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DISCORSO DEL SANTO PADRE BENEDETTO XV
AI SACERDOTI ED AI PARROCI DI ROMA
IN PREPARAZIONE DELLA QUARESIMA

15 febbraio 1915

 

Ai predicatori quaresimalisti ed ai parroci dell’alma Roma.

Il predicare è officio proprio dei Vescovi, perché a questi, nella persona degli Apostoli, parlava il divin Fondatore della Chiesa quando diceva: « Andate, predicate il Vangelo ad ogni creatura ». Un tale officio peraltro non possono i Vescovi compiere sempre da soli, sia perché impediti dalla vastità e dalla distanza dei luoghi che debbono evangelizzare, sia perché distratti dalla molteplicità degli altri oneri che accompagnano il ministero episcopale. Essi perciò si valgono dell’aiuto dei sacerdoti inferiori, ai quali affidano l’incarico di annunziare al popolo la divina parola, in quei modi e con quelle condizioni che la varietà dei casi richiede.

Anche il Vescovo di Roma, e forse più di ogni altro, deve fare appello all’opera di siffatti ausiliari, per compiere il suo dovere di predicare il Vangelo alla diocesi a cui è più intimamente legato. E Noi siamo lieti di salutare altrettanti ausiliari del Nostro ministero episcopale in voi, dilettissimi figli, che siete destinati a predicare al popolo di Roma nell’imminente Quaresima. Voi siete oggi adunati alla Nostra presenza quasi per ricevere in maniera solenne la missione di rappresentare il Vescovo di Roma nel parlare al suo popolo, e Noi non indugiamo a darvela, confermando l’approvazione che il Nostro Cardinale Vicario ha già dato alla scelta delle vostre persone per l’altissimo ufficio di predicatori quaresimalisti.

Ma, appunto perché destinati a rappresentarCi in un ufficio che, al pari di Noi, certamente considerate di somma gravità, voi, o dilettissimi figli, dovete ora accogliere il desiderio di conoscere in qual modo Noi intendiamo la Nostra rappresentanza sia da voi assicurata.

Per corrispondere ad un desiderio tanto legittimo, Ci piace anzitutto ricordarvi quale dovrà essere la materia dei vostri sermoni. Non vogliamo farvi il torto di supporre che ignoriate l’obbligo vostro di predicare « la parola di Dio »; epperò non vorremmo ammettere neppure la possibilità che si trovi tra voi chi si prepari a portare sul pulpito aride questioni di filosofia, di storia o di politica. Il sacro oratore deve mirare principalmente all’utilità spirituale di chi lo ascolta; ma la norma del vivere cristiano si deduce da quella « parola di Dio, scritta e rivelata » che forma il « deposito della fede », e che è autorevolmente interpretata dall’ineffabile magistero che lo stesso Iddio ha posto nella Chiesa. A questo fonte purissimo ricorrano dunque i sacerdoti oratori per attingere l’acqua salutare con cui devono saziare il popolo sitibondo di verità: attingano da esso le dottrine dommatiche, che sole possono ravvivare lo spirito della fede, omai tanto illanguidito anche in questa città di Roma; e ne attingano altresì le verità morali, che devono indirizzare il cristiano nell’adempimento dei doveri che ha verso Dio, verso il prossimo e verso se medesimo.

È lungi dall’animo Nostro il pensiero di disapprovare l’uso moderato di una efficace confutazione degli errori moderni; non intendiamo davvero condannare chi volge lo sguardo alle condizioni della società in cui vivono coloro ai quali egli indirizzi la parola. Ma la confutazione degli errori moderni, oltre che riservata solo a quell’ambiente in cui può essere opportuna, Noi la vorremmo presentata come logica conseguenza dei princìpi prima indiscutibilmente stabiliti: solo allora che si sarà persuaso il popolo della necessità di accogliere l’insegnamento di Dio anche in ciò che l’umano intelletto non arriva a comprendere, si potrà utilmente dedurre la stoltezza del libero esame in materia di fede, o la superbia di chi nega il miracolo. E si rivolga pure lo sguardo alle condizioni della società in cui vive, non per fare descrizioni degne di alunni di rettorica, ma principalmente per indicare il frutto che i fedeli devono trarre dalla predica ascoltata.

Abbiamo accennato al frutto della predica. Non vi sia grave, o dilettissimi figli, che, insistendo su di esso, vi diciamo apertamente che un sacro oratore non deve mirare tanto a correggere l’intelletto quanto a riformare il cuore; anzi la stessa correzione degli errori della mente dev’essere dal sacro oratore ordinata al miglioramento della vita pratica degli uditori. Non vi sia dunque tra voi chi si contenti di una bella esposizione della verità cattolica, meno ancora chi si appaghi di una brillante confutazione degli errori moderni, senza discendere, nell’uno e nell’altro caso, alle applicazioni pratiche. Oh! quante volte gli uditori non sanno trarre da soli le conseguenze, che pur derivano dalle premesse riconosciute indiscutibili! Spetta a voi, banditori della divina parola, il perfezionare l’opera vostra, facendo toccare con mano ai vostri uditori come e quando devono cambiare il loro modo di agire, ora astenendosi da ciò che prima facevano, ora facendo ciò che prima omettevano. Non vi trattenga il timore di venir meno alla stima dovuta agli uditori: la indicazione concreta del frutto che deve trarsi da una predica, per molti è di necessità assoluta, per nessuno può essere superflua, come superflua non è la parola dell’amico che incoraggia al bene anche chi ha già in animo di compiere quello stesso bene.

Nulla diciamo della forma con cui intendiamo debba annunziarsi la parola di Dio. Il rispetto che a questa è dovuta e l’altissima stima che senza dubbio avete del vostro ministero, vi rendono persuasi, o dilettissimi figli, della necessità di escludere da voi tutto ciò che potrebbe togliere o diminuire la gravità richiesta nel sacro oratore. Una sola cosa vogliamo a voi ricordata riguardo alla forma dei discorsi, ed è la cura onde si deve in essi imprimere un ordine evidentissimo tra le varie loro parti: mentre l’ordine facilita a tutti l’intelligenza della proposizione dimostrata, riesce invece difficile ad un uditore di mezzana cultura il ritenere una predica nella quale i vari argomenti non appariscono collegati fra loro, o le differenti parti non sieno vicendevolmente ordinate.

Ma nel parlare a voi che siete destinati a predicare in Roma nella imminente Quaresima, Noi non abbiamo inteso dir cose a voi ignote; abbiamo solo voluto ricordarvi ciò che certamente già sapevate, per animarvi ognor meglio a fare quanto da voi si possa per rendere fruttuosa la missione, che vi affidiamo, di rappresentarCi nell’annunziare la divina parola al popolo di Roma. Può dirsi che un’analoga rappresentanza, affidata anzi in modo stabile e permanente, compete ai singoli parroci di quest’alma Città, perché anch’essi esercitano presso il popolo quel ministero di cui al Vescovo di Roma è riservata la cura abituale.

A ragione, o dilettissimi, Noi possiamo dunque chiamare anche voi « nostri cooperatori », e non a torto voi dovete prendere per voi ciò abbiamo detto testé per i sacri oratori, venuti ad essere Nostri ausiliari nell’annunziare la divina parola durante il tempo quadragesimale.

Siamo tuttavia consapevoli che così i parroci come i sacri oratori, a rendere veramente fruttuoso il rispettivo ministero, abbisognano più che di ogni altro presidio della benedizione di Dio: «Nisi Dominus aedificaverit domum, in vanum laboraverunt qui aedificant eam » (Ps. CXXVI), epperò questa invochiamo copiosa sugli uni e sugli altri. La benedizione di Dio illumini la mente ed infiammi il cuore ai banditori della sua santa parola in questa eterna città; deh! sia come rugiada che faccia sviluppare e crescere il buon seme da essi deposto nell’anima dei fedeli uditori, affinché alla santità del loro ministero corrisponda l’abbondanza del frutto, e i figli di Roma, nelle prossime feste pasquali, Ci rallegrino con una più estesa partecipazione ai santi sacramenti.

 

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