligeranti, siamo ben felici di dare il Nostro consenso alla sua opportuna richiesta. Se non che, avendo il Collegio Ruteno più degli altri risentito i tristi effetti della mondiale conflagrazione, perché in conseguenza della medesima rimase privo di gran parte delle sue rendite, le quali gli venivano somministrate dal cessato impero Austro-Ungarico, Noi abbiamo procurato di assicurarne anche d’ora innanzi l’esistenza, assegnandogli una congrua somma, mercé la quale possa il Collegio mantenere tanti alunni, quanti essi erano prima della guerra. Ben vengano dunque i Nostri diletti figli del Collegio Ruteno, ora che la Provvidenza fa suonare anche per essi l’ora del salutare ritorno; e Noi stessi di buon grado rivedremo i rappresentanti di quel caro popolo, che forse più di ogni altro ha conosciuto gli orrori dell’immane conflitto. Ed è veramente con anima affranta che Noi, pensando ai Ruteni, ricordiamo le belle città saccheggiate, i tranquilli villaggi incendiati, le ubertose campagne corse e ricorse da eserciti sterminati. E col pensiero del popolo, sono tuttora presenti al Nostro spirito le loro chiese devastate, le immagini sacre infrante, i sacri paramenti fatti strumento di ludibrio, e, più di ogni altra cosa ciò che Ci riempie di raccapriccio, le Specie Eucaristiche calpestate da incoscienti fanatici. Gli orrori della fame, delle crude stagioni, delle ferali malattie, delle atroci sevizie, le prigionìe di cui ella stessa, Venerabile Fratello, porta tuttora le stigmate, le uccisioni di venerandi sacerdoti, di vecchi imbelli, di deboli donne, di tanta fiorente gioventù, tutti rei di mostrare attaccamento al proprio rito; tutto ciò è ben dipinto al Nostro sguardo, ed insieme ad un senso profondo di paterna pietà Ci ispira di innalzare a Dio una speciale preghiera, onde ottenere che dopo tante prove degnisi la divina Clemenza di riguardare benigna un popolo valoroso, che tanto ha saputo soffrire per la conservazione del suo rito, palladio della sua nazionalità. Che se dobbiamo riandare con la memoria le paterne premure di questa Sede Apostolica ed il Nostro personale interessamento per il diletto popolo Ruteno, Ci è caro ricordare che una tangibile prova fummo lieti di darne non appena da alcuni rappresentanti del popolo Ruteno venimmo a conoscere lo strazio di quelle misere popolazioni. Fu allora che Noi Ci affrettammo non solo a spedire soccorsi, ma anche ad istituire e ad inviare sul posto un Nostro speciale Delegato che portasse a tutti, da parte Nostra ed in Nostro nome, parole di conforto ed aiuti di carità; e quantunque circostanze indipendenti dal voler Nostro e dallo zelo del Pontificio Visitatore abbiano impedito al diletto figlio, il P. Giovanni Genocchi dei Missionari del Sacro Cuore, di portarsi fino fra gli Ukraini, pure dalle relazioni che egli Ci ha inviato, abbiamo avuto, non disgiunta purtroppo dalla dolorosa conferma del martirio di quel popolo generoso, la bramata dolce consolazione di essere assicurati come nella guerra mossa alla sua fede e specialmente nelle insidie tese al suo clero ben pochi siano stati quelli che miserevolmente defezionarono. Mentre piangiamo sulla caduta di questi sventurati figli Nostri, Ci è tuttavia di gran conforto il sentire che nessun séguito abbia trovato presso il popolo la loro apostasia, e che, anzi, di tanto disprezzo siano stati fatti oggetto per il loro sacrilego passo, da dovere abbandonare i loro paesi e cercare altrove rifugio. Per questo appunto Noi, che abbiamo sommamente a cuore il ritorno all’unità della fede dei popoli orientali, nei quali è così vivo il sentimento religioso, abbiamo ferma fiducia che per mezzo dei Ruteni, sempre stretti alla Cattedra Romana, ma ora vieppiù fortificati nella fede dalle recenti calamità, possa presto tradursi in atto il pio voto del Nostro illustre Predecessore Urbano VIII con quelle memorande parole « Con la vostra collaborazione, o miei Ruteni, spero di convertire l’Oriente ».

Vengano dunque e vengano senza indugio i diletti chierici Ruteni; Noi li attendiamo con amorosa sollecitudine, e preghiamo caldamente il Signore che ai Nostri amati figli della terra di Rutenia riservi la grazia di formarsi pienamente, all’ombra della Cattedra di Pietro, a quel santo apostolato che darà a Cristo ed al suo Vicario la gioia di veder tornare all’unico ovile tanti milioni di cristiani che ora ne vivono separati. Con questo augurio Noi impartiamo di gran cuore a lei, Venerabile Fratello, ai suoi colleghi nell’episcopato ed ai dilettissini fedeli della terra Ukraina, l’Apostolica Benedizione.

Dal Vaticano, li 24 febbraio 1921.

BENEDICTUS PP. XV


 

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