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EPISTOLA
SAEPE NOBIS
DEL PAPA BENEDETTO XV
AI REVERENDI PADRI FRANCESCO KORDAC,
ARCIVESCOVO DI PRAGA,
ANTONIO CIRILLO STOJAN,
ARCIVESCOVO DI OLOMOUC,
E AGLI ALTRI VESCOVI DELLA CECOSLOVACCHIA
SULL'ISTITUZIONE DI NUOVI SEMINARI

 

Venerabili Fratelli, salute e Apostolica Benedizione.

Venerabili Fratelli, accade spesso che Ci torni in mente, presi da grande conforto, di quando Ci capitò di ammirare parecchi carissimi figli della Cecoslovacchia i quali, guidati dai loro sacri Pastori, avevano affrontato un lungo pellegrinaggio per confermare, in prima persona e in nome di ogni ceto del loro popolo, quella fede e quella devozione verso il Successore del beato Pietro che il popolo Cecoslovacco, fra tanti pericoli, conserva anche ora, integre e inviolate, come gli furono trasmesse dagli avi. Ma non vi nasconderemo ciò che voi stessi facilmente comprendete: per quanto gradito ricorra in Noi quel ricordo, esso tuttavia non è esente da un velo di tristezza, finché rimpiangeremo coloro che, seppur non molti, caddero miseramente, e saremo in ansia per altri che non sembrano adempiere correttamente ai loro doveri.

Noi dunque, dediti con ogni Nostro pensiero e premura alla salute dei figli, che gli eminenti missionari della Slavonia ebbero cura di congiungere strettamente a questa Cattedra Apostolica con i più saldi e sacri vincoli di fede e di pietà, abbiamo deciso che fosse anzitutto opportuno accertare le cause per cui sono trascorsi tempi così difficili per la Chiesa Cecoslovacca. A tal fine Ci furono utili le informazioni che da voi stessi, Venerabili Fratelli, in un pubblico incontro abbiamo conosciuto, quando vi abbiamo chiesto insistentemente il vostro parere sulle asprezze di costà. Ora abbiamo appreso che la prima causa dei mali che lamentiamo sta nel fatto che il clero, in parte, non è stato a sufficienza formato nella mente e nell’animo, e ciò dipende dai Seminari dei chierici che dovrebbero essere pienamente e perfettamente conformi ai dettami dei sacri canoni, e invece si trovano quasi in difetto. Pertanto non ad altro mira questa Nostra lettera se non ad esortarvi vivamente a provvedere con ogni mezzo alla retta formazione del vostro clero; in tal modo avrete provveduto ottimamente anche alla salute del popolo.

Certamente sapete, Venerabili Fratelli, quanto sia necessario che il sacerdote, il quale deve insegnare agli altri la dottrina di Cristo, abbia approfondito e interamente acquisito quella dottrina; tale conoscenza consente appunto ch’egli sia veramente « la luce del mondo », e poiché a lui la Chiesa ha affidato il magistero della verità tra il popolo cristiano, occorre che egli eserciti tale missione ritualmente e santamente. Egli non è soltanto « maestro » ma è anche « medico » delle anime. « Se dunque nella sua opera sopravvivono le passioni terrene, con quale presunzione, colui che porta in volto la ferita, si accinge a curare il ferito? » (S. Greg. M., Reg. Past., I, 9). Egli, nel governare il gregge dei fedeli, deve proporsi come « buon pastore ». E per usare le parole del Nostro Predecessore Pio X di santa memoria: « Egli è quindi chiamato un altro Cristo non certo per la sola trasmissione del potere, ma anche per l’imitazione delle opere, attraverso le quali mostra in sé la chiara immagine di Cristo » (Encycl. Lit. E Supremi, IV oct. MCMIII). Perciò nelle lettere e nei documenti di questa Apostolica Sede sul clero, si insiste spesso sul fatto che il sacerdote non può, come ambasciatore, come ministro di Cristo, come tesoriere dei misteri di Dio, essere all’altezza del suo sacro incarico, se non ha raggiunto una adeguata conoscenza della scienza sacra e divina, e se non abbonda di quella pietà per la quale egli diventa uomo di Dio (Leo XIII, Lit. enc. Fin dal principio, 8 dec. 1902). Pertanto è necessario che il sacerdote possegga la verità e la virtù a tal segno da essere esente da ogni errore o vizio: se « inclinerà verso la disonestà di vita o l’ignoranza, un grave pericolo incomberà su di lui come su coloro che egli governa » (S. Greg. Naz., Oratio apolog. de fuga sua, n. 4). Da queste parole risulta evidente quanto siano da apprezzare i Seminari dei chierici, i quali, quando siano istituiti e destinati alla pia gioventù e al suo corso di studi, allo scopo di prepararla al sacerdozio con l’esercizio delle virtù, ne consegue che agli stessi Seminari debba essere riconosciuto il merito se il clero fiorirà per dottrina e per santità di vita. È evidente a tutti che tali istituzioni, affinché il clero secolare affidi giustamente ad esse il proprio sacro tirocinio, devono essere quali le vollero i Padri del Concilio Tridentino e quali le prescrisse successivamente questa Sede Apostolica, soprattutto come Noi ricordiamo. Perciò, Venerabili Fratelli, Noi vi esortiamo ad impegnarvi in modo che non vi sia alcuna diocesi della vostra nazione in cui manchi il Seminario; dove esso esista già, preoccupatevi che sia ordinato secondo i canoni del nuovo codice. Se poi la limitata estensione o la povertà di qualche diocesi non consentono la presenza di tale istituto, sarà opportuno applicare il canone prescritto (1354, parag. 3) sui seminari « interdiocesani ».

A questo punto vogliamo che voi, con somma diligenza e secondo coscienza del vostro dovere, consideriate con quanta cura siano da osservare le prescrizioni della Sede Apostolica per quanto riguarda la separazione degli incarichi in questa materia e la scelta di coloro ai quali affidare la disciplina e il governo dei chierici adolescenti, che da essi potranno ricevere una buona formazione della mente e dello spirito. « Fate in modo che all’insegnamento delle lettere e delle scienze siano posti uomini di valore, nei quali l’esattezza della dottrina sia unita all’innocenza dei costumi, affinché a buon diritto possiate fidarvi di loro in un settore così importante. Scegliete i responsabili della cultura e i maestri di religiosità fra coloro che eccellono per prudenza, saggezza ed esperienza » (Leo XIII, Lit. enc. Quod multum, die XIII aug. MDCCCLXXXVI).

Inoltre è opportuno e addirittura necessario che gli alunni frequentino per un biennio le lezioni di filosofia scolastica e che in tale studio il maestro segua religiosamente Tommaso d’Aquino; nel quadriennio successivo si dedichino, secondo lo stesso indirizzo alla sacra teologia e alle discipline collaterali, come prescrive il canone 1365. Circa il corso di studi da stabilire in armonia coi tempi, desideriamo che utilizziate anche la lettera con la quale su questo stesso argomento il Consiglio preposto ai Seminari e alle Università degli studi intrattenne i Vescovi d’Italia in data 26 aprile 1920. D’altronde, a tale proposito, non giova affatto che siano proposte molte discipline o facoltà (come si dice) di insegnamento della teologia nelle quali sia consentito aspirare ai vari onorifici titoli accademici, e perché siano frequentate da gran parte dei chierici; infatti non tutti gli uomini del sacro ordine devono essere dottori, ma tutti buoni e preparati. In verità, poiché a coloro che ottengono di insegnare nelle scuole, o più elevati incarichi, si addice emergere sugli altri per dottrina ed anche essere ornati dei titoli della dottrina, qualora abbiate un abbondante numero di tali sacerdoti potrete inviare alle facoltà suddette tanti alunni vostri da educare con studi approfonditi, nel numero che giudicherete necessari alla diocesi: coloro cioè che per ingegno e per indole virtuosa emergano sui compagni e vi ispirino in ogni caso la fiducia in un buon esito. A questo punto consideriamo del tutto opportuno, Venerabili Fratelli, esortarvi affinché vogliate assistere con impegno, diligenza e particolari cure il Collegio Boemo di quest’alma Urbe. Qui infatti, sotto i Nostri occhi, si alimentano le fondate speranze del vostro clero, e quanto a severa disciplina, a solida pietà e a purezza dottrinale quelle speranze aumentano tanto felicemente e con tanto Nostro gaudio che consideriamo quegli allievi parte elettissima in questa «Nostra corona » di chierici di diverse nazioni, residenti a Roma per motivi di studio.

Pertanto il Seminario diocesano esige giustamente la prevalente attenzione e il massimo impegno del Vescovo; Noi sappiamo che su di esso soprattutto vigilano le vostre cure e i vostri pensieri, Venerabili Fratelli, poiché lo considerate « delizia del vostro cuore », secondo l’esortazione del Nostro Predecessore (Lit. encycl. E Supremi, IV oct. MCMIII), e con la piena Nostra approvazione. Pertanto non vi è motivo di dimostrare a voi che esso è mirabilmente utile al fine di stabilire una vostra continua collaborazione con gli alunni del Seminario. Coloro che così si comportano, adempiono a un sacro dovere. « Compete al Vescovo stabilire tutto ciò che sembra necessario e opportuno per una retta direzione, amministrazione e progresso del Seminario diocesano, e aver cura che tali disposizioni siano rispettate » (Cod. iur. can., c. 1357). Il Vescovo, dunque, per poter seguire e incoraggiare con paterna cura i progressi dei suoi chierici nel cammino della verità e dell’onestà, farà un’ottima cosa, a giudizio del santo Dottore Alfonso (Rifl. utili ai Vescovi, c. I, par. 1; operum, vol. III, p. 866), se personalmente entrerà più volte nel Seminario, se infiammerà gli alunni, con opportune esortazioni, al culto delle virtù e delle lettere, se interverrà anche nei circoli e nei dibattiti scolastici, ove li stimolerà mirabilmente alla emulazione reciproca nella contesa degli studi. Così avverrà anche che il Vescovo, conosciuti a fondo e singolarmente i suoi chierici, non imporrà su di essi le mani in modo avventato ma avvierà al sacerdozio coloro che vivono secondo il cuore di Gesù, ossia coloro che onorano il loro ministero compiendo in se stessi la volontà di Dio che tutti santifica (Exhort. ad Clerum: Haerent animo, Pii PP. X, IV augusti MCMVIII).

E invero, poiché in questa materia i Vescovi non hanno fatto molti progressi, salvo che disponessero di sacerdoti coadiutori nella propria diocesi, Noi li esortiamo vivamente tutti, quanti che siano, ad essere di aiuto, con qualunque mezzo in loro potere, ai loro Ordinari per istituire o per restaurare un Seminario. Considerino questa sede di pace, dimora degli studi e opificio di virtù (di cui essi stessi si sono giovati) come il cuore della diocesi da cui si diffonde in tutte le vene della Chiesa la vita spirituale. Ivi, e con gioia, rechino l’opera loro, se richiesti, ed educhino con intelligente zelo gli animi dei fanciulli del loro gregge nei quali hanno scorto qualche indizio di vocazione divina; e, secondo le loro possibilità, inviino, anche un’oblazione, certamente feconda di ottimi frutti. Il loro esempio avrà sicuramente un grande ascendente presso i laici e perciò, tra gli altri doveri di carità e di devozione, si impegnino il più possibile a promuovere con i loro beni il Seminario diocesano, ove sono educati coloro che si dedicheranno alla salute di tutto il popolo.

Così, con il soccorso di Dio provvidente, non pochi (esclusi coloro la cui defezione Ci contrista) sono in Cecoslovacchia i sacerdoti che, formati come è necessario e pervasi dallo spirito del Signore, degnamente procedono nella vocazione alla quale sono stati chiamati. Ci è gradito confidare che in breve tempo tutto codesto clero si offrirà a Dio come fedelissimo ministro e pronto come uno strumento per la propria e l’altrui santificazione, per la costruzione del Corpo di Cristo. Dal momento in cui è rifiorito costì, presso i chierici, l’impegno di vivere santamente secondo il dovere, Ci sembra che anche gli sventurati fratelli che da Noi si allontanarono odano una buona volta la voce della Chiesa, che li richiama sollecitamente al grembo materno e che promette per la loro anima ogni sorta di protezione e di conforto che ora cercano invano, errando lontano da essa. Al clero della Cecoslovacchia e di tutte le nazioni della Slavonia si apre, per divina Provvidenza, un altro e più esteso campo, in cui può lavorare utilmente per ampliare il regno di Gesù Cristo: questo lavoro avrà un esito tanto più felice quanto più diligente ne sarà stata la preparazione. Infatti, oggi il corso degli eventi è tale che dai popoli dell’Oriente Slavo, già da tempo resi infelici dallo scisma che li ha allontanati da questa Cattedra, è stata espressa qualche speranza di ristabilire con Noi la santa unità. È dunque compito vostro, Venerabili Fratelli, e del vostro clero, ai quali, grazie agli apostoli degli Slavi Cirillo e Metodio, giunse la luce della fede Romana unitamente alla cultura sociale, affrontare con coraggio questa via, resa sicura dall’intervento divino. Sappiamo che per aiutare una così grande impresa sono sorte alcune pie associazioni e che esse si vanno diffondendo felicemente presso quasi tutte le genti Slave. Fra esse giova soprattutto ricordare con lode il cosiddetto « Apostolato dei Santi Cirillo e Metodio sotto il patrocinio della Vergine » che in Cecoslovacchia, in Polonia, in Jugoslavia e in Bulgaria si estende con non mediocri risultati. Vogliamo raccomandare tale associazione a tutti gli Ordinari e desideriamo che, costituita in ogni parrocchia con il loro intervento, si propaghi ogni giorno di più tra gli Slavi in modo che, con l’aiuto di Dio, si avvicini quel giorno in cui vi sarà « un solo ovile e un solo pastore ».

Mentre manifestiamo questo desiderio che deve essere di sprone per i fedeli, ammonimento per gli erranti e invito verso coloro che dissentono da Noi, come auspicio dei doni divini a voi, Venerabili Fratelli, al vostro clero e a tutto il popolo impartiamo con particolare affetto l’Apostolica Benedizione.

Dato a Roma, presso San Pietro, nella festività di Sant’Andrea Apostolo, il 30 novembre 1921, nell’anno ottavo del Nostro Pontificato.

 

BENEDICTUS PP. XV


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