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PAPA FRANCESCO

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA
DOMUS SANCTAE MARTHAE

Il congedo di un vescovo

Martedì, 30 maggio 2017

 

(da: L'Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLVII, n.124, 31/05/2017)

«Preghiamo per i pastori, per i nostri pastori: per i parroci, per i vescovi, per il Papa; perché la loro sia una vita senza compromessi, una vita in cammino, e una vita dove loro non si credano al centro della storia e così imparino a congedarsi». È l’invocazione elevata da Francesco al termine dell’omelia con cui ha commentato la liturgia della parola di martedì 30 maggio, durante la messa mattutina a Santa Marta.

In particolare il Pontefice si è soffermato sulla prima lettura, tratta dagli Atti degli apostoli (20,17-27), che — ha detto — «si può intitolare “Il congedo di un vescovo”». Infatti nel racc0nto «Paolo si congeda dalla Chiesa di Efeso. Quella Chiesa che lui aveva fondato, quel giorno della Pentecoste di Efeso, quando scese su di loro lo Spirito Santo».

«Aveva seguito — ha continuato il Papa riprendendo la descrizione della scena — ma adesso deve andarsene. E da Mileto mandò a chiamare a Efeso tutti i presbiteri». Insomma, ha chiarito Francesco usando una terminologia attuale, «era come una riunione di consiglio presbiteriale, ma dove il vescovo si congeda, il pastore si congeda». Del resto, ha fatto notare, «tutti i pastori dobbiamo congedarci. Arriva un momento dove il Signore ci dice: vai da un’altra parte, vai di là, va di qua, vieni da me. E uno dei passi che deve fare un pastore è anche prepararsi per congedarsi bene, non congedarsi a metà». Anche perché, ha messo in guardia, «il pastore che non impara a congedarsi è perché ha qualche legame non buono col gregge, un legame che non è purificato per la croce di Gesù».

Ecco allora, prosegue la narrazione, che «Paolo si congeda». Ma, ha evidenziato il Pontefice, «il passo di questo congedo non finisce con la lettura di oggi, va fino alla fine del capitolo 20». Da qui la raccomandazione di Francesco: «chiedo a tutti voi di leggere oggi questo capitolo 20 dal versetto 17 fino alla fine. Capitolo 20. Questo consiglio presbiteriale nel quale Paolo vescovo si congeda».

Leggendo il brano, infatti, il Papa ha individuato «tre atteggiamenti» da sottolineare in questo congedo dell’apostolo. Il primo si può notare quando gli anziani della Chiesa giunsero presso di lui e Paolo disse: «Voi sapete come mi sono comportato con voi per tutto questo tempo, fin dal primo giorno in cui arrivai in Asia: ho servito il Signore con tutta umiltà, tra le lacrime, le prove». Dunque, «non si vanta, non è un atto di vanità. No. Racconta la storia». E in tal modo fa risaltare un aspetto, il primo punto che il Papa intende «sottolineare: “Non mi sono mai tirato indietro”. Una delle cose che darà tanta pace al pastore quando si congeda è ricordarsi che mai è stato un pastore di compromessi. “Non mi sono mai tirato indietro”, senza compromessi».

E per questo ci vuole coraggio. È lo stesso Paolo ad affermarlo: «Voi ricordate... perché io potessi istruirvi, predicarvi, darvi testimonianza a tutti». Dunque «non si vanta, perché lui dice che è il peggiore dei peccatori, lo sa e lo dice. Ma qui sta facendo un racconto della sua storia in questa Chiesa». E «poi riprende, l’altra parte del passo, dopo il capitolo 27, fino alla fine, qualche cosa del genere di questo rendiconto, di questo esame di coscienza». Insomma, ha spiegato Francesco, «il pastore si congeda e ha nel cuore la pace di sapere che non ha guidato la Chiesa con i compromessi. Non si è tirato indietro». Ecco perché, ha detto il Papa, «se leggiamo fino alla fine» questo passo «da soli, piangeremo, come hanno pianto i presbiteri. La bellezza della verità, della vita».

Passando poi al secondo punto, il Pontefice ha avvertito che Paolo dopo aver guardato al passato ora pensa al presente: «Ed ecco costretto dallo Spirito io vado a Gerusalemme senza sapere ciò che là mi accadrà». In pratica l’apostolo dice: «Obbedisco allo Spirito: “Costretto dallo Spirito vado”». Da qui il secondo punto sottolineato dal Pontefice: «il pastore sa che è in cammino». Infatti Paolo «mentre guidava la Chiesa era con l’atteggiamento di non fare compromessi; adesso lo Spirito gli chiede di mettersi in cammino, senza sapere cosa accadrà. E continua perché lui non ha cosa propria, non ha fatto del suo gregge un’appropriazione indebita. Ha servito. “Adesso Dio vuole che io me ne vada? Me ne vado senza sapere cosa mi accadrà. So soltanto — lo Spirito gli aveva fatto sapere quello — che lo Spirito santo di città in città mi attesta che mi attendono catene e tribolazioni”. Quello lo sapeva».

Insomma, per il Papa è come se Paolo volesse dire: «Non vado in pensione. Vado altrove a servire altre Chiese. Sempre il cuore aperto alla voce di Dio: lascio questo, vedrò cosa il Signore mi chiede. E quel pastore senza compromessi è adesso un pastore in cammino. Perché non si è appropriato del gregge».

Ed è solo chiedendosi: «perché non si è appropriato?» — ha proseguito il Pontefice nella sua riflessione — che emerge «il terzo tratto» da sottolineare. «Non ritengo in nessun modo preziosa la mia vita», dice Paolo, quasi a significare: «non sono il centro della storia, della storia grande o della storia piccola, non sono il centro. “Non ritengo preziosa la mia vita. Sono un servitore”». E questo ha rimandato alla mente del celebrante «quel detto popolare: come si vive, si muore; come si vive, ci si congeda». Così Paolo «si congeda con la libertà che ha avuto quel giorno che ha fatto la domanda: “Avete ricevuto lo Spirito Santo?”. E poi la libertà senza compromessi, in cammino, e “io non sono il centro della storia”: così si congeda un pastore. Il grande Paolo ci insegna».

Infine il capitolo degli Atti si conclude con la scena degli ascoltatori dell’apostolo, che piangono, perché dice loro: “Non vedrete mai me”. «Si inginocchiano, pregano, lo accompagnano alla nave e se ne va», ha concluso il Papa, esortando «con questo esempio tanto bello» a pregare «per i nostri pastori».



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