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ALLOCUZIONE DEL SANTO PADRE BENEDETTO XV
AI CARDINALI DI SANTA RIOMANA CHIESA
IN RISPOSTA AGLI AUGURI NATALIZI
ESPRESSI DAL CARDINALE DECANO
VINCENZO VANNUTELLI

Venerdì, 24 dicembre 1920

 

Tanto più graditi riescono gli augurî quanto più gravi sono le calamità che opprimono, e quanto è maggiore il bisogno di conforto che ha colui il quale riceve gli augurî stessi. Ella, signor Cardinale, nel presentarCi i voti del Sacro Collegio per le imminenti Feste Natalizie, ha dovuto pur troppo rilevare che, sebbene sieno cessate, in massima parte, le ostilità delle armi, nondimeno, « incombe tuttora sul mondo un peso immenso di trepidazioni e di disagi, aggravato dalla guerra interna dei popoli e dalle lotte delle classi sociali ». E con delicato pensiero, da Noi altamente apprezzato, Ella ha pure ricordato il domestico lutto da cui siamo stati recentemente colpiti.

Sono dunque sventure di ordine privato, sono calamità di ordine pubblico che a Noi, doppiamente bisognevoli di conforto, rendono particolarmente accetti gli augurii che Ella, signor Cardinale, Ci ha presentato in nome del Sacro Collegio. Ad accrescere il nostro gradimento concorre anche la circostanza del giorno che dalle tenebre della terra Ci fa assorgere al sereno orizzonte di gaudio e di pace dischiuso dal Nascente Redentore.

A questo orizzonte sereno si elevava appunto la nobile voce dell’E.mo Cardinale Decano, quando or ora diceva, che, « nonostante il peso di tanti mali, è pur sempre aperto l’adito alle maggiori speranze, innanzi al cumulo di celesti doni recati all’umano genere dalla pietosa venuta del Salvatore ». A gran ragione Noi possiamo infatti credere che Chi ci alleviò in addietro, Chi ci fece compiere quel poco di bene che all’E.mo Decano è piaciuto di ricordare come fatto da Noi nel passato anno, vorrà Egli sostenerCi anche in avvenire, guidandoCi, col lume e colla forza della sua grazia, a compiere almeno una parte di quel « moltissimo » che resta a fare.

Rimane tuttora — ella lo dichiarava, signor Cardinale — un compito che nessun altro periodo della Storia sortì così grave e difficile; il compito, innanzi tutto, della pacificazione degli animi, il quale, se è evidente dove arde ancora la guerra, non lo è meno dove la guerra esterna delle armi ha ceduto il posto alla intestina guerra degli animi: e col compito della pacificazione, rimane quello, pur tanto impellente, della restaurazione dell’ordine e del costume, senza i quali non vi è vita civile.

La guerra, accesa sette anni or sono, sedata da due anni, non spenta ancora in tutte le parti del globo, se ha seminato rovine materiali che straziarono l’umanità, e che anche al presente impietosiscono ogni cuore, massime alla vista della povera infanzia, molto maggiori ha seminato le rovine morali, alle quali non pensò mai l’umana sapienza, preoccupata solo del potere, dei confini e delle sostanze.

Ma sono appunto le rovine morali che si parano innanzi alla Nostra morale missione; e cinque principalmente, quali nuove piaghe dell’età Nostra, Noi ne dobbiamo deplorare, come esiziali al bene delle anime, non meno che al materiale benessere del popolo cristiano. Son desse: la negazione dell’autorità; l’odio dei fratelli; la smania dei godimenti; la nausea del lavoro; l’oblio infine di quell’uno che è in questa terra necessario, e che ogni altra cosa, come secondaria, sorpassa: porro unum necessarium ».

Nell’incalzare di questi mali le Nazioni e i loro Consigli si sforzano di avvisare ai rimedii. Ma qui torna opportuno di ricordare l’antico monito: « Se non è il Signore che ricostruisce gli Stati, vano è il lavoro di chi vuol farsi ricostruttore ». (Ps. CXXVI). Non diverso è il monito che discende dalla natura stessa della Nostra Missione, o dall’indole di quell’opera che è stata affidata al Capo della Chiesa. È il monito di tornare a Cristo, di tornare alla luce dei suoi insegnamenti, di tornare, in una parola, al Vangelo.

Oh! tornino al Vangelo gli individui, i popoli che oggi appariscono insofferenti di disciplina, di autorità, di soggezione: sia suddita ogni anima alle potestà in alto locate, perché da Dio proviene ogni potere.

Tornino gli individui e i popoli al Vangelo, e, per esso, tornino all’amore fraterno. Padre nostro è uno solo, il Padre dei cieli: perciò tutti gli uomini sono fratelli. Ma se tutti sono fratelli fra loro, perché dunque, si chiede San Giacomo, perché le guerre e le liti? «Unde bella et lites in vobis? ». (S. Iac. IV. 1).

A questa domanda lo stesso apostolo risponde che « le guerre e le liti provengono dalle concupiscenze che agitano le membra degli uomini »: «Nonne hinc? ex concupiscentiis vestris, quae militant in membris vestris? ». (ibid.) Ma tornino gli uomini al Vangelo, tornino i popoli alla semplicità del costume, alla castigatezza cristiana, e saranno sanate ad un tempo due fra le cinque piaghe morali da Noi deplorate. Cesserà infatti l’ansia del godere, l’ingordigia degli averi, l’invidia dell’altrui sorte: oh! chi non comprende che il Vangelo, sanando la piaga morale che proviene dalla smania dei godimenti, può sanare anche quella dell’odio dei fratelli? Il bene individuale, la pace famigliare, il progresso sociale sono legati alla compressione delle umane concupiscenze.

Un’altra piaga dell’odierna società è la nausea del lavoro, che produce gli scioperi, impedisce lo sviluppo delle arti e delle industrie, e fa cessare la vita del commercio. A guarire questa altra piaga è necessario raddrizzare nella mente degli individui il concetto del lavoro. Ma in nessuna scuola meglio che nell’officina di Nazareth, da nessun maestro meglio che dal divino operaio, il quale stette « in laboribus a iuventute sua », può l’individuo attingere la vera nozione del lavoro. Ecco dunque confermata una volta di più la necessità di tornare al Vangelo, per imparare che il lavoro è fattore di benessere, scuola di santità, garanzia di pace.

E quasi compendio dei ritorni all’autorità, alla fraternità, alla morigeratezza, al lavoro, tornino gli individui e i popoli al pensiero, e al pratico rispetto del sovrannaturale, di cui oggi è tanto comune l’oblio. Solo tornando al Vangelo, principio e documento della trasformazione operata un tempo da Gesù Cristo nel mondo, si potrà avere quel rinnovamento della società, che è ora ridivenuto più cbe mai necessario, dopo le esiziali deformazioni operate dalla guerra.

Sotto gli auspici adunque della Chiesa continuino anche oggi, e si intensifichino lo studio, la ricerca, la venerazione del gran libro dove è consegnata la ricetta di salute, e dove sta scritto: « non est in alio aliquo salus ». (Act. IV, 12).

Non senza motivo ci siamo indugiati alquanto nel dichiarare ciò che importa la retaurazione dell’ordine e del costume, perché, insieme alla pacificazione degli animi di cui non è gran tempo che abbiamo parlato ai Vescovi in apposita Enciclica, costituisce il compito che ci rimane da assolvere. È quel « moltissimo » che dicevamo doversi fare da Noi, dopo quel « poco » che l’E.mo Cardinale Decano, con parola troppo indulgente e benevola, si è compiaciuto ricordare, come fatto da Noi, nell’anno che volge ormai alla fine.

In vista della importanza di questo compito, apprezziamo sempre meglio l’augurio del Sacro Collegio, che, pel labbro autorevole e sempre eloquente del suo E.mo Decano, Ci implorava le grazie necessarie a compiere « l’opera salvatrice » da Dio commessa al suo Vicario.

E questo augurio apprezziamo anche più specialmente, perché uscito da cuori, dei quali ci è agevole argomentare la benevolenza futura da quella che hanno usato in addietro verso la Nostra Persona. La larga partecipazione, presa dal Sacro Collegio così al recente nostro lutto domestico come alle feste da Noi promosse in onore di San Girolamo, dice abbastanza quale stretta unione voglia esso avere con Noi. Alla nostra volta, Noi cogliamo l’occasione della fausta ricorrenza delle feste Natalizie per ringraziare l’Augusto Nostro Senato del valido aiuto che Ci presta nel governo della Chiesa. E mentre facciamo assegnamento sulla sua cooperazione ulteriore, ai singoli membri di esso, e a quanti hanno oggi voluto associarsi al suo filiale officio, impartiamo, auspice di grazie ed argomento di sincero ricambio di augurii e voti, l’Apostolica Benedizione.

 

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