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PAPA FRANCESCO

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA
DOMUS SANCTAE MARTHAE

Tre uscite

Sabato, 17 settembre 2016

 

(da: L'Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLVI, n.214, 18/09/2016)

I rappresentanti pontifici devono uscire tre volte da se stessi: fisicamente, perché sono sempre con le valigie in mano; culturalmente, perché devono calarsi subito nel contesto in cui sono inviati; e poi con la preghiera e l’adorazione davanti al tabernacolo. Concelebrando la messa con i partecipanti all’incontro giubilare, sabato mattina, 17 settembre, nella cappella della Casa Santa Marta, il Papa ha voluto delineare il profilo spirituale di quanti svolgono il lavoro diplomatico al servizio della Santa Sede.

A dare lo spunto a Francesco per la meditazione è stata la parabola del seminatore che Luca racconta nel Vangelo (8, 4-15): «“Il seminatore uscì a seminare il suo seme”: è una figura, un’icona che Gesù ci offre per capire la vita cristiana: il cristiano è un uomo, una donna in uscita, sempre, per seminare».

Rivolgendosi quindi direttamente ai presenti, il Papa ha detto che «in modo speciale, anche superlativo, voi siete uomini in uscita: qualche volta vi ho detto che la vostra vita è una vita da zingari, due, tre, quattro anni qui, cinque»; e poi, «quando si è imparata bene la lingua, uno squillo da Roma: “Ah, senti, come stai?” – “Bene” – “Sai, il Santo Padre, che ti vuole tanto bene, ha pensato a te per questo”. Perché queste chiamate, queste telefonate si fanno con “zucchero”, no?».

Il rappresentante pontificio, ha continuato il Pontefice, sa di dover essere sempre pronto a «fare le valigie e andare in un altro posto: lasciare amici, lasciare abitudini, lasciare tante cose che ha fatto». Deve continuamente «uscire da se stesso, uscire da quel posto per andare in un altro e lì incominciare».

Ma «c’è un’altra uscita — ha affermato il Pontefice — che il nunzio fa e deve fare: quando arriva in un Paese, uscire da se stesso per conoscere, il dialogo, per studiare la cultura, il modo di pensare». E deve anche «uscire da se stesso per andare ai ricevimenti, tante volte noiosi, ma lì ascoltare». In quei contesti «si semina» e «il seme è sempre buono, il chicco è buono, soltanto è necessario guardare un po’ che il diavolo non abbia messo lì un po’ di zizzania; ma il chicco è buono».

Questo «lavoro di ricominciare, fare, capire la cultura — ha proseguito il Papa — si potrebbe pensare che è un lavoro troppo funzionale, un lavoro amministrativo pure» e, visto che «nella Chiesa ci sono tanti laici bravi», ci si potrebbe domandare: «Perché non possono farlo loro?». Alla questione Francesco ha risposto con una confidenza: «L’altro giorno, parlando su questo argomento, ho sentito il segretario di Stato che diceva: “Ma, guardate, nei ricevimenti, tanti che sembrano superficiali cercano “il colletto”».

«Tutti voi sapete bene — ha detto Francesco rivolgendosi ancora ai rappresentanti pontifici — che cosa avete fatto in tante anime; in quella mondanità, ma senza assumere la mondanità, prendendo le persone come sono, ascoltarle, dialogare: è anche questa un’uscita da se stesso del nunzio, per capire la gente, dialogare. È croce».

Riprendendo l’essenza della parabola evangelica, Francesco ha fatto notare come Gesù dica «che il seminatore semina il chicco, semina il grano e poi si riposa, perché è Dio che lo fa germogliare e crescere». Ecco che «anche il nunzio deve uscire da se stesso verso il Signore che fa crescere, che fa germogliare il seme; e deve uscire da se stesso davanti al tabernacolo, nella preghiera, nell’adorazione». Questa, ha spiegato, «è una testimonianza grande: il nunzio solo adora colui che fa crescere, colui che dà vita».

Queste sono dunque, per il Papa, «le tre uscite di un nunzio». La prima è «l’uscita fisica: fare le valigie, la vita da zingaro». Poi c’è «l’uscita, diciamo, culturale: imparare la cultura, imparare la lingua». Perché, ha spiegato ancora Francesco, in quella telefonata che il rappresentante pontificio riceve per la comunicazione di un nuovo incarico gli viene anche chiesto quali lingue parli. E magari la risposta potrebbe essere: «Io parlo l’inglese bene, il francese, me la cavo con lo spagnolo». Eppure potrebbe anche sentirsi dire: «Ma senti, il Papa ha pensato di inviarti in Giappone!» — «Ma neppure conosco una lettera di questi giapponesi!» — «Bene, imparerai!». A questo proposito il Papa ha confidato ai presenti di essere «rimasto edificato da uno di voi che, prima di presentare le credenziali, in due mesi aveva imparato una lingua difficile e aveva imparato in quella lingua a celebrare: ha ri-cominciato questa uscita con entusiasmo, con gioia».

La «terza uscita», infine, è «la preghiera, l’adorazione». E questo aspetto, ha affermato Francesco, «è più forte» in coloro che non sono più in servizio attivo, perché «è anche un compito di fratellanza»: essi pregano di più, devono pregare «di più per i fratelli che sono lì, nel mondo». Ma «anche il nunzio che è in carica» non deve «dimenticare questa adorazione, perché il padrone faccia crescere quello che lui ha seminato».

Queste sono dunque, per i rappresentanti pontifici, «tre uscite e tre modi di servire Gesù Cristo e la Chiesa». E «la Chiesa ringrazia voi per queste tre uscite, ringrazia tanto». E, ha concluso il Papa, «anche io, personalmente, voglio ringraziarvi: tante volte ammiro, quando ricevo, al mattino presto, le vostre comunicazioni: “Guarda questo come fa bene”». Ai presenti, prima di riprendere la celebrazione della messa, il Papa ha augurato proprio che il Signore dia «la grazia di essere sempre aggiornati in queste tre uscite, queste tre uscite da voi stessi».

 



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