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PAPA FRANCESCO

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA
DOMUS SANCTAE MARTHAE

Guardare con il cuore

Martedì, 19 settembre 2017

 

(da: L'Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLVII, n.215, 20/09/2017)

Cosa significa «guardare con il cuore», avere davvero «compassione» e non semplice «pena» di fronte al dolore delle persone. A questo tema il Papa ha dedicato la meditazione della messa celebrata a Santa Marta martedì 19 settembre. Prendendo spunto dal brano liturgico del vangelo di Luca (7, 11-17), con il passo dell’incontro di Gesù con la vedova di Nain, il Pontefice ha colto l’occasione per una catechesi sul rapporto del cristiano con la sofferenza dei poveri e degli emarginati.

Francesco ha esordito sottolineando che Gesù, pur essendo con i discepoli in mezzo a una grande folla, «ebbe la capacità di guardare una persona», una «vedova che andava a seppellire il suo unico figlio». Bisogna tenere presente, ha ricordato, che «nell’Antico testamento, i più poveri erano le vedove, gli orfani e gli stranieri, i forestieri». Nella Scrittura si trovano continuamente esortazioni del tipo: «Abbi cura della vedova, dell’orfano e del migrante». Del resto, «la vedova è sola, l’orfano ha bisogno di cura per inserirsi nella società», e riguardo allo straniero, al migrante, si fa continuamente riferimento all’esilio in Egitto. È un vero e proprio «ritornello nel Deuteronomio, nel Levitico... è un ritornello... nei Comandamenti...». Sembra, ha aggiunto il Papa, che questi fossero proprio «i più poveri, anche più poveri degli schiavi: la vedova, l’orfano e il migrante, il forestiero, lo straniero».

Un’attenzione che si ritrova nell’atteggiamento di Gesù, il quale «ha la capacità di guardare il dettaglio»: c’era tanta folla, ma lui «guarda lì... Gesù guarda con il cuore».

A questo punto il Pontefice ha analizzato il comportamento di Gesù e ha individuato «tre parole che ci aiutano a capire cosa ha fatto» per stare accanto alla vedova, per «andare sulla stessa strada».

Innanzitutto, «ebbe compassione». Si legge infatti che «vedendola, il Signore fu preso da grande compassione per lei». La compassione, ha spiegato Francesco, «è un sentimento che coinvolge, è un sentimento del cuore, delle viscere, coinvolge tutto». Soprattutto, «non è lo stesso della “pena”», o di chi dice: «...peccato, povera gente!”: no, non è lo stesso». La compassione, infatti «coinvolge. È “patire con”». E Gesù «si coinvolge con una vedova e con un orfano». Qualcuno, ha osservato il Pontefice, potrebbe obiettare: «Ma di’, tu hai tutta una folla qui, perché non parli alla folla? Lascia... la vita è così... sono tragedie che succedono, accadono...». E invece, «no. Per lui erano più importanti quella vedova e quell’orfano morto che la folla alla quale lui stava parlando e che lo seguiva». Perché, ha spiegato il Papa, «il suo cuore, le sue viscere si sono coinvolti. Il Signore, con la sua compassione, si è coinvolto in questo caso. Ebbe compassione».

C’è poi una «seconda parola» da notare: Gesù «si avvicinò. La compassione lo ha spinto ad avvicinarsi». Ha spiegato Francesco: «Avvicinarsi è segnale di compassione. Io posso vedere tante cose ma non avvicinarmi. Forse sento un dolore... ma, povera gente...». E tuttavia avvicinarsi è un’altra cosa. Il vangelo aggiunge un dettaglio: Gesù disse «non piangere» alla donna. E il Pontefice, a tale riguardo ha rivelato: «a me piace pensare che «il Signore, quando diceva questo a quella donna, l’abbia accarezzata»; egli «ha toccato la donna e ha toccato la bara». Bisogna, ha detto «avvicinarsi e toccare la realtà. Toccare. Non guardarla da lontano».

Accade poi il miracolo della risurrezione del figlio della vedova. E «Gesù non dice: “Arrivederci, io continuo il cammino”», ma «prende il ragazzo e cosa dice? “Lo restituì a sua madre”». Ecco allora la terza parola chiave: «restituire. Gesù fa dei miracoli per restituire, per mettere al proprio posto le persone. Ed è quello che ha fatto con la redenzione». Dio «ebbe compassione, si avvicinò a noi nel suo Figlio, e restituì tutti noi alla dignità di figli di Dio. Ci ha ricreati tutti».

Un esempio che ogni cristiano deve seguire nella vita di ogni giorno: «Anche noi dobbiamo fare lo stesso», ha spiegato il Papa dando un esempio concreto. Succede infatti che «tante volte guardiamo i telegiornali o la copertina dei giornali, le tragedie... ma guarda, in quel Paese i bambini non hanno da mangiare; in quel Paese i bambini fanno da soldati; in quel Paese le donne sono schiavizzate; in quel Paese... oh, quale calamità! Povera gente...». Poi però «volto pagina e passo al romanzo, alla telenovela che viene dopo. E questo non è cristiano».

Da qui l’invito a un esame di coscienza: «Io sono capace di avere compassione? Di pregare? Quando vedo queste cose, che me le portano a casa, attraverso i media la tv... le viscere si muovono? Il cuore patisce con quella gente, o sento pena, dico “povera gente”», e poi finisce lì?

E se ci rendiamo conto di questo, ha aggiunto Francesco, dobbiamo «chiedere la grazia: “Signore, dammi la grazia della compassione!”».

Allo stesso modo, quando si incontra una persona bisognosa: «Mi avvicino? Ci sono tanti modi di avvicinarsi... O cerco di aiutarlo da lontano?». C’è infatti chi si giustifica dicendo: «Sa, padre, che questa gente puzza, e a me non piace sentire, perché questa gente non fa la doccia, puzza...».

E ancora, ha aggiunto il Pontefice, ogni cristiano dovrebbe chiedersi: «Sono capace — con la preghiera di intercessione, con il mio lavoro di cristiano — di aiutare affinché la gente che soffre venga restituita alla società, nella vita di famiglia, nella vita di lavoro, nella vita quotidiana?».

Da qui l’esortazione finale: «Pensiamo a queste tre parole: ci aiuteranno. Compassione, avvicinarsi, restituire». Con l’invito a pregare affinché «il Signore ci dia la grazia di avere compassione davanti a tanta gente che soffre, ci dia la grazia di avvicinarci e la grazia di portarli per mano al posto di dignità che Dio vuole per loro».

 



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