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VEGLIA DI PREGHIERA CON I GIOVANI ITALIANI

Circo Massimo
Sabato, 11 agosto 2018

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Dialogo con i giovani

Riflessione finale del Santo Padre


 

DIALOGO DEL SANTO PADRE FRANCESCO CON I GIOVANI

L’incontro si apre con un saluto da parte di Elena di Modena a nome dei giovani italiani. Al termine del saluto, verrà portato al Papa il dono che i giovani italiani gli faranno come segno di riconoscenza per questo incontro.

 

Prima domanda

Sarà fatta da due giovani: Letizia, 23 anni e Lucamatteo, 21. Essi esprimono due aspetti della stessa ricerca: quella che riguarda la costruzione della propria identità personale e dei propri sogni.

LETIZIA

Caro Papa Francesco, sono Letizia, ho 23 anni e studio all’università. Vorrei dirle una parola a proposito dei nostri sogni e di come vediamo il futuro. Quando ho dovuto compiere l’importante scelta di cosa fare alla fine della V superiore, ho avuto paura a confidare quello che realmente sognavo di voler diventare, perché avrebbe significato scoprirsi completamente agli occhi degli altri e di me stessa.

Avevo deciso di affidarmi al parere di alcuni adulti di cui ammiravo la professione e le scelte. Mi sono rivolta al professore che stimavo di più, il prof. di Arte, quello che insegna le cose per me più appassionanti. Gli ho detto che volevo seguire la sua strada, diventare come lui. E mi sono sentita rispondere che ormai non era più come una volta, che i tempi erano cambiati, che c’era la crisi, che non avrei trovato lavoro, e che piuttosto avrei dovuto scegliere un ambito di studi che meglio rispondesse alle esigenze del mercato. ‘Scegli economia’, mi ha detto. Ho sentito una grande delusione; mi sono sentita tradita nel  sogno che gli avevo confidato, quando invece cercavo un incoraggiamento proprio da quella figura che avrei voluto imitare. Alla fine, ho scelto la mia strada, ho scelto di seguire la mia passione e studio Arte.

Invece, un giorno, in oratorio dove sono educatrice, una delle mie ragazze mi ha detto di avere fiducia in me, di stimare le mie scelte. Mi ha detto che rappresento quasi un modello per lei e che avrebbe voluto fare quello che facevo io.

E’ stato lì, in quel momento che ho deciso coscientemente che avrei preso tutto l’impegno di essere educatrice: non sarei stata quell’adulto traditore e deludente, ma avrei dato tempo ed energie, con tutti i pesi che potrà comportare, perché una persona a me si era affidata.

LUCAMATTEO

Santo Padre, quando guardiamo al nostro futuro siamo abituati a immaginarlo tinto di colori grigi, scuri, minacciosi. A dirle la verità a me sembra di vedere una diapositiva bianca, dove non c’è nulla…

Qualche volta ho provato a disegnarlo, il mio futuro. Ma alla fine vedo qualcosa che non mi soddisfa. Provo a spiegarmi: io penso che siamo noi che lo disegniamo, ma spesso ci capita di partire da un grande progetto, una specie di grande affresco a cui poi, nostro malgrado, togliamo via via qualche dettaglio, togliamo via dei pezzi. Il risultato è che i progetti e i sogni, per paura degli altri e del loro giudizio, finiscono per essere più piccoli di quello che erano in partenza.

E soprattutto finisco per creare qualcosa che non sempre mi piace…

 

Risposta del Santo Padre

Buonasera. Vi dico la verità: io conoscevo le domande e ho fatto una bozza di risposta, ma anche – sentendo loro – aggiungerei, spontaneamente qualche cosa. Perché il modo in cui loro hanno fatto le domande va più in là di quello che è scritto.

Tu, Letizia, hai detto una parola molto importante, che è “il sogno”. E tutti e due voi ne avete detta un’altra molto importante: “paura”. Queste due parole ci illumineranno un po’.

I sogni sono importanti. Tengono il nostro sguardo largo, ci aiutano ad abbracciare l’orizzonte, a coltivare la speranza in ogni azione quotidiana. E i sogni dei giovani sono i più importanti di tutti. Un giovane che non sa sognare è un giovane anestetizzato; non potrà capire la vita, la forza della vita. I sogni ti svegliano, di portano in là, sono le stelle più luminose, quelle che indicano un cammino diverso per l’umanità. Ecco, voi avete nel cuore queste stelle brillanti che sono i vostri sogni: sono la vostra responsabilità e il vostro tesoro. Fate che siano anche il vostro futuro! E questo è il lavoro che voi dovete fare: trasformare i sogni di oggi nella realtà del futuro, e per questo ci vuole coraggio, come abbiamo sentito da tutti e due. Alla ragazza dicevano. “No, no: studia economia perché con questo morirai di fame”, e al ragazzo  che “sì, il progetto è buono ma togliamo questo pezzo e questo e questo …”, e alla fine non è rimasto niente. No! Portare avanti con coraggio, il coraggio davanti alle resistenze, alle difficoltà, a tutto quello che fa che i nostri sogni siano spenti.

Certo, i sogni vanno fatti crescere, vanno purificati, messi alla prova e vanno anche condivisi. Ma vi siete mai chiesti da dove vengono i vostri sogni? I miei sogni, da dove vengono? Sono nati guardando la televisione? Ascoltando un amico? Sognando ad occhi aperti? Sono sogni grandi oppure sogni piccoli, miseri, che si accontentano del meno possibile? I sogni della comodità, i sogni del solo benessere: “No, no, io sto bene così, non vado più avanti”. Ma questi sogni ti faranno morire, nella vita! Faranno che la tua vita non sia una cosa grande! I sogni della tranquillità, i sogni che addormentano i giovani e che fanno di un giovane coraggioso un giovane da divano. E’ triste vedere i giovani sul divano, guardando come passa la vita davanti a  loro. I giovani – l’ho detto altre volte – senza sogni, che vanno in pensione a 20, 22 anni: ma che cosa brutta, un giovane in pensione! Invece, il giovane che sogna cose grandi va avanti, non va in pensione presto. Capito? Così, i giovani.

E la Bibbia ci dice che i sogni grandi sono quelli capaci di essere fecondi: i sogni grandi sono quelli che danno fecondità, sono capaci di seminare pace, di seminare fraternità, di seminare gioia, come oggi; ecco, questi sono sogni grandi perché pensano a tutti con il NOI. Una volta, un sacerdote mi ha fatto una domanda: “Mi dica, qual è il contrario di ‘io’?”. E io, ingenuo, sono scivolato nel tranello e ho detto: “Il contrario di io è ‘tu’” – “No, Padre: questo è il seme della guerra. Il contrari di ‘io’ è ‘noi’”. Se io dico: il contrario sei tu, faccio la guerra; se io dico che il contrario dell’egoismo è ‘noi’, faccio la pace, faccio la comunità, porto avanti i sogni dell’amicizia, della pace. Pensate: i veri sogni sono i sogni del ‘noi’. I sogni grandi includono, coinvolgono, sono estroversi, condividono, generano nuova vita. E i sogni grandi, per restare tali, hanno bisogno di una sorgente inesauribile di speranza, di un Infinito che soffia dentro e li dilata. I sogni grandi hanno bisogno di Dio per non diventare miraggi o delirio di onnipotenza. Tu puoi sognare le cose grandi, ma da solo è pericoloso, perché potrai cadere nel delirio di onnipotenza. Ma con Dio non aver paura: vai avanti. Sogna in grande.

E poi, la parola che voi due avete usato: ‘paura’. Sapete? I sogni dei giovani fanno un po’ paura agli adulti. Fanno paura, perché quando un giovane sogna va lontano. Forse perché hanno smesso di sognare e di rischiare. Tante volte la vita fa che gli adulti smettano di sognare, smettano di rischiare; forse perché i vostri sogni mettono in crisi le loro scelte di vita, sogni che vi portano a fare la critica, a criticarli. Ma voi non lasciatevi rubare i vostri sogni. C’è un ragazzo, qui in Italia, ventenne, ventiduenne, che incominciò a sognare e a sognare alla grande. E il suo papà, un grande uomo d’affari, cercò di convincerlo e lui: “No, io voglio sognare. Sogno questo che sento dentro”. E alla fine, se n’è andato, per sognare. E il papà lo ha seguito. E quel giovane si è rifugiato nel vescovado, si è spogliato delle vesti e le ha date al padre: “Lasciami andare per il mio cammino”. Questo giovane, un italiano del XIII secolo, si chiamava Francesco e ha cambiato la storia dell’Italia. Francesco ha rischiato per sognare in grande; non conosceva le frontiere e sognando ha finito la vita. Pensiamo: era un giovane come noi. Ma come sognava! Dicevano che era pazzo perché sognava così. E ha fatto tanto bene e continua a farlo. I giovani fanno un po’ di paura agli adulti perché gli adulti hanno smesso di sognare, hanno smesso di rischiare, si sono sistemati bene. Ma, come vi ho detto, voi non lasciatevi rubare i vostri sogni. “E come faccio, Padre, per non farmi rubare i sogni?”. Cercate maestri buoni capaci di aiutarvi a comprenderli e a renderli concreti nella gradualità e nella serenità. Siate a vostra volta maestri buoni, maestri di speranza e di fiducia verso le nuove generazioni che vi incalzano. “Ma come, io posso diventare maestro?”. Sì, un giovane che è capace di sognare, diventa maestro, con la testimonianza. Perché è una testimonianza che scuote, che fa muovere i cuori e fa vedere degli ideali che la vita corrente copre. Non smettete di sognare e siate maestri nel sogno. Il sogno è di una grande forza. “Padre, e dove posso comprare le pastiglie che mi faranno sognare?”. No, quelle no! Quelle non ti fanno sognare: quelle di addormentano il cuore! Quelle ti bruciano i neuroni. Quelle ti rovinano la vita. “E dove posso comprare i sogni?”. Non si comprano, i sogni. I sogni sono un dono, un dono di Dio, un dono che Dio semina nei vostri cuori. I sogni ci sono dati gratuitamente, ma perché noi li diamo anche gratuitamente agli altri. Offrite i vostri sogni: nessuno, prendendoli, vi farà impoverire. Offriteli agli altri gratuitamente.

Cari giovani: “no” alla paura. Quello che ti ha detto quel professore! Aveva paura? Eh sì, forse lui aveva paura; ma lui aveva sistemato tutto, era tranquillo. Ma perché non voleva che una ragazza andasse per la sua strada? Ti ha impaurito. E cosa ti ha detto? “Studia economia: guadagnerai di più”. Questo è un tranello, il tranello dell’avere, del sistemarsi in un benessere e non essere un pellegrino sulla strada dei nostri sogni. Ragazzi e ragazze, siate voi pellegrini sulla strada dei vostri sogni. Rischiate su quella strada: non abbiate paura. Rischiate perché sarete voi a realizzare i vostri sogni, perché la vita non è una lotteria: la vita si realizza. E tutti noi abbiamo la capacità di farlo.

Il santo Papa Giovanni XXIII diceva: “Non ho mai conosciuto un pessimista che abbia concluso qualcosa di bene” (intervista di Sergio Zavoli a mons. Capovilla in Jesus, n. 6, 2000). Dobbiamo imparare questo, perché ci aiuterà nella vita. Il pessimismo ti butta giù, non ti fa fare niente. E la paura ti rende pessimista. Niente pessimismo. Rischiare, sognare e avanti.

 

Seconda domanda

Sarà posta da Martina – 24 anni: riguarda il discernimento nella vita e l’idea di impegno e responsabilità nei confronti del mondo che i giovani si stanno facendo in questo tempo.

Santo Padre, sono Martina, ho 24 anni. Qualche tempo fa, un professore mi fece riflettere su come la nostra generazione non sia capace neppure di scegliere un programma in tv, figuriamoci di impegnarsi in una relazione per la vita…

In effetti, io faccio fatica a dire di essere fidanzata. Preferisco, piuttosto, dire che “sto”: è più semplice! Comporta meno responsabilità, almeno agli occhi degli altri!

Nel profondo, però, sento fortemente di volermi impegnare a progettare e a costruire fin da adesso una vita assieme.

Allora mi chiedo: perché il desiderio di intessere relazioni autentiche, il sogno di formare una famiglia, sono considerati meno importanti di altri e devono essere subordinati a seguire una realizzazione  professionale? Io percepisco che gli adulti si aspettano questo da me: che prima raggiunga una professione, poi inizi ad essere una “persona”.

Abbiamo bisogno di adulti che ci ricordino quanto è bello sognare in due! Abbiamo bisogno di adulti che pazientino nello starci vicino e così ci insegnino la pazienza di stare accanto; che ci ascoltino nel profondo e ci insegnino ad ascoltare, piuttosto che ad avere sempre ragione!

Abbiamo bisogno di punti di riferimento, appassionati e solidali.

Non pensa che all’orizzonte siano rare le figure di adulti davvero stimolanti? Perché gli adulti stanno perdendo il senso della società, dell’aiuto reciproco, dell’impegno per il mondo e nelle relazioni? Perché questo tocca qualche volta anche i preti e gli educatori?

Io credo che valga sempre la pena di essere madri, padri, amici, fratelli…per la vita! E non voglio smettere di crederci!

 

Risposta del Santo Padre

E’ coraggiosa, Martina, eh? Scuote la nostra la stabilità, e anche parla con fuoco! Io avrei voglia di domandarle, se forse è la nipote di San Giovanni Crisostomo per come parla, così forte, con tanta forza! Scegliere, poter decidere di sé sembra essere l’espressione più alta di libertà. Scegliere e poter decidere di sé. E in un certo senso lo è. Ma l’idea di scelta che oggi respiriamo è un’idea di libertà senza vincoli, senza impegni e sempre con qualche via di fuga: un “scelgo, però…”. Lei ha messo il dito nella piaga: scegliere quello per tutta la vita, la scelta dell’amore … Anche lì possiamo dire: “Scelgo, però non adesso ma quando finirò gli studi”, per esempio. Lo “scelgo, però”: quel “però” ci ferma, non ci lascia andare, non ci lascia sognare, ci toglie la libertà. C’è sempre un “però”, che a volte diventa più grande della scelta e la soffoca. È così che la libertà si sgretola e non mantiene più le sue promesse di vita e felicità. E allora concludiamo che anche la libertà è un inganno e che la felicità non esiste.

Cari giovani, la libertà di ciascuno è un dono grande, un dono che ti è dato e che tu devi custodire per farlo crescere, fare crescere la libertà, farla sviluppare; la libertà non ammette mezze misure. E lei puntava sulla libertà più grande, che è la libertà dell’amore: ma perché io devo finire la carriera universitaria prima di pensare all’amore? L’amore viene quando vuole – il vero amore. E’ un po’ pericoloso, parlare ai giovani dell’amore? No, non è pericoloso. Perché i giovani sanno bene quando c’è il vero amore e quando c’è il semplice entusiasmo truccato da amore: voi distinguete bene questo, non siete scemi, voi! E per questo, abbiamo il coraggio di parlare dell’amore. L’amore non è una professione: l’amore è la vita e se l’amore viene oggi, perché devo aspettare tre, quattro, cinque anni per farlo crescere e per renderlo stabile? In questo io chiedo ai genitori di aiutare i giovani a maturare quando c’è l’amore, che l’amore maturi, non spostarlo più avanti e dire: “No, perché se tu ti sposi adesso, poi arriveranno i bambini e non potrai finire la carriera, e tanto sforzo che noi abbiamo fatto per te”; questa storia la sentiamo tutti … Nella vita, invece bisogna sempre mettere al primo posto l’amore, ma l’amore vero: e lì dovete imparare a discernere, quando c’è l’amore vero e quando c’è solo l’entusiasmo. “Perché faccio fatica – diceva lei – a dire che sono fidanzata?”. Cioè, a mostrare, a far vedere quella carta d’identità nuova nella mia vita? Perché è tutto un mondo di condizionamenti. Ma c’è un’altra cosa che è molto importante: “Ma tu, vuoi sposarti?” – “Ma, facciamo una cosa: tu vai avanti così, fai finta di non amare, studi, e poi incominci a vivere la doppia vita”. Il nemico più grande dell’amore è la doppia vita: avete capito? O devo essere più chiaro? Il nemico più grande dell’amore non solo è non lasciarlo crescere adesso, aspettare di finire la carriera, ma è fare la doppia vita, perché se tu incominci ad amare la doppia vita, l’amore si perde, l’amore se ne va. Perché dico questo? Perché nel vero amore, l’uomo ha un compito e la donna ha un altro compito. Voi sapete qual è il più grande compito dell’uomo e della donna nel vero amore? Lo sapete? La totalità: l’amore non tollera mezze misure: o tutto o niente. E per fare crescere l’amore occorre evitare le scappatoie. L’amore deve essere sincero, aperto, coraggioso. Nell’amore tu devi mettere tutta la carne al fuoco: così diciamo noi in Argentina.

C’è una cosa nella Bibbia che a me colpisce tanto: alla fine della Creazione del mondo, dice che Dio ha creato l’uomo a sua immagine e somiglianza, e dice: “Li creò maschio e femmina, tutti e due a sua immagine e somiglianza”. Questo è l’amore. Quando tu vedi un matrimonio, una coppia di un uomo e una donna che vanno avanti nella vita dell’amore, lì c’è l’immagine e la somiglianza di Dio. Come è Dio? Come quel matrimonio. Questa è l’immagine e somiglianza di Dio. Non dice che l’uomo è immagine e somiglianza di Dio, la donna è immagine e somiglianza di Dio. No: tutti e due, insieme, sono immagine e somiglianza di Dio. E poi continua, nel Nuovo Testamento: “Per questo, l’uomo lascerà suo padre e sua madre, per diventare con sua moglie una sola carne”. Questo è l’amore. E qual è il compito, dell’uomo nell’amore? Rendere più donna la moglie, o la fidanzata. E qual è il compito della donna nel matrimonio? Rendere più uomo il marito, o il fidanzato. E’ un lavoro a due, che crescono insieme; ma l’uomo non può crescere da solo, nel matrimonio, se non lo fa crescere sua moglie e la donna non può crescere nel matrimonio se non la fa crescere suo marito. E questa è l’unità, e questo vuol dire “una sola carne”: diventano “uno”, perché uno fa crescere l’altro. Questo è l’ideale dell’amore e del matrimonio.

Voi pensate che un ideale così, quando si sente vero, quando è maturo, si deve spostare più avanti per altri interessi? No, non si deve. Bisogna rischiare nell’amore, ma nell’amore vero, non nell’entusiasmo amoroso truccato da amore.

Allora dobbiamo chiederci: dov’è il mio amore, dov’è il mio tesoro? Dov’è la cosa che io ritengo più preziosa nella vita? Gesù parla di un uomo che aveva venduto tutto quello che aveva per comprare una perla preziosa di altissimo valore. L’amore è questo: vendere tutto per comprare questa perla preziosa di altissimo valore. Tutto. Per questo l’amore è fedele. Se c’è infedeltà, non c’è amore; o è un amore malato, o piccolo, che non cresce. Vendere tutto per una sola cosa. Pensate bene all’amore, pensateci sul serio. Non abbiate paura di pensare all’amore: ma all’amore che rischia, all’amore fedele, all’amore che fa crescere l’altro e reciprocamente crescono. Pensate all’amore fecondo.

Ho visto qui, mentre facevo il giro, alcuni bambini nelle braccia dei genitori: questo è il frutto dell’amore, il vero amore. Rischiate sull’amore!

 

Terza domanda

Sarà fatta da Dario, 27 anni e riguarda il tema della fede e della ricerca di senso.

Santo Padre, mi chiamo Dario, ho 27 anni e faccio l'infermiere in cure palliative.

Nella vita sono rari i momenti in cui mi sono confrontato con la fede e quelle volte ho capito che i dubbi superano le certezze, le domande che faccio hanno risposte poco concrete e che non posso toccare con mano, a volte penso addirittura che le risposte non siano plausibili.

Mi rendo conto che dovremmo spenderci più tempo: è così difficile in mezzo alle mille cose che facciamo ogni giorno… E non è facile trovare una guida che abbia tempo per il confronto e la ricerca.

E poi ci sono le grandi domante: com'è possibile che un Dio grande e buono (così me lo hanno raccontato) permetta le ingiustizie nel mondo? Perché i poveri e gli emarginati devono soffrire così tanto? Il mio lavoro mi pone quotidianamente davanti alla morte e vedere giovani mamme o padri di famiglia abbandonare i propri figli mi fa chiedere: perché permettere questo?

La Chiesa, portatrice della Parola di Dio in terra, sembra sempre più distante e chiusa nei suoi rituali. Per i giovani non sono più sufficienti le “imposizioni” dall'alto, a noi servono delle prove e una testimonianza sincera di Chiesa che ci accompagni e ci ascolti per i dubbi che la nostra generazione quotidianamente si pone. Gli inutili fasti e i frequenti scandali rendono ormai la Chiesa poco credibile ai nostri occhi.

Santo Padre, con quali occhi possiamo rileggere tutto questo?

 

Risposta del Santo Padre

Dario ha messo il dito nella piaga e ha ripetuto più d’una volta la parola “perché”. Non tutti i “perché” hanno una risposta. Perché soffrono i bambini, per esempio? Chi mi può spiegare questo? Non abbiamo la risposta. Soltanto, troveremo qualcosa guardando Cristo crocifisso e sua Madre: lì troveremo una strada per sentire nel cuore qualcosa che sia una risposta. Nella preghiera del Padre Nostro (cfr Mt 6,13) c’è una richiesta: «Non ci indurre in tentazione». Questa traduzione italiana recentemente è stata aggiustata alla precisa traduzione del testo originale, perché poteva suonare equivoca. Può Dio Padre “indurci” in tentazione? Può ingannare i suoi figli? Certo che no. E per questo, la vera traduzione è: «Non abbandonarci alla tentazione». Trattienici dal fare il male, liberaci dai pensieri cattivi… A volte le parole, anche se parlano di Dio, tradiscono il suo messaggio d’amore. A volte siamo noi a tradire il Vangelo. E lui parlava, di questo tradire il Vangelo, e ha detto così: “La Chiesa portatrice della Parola di Dio in terra, sembra sempre più distante e chiusa nei suoi rituali”. E’ forte quello che ha detto; è un giudizio su tutti noi, e anche in modo speciale per – diciamo così – i pastori; un giudizio su di noi, i consacrati, le consacrate. Ci ha detto che noi siamo sempre più distanti e chiusi nei nostri rituali. Ascoltiamo questo con rispetto. Non sempre è così, ma a volte è vero. Per i giovani non sono più sufficienti le imposizioni dall’alto: “A noi servono delle prove e una testimonianza sincera che ci accompagni e ci ascolti per i dubbi che la nostra generazione quotidianamente si pone”. E lui  chiede a tutti noi, pastori e fedeli, di accompagnare, di ascoltare, di dare testimonianza. Se io cristiano, sia un fedele laico, una fedele laica, un sacerdote, una suora, un vescovo, se noi cristiani non impariamo ad ascoltare le sofferenze, ad ascoltare i problemi, a stare in silenzio e lasciar parlare e ascoltare, non saremo mai capaci di dare una risposta positiva. E tante volte le risposte positive non si possono dare con le parole: si devono dare rischiando se stessi nella testimonianza. Dove non c’è testimonianza non c’è lo Spirito Santo. Questo è serio.

Dei primi cristiani si diceva: “Guardate come si amano”. Perché la gente vedeva la testimonianza. Sapevano ascoltare, e poi vivevano come dice il Vangelo. Essere cristiano non è uno status della vita, uno status qualificato: “Ti ringrazio, Signore, perché sono cristiano e non sono come gli altri che non credono in Te”. Vi piace questa preghiera? (rispondono: no). Questa è la preghiera del fariseo, dell’ipocrita; così pregano gli ipocriti. “Ma, povera gente, non capisce nulla. Non sono andati alla catechesi, non sono andati in un collegio cattolico, non sono andati all’università cattolica … ma, sono povera gente …”: questo è cristiano? E’ cristiano o no? (rispondono: no) No! Questo scandalizza! Questo è peccato. “Ti ringrazio, Signore, perché non sono come gli altri: io vado a Messa la domenica, io faccio questo, io ho una vita ordinata, mi confesso, non sono come gli altri …”. Questo è cristiano? (rispondono: no) No. Dobbiamo scegliere la testimonianza. Una volta, in un pranzo con i giovani, a Cracovia, un giovane m’ha detto: “Io ho un problema, all’università, perché ho un compagno che è agnostico. Mi dica, Padre, cosa devo dire a questo compagno agnostico per fargli capire che la nostra è la vera religione?”. Io ho detto: “Caro, l’ultima cosa che tu devi fare è dirgli qualcosa. Incomincia a vivere come cristiano, e sarà lui a domandarti perché vivi così”.

Continuava, Dario: “Gli inutili fasti e i frequenti scandali rendono ormai la Chiesa poco credibile ai nostri occhi. Santo Padre, con quali occhi possiamo rileggere tutto questo?”. Lo scandalo di una Chiesa formale, non testimone; lo scandalo di una Chiesa chiusa perché non esce. Lui tutti i giorni deve uscire da se stesso, sia che sia contento, sia che sia triste, ma deve uscire per accarezzare gli ammalati, per dare le cure palliative che facciano meno doloroso il loro transito all’eternità. E lui sa cosa è uscire da se stesso, andare verso gli altri, andare al di là delle frontiere che mi danno sicurezza. Nell’Apocalisse c’è un passo in cui Gesù dice: “Io busso alla porta: se voi mi aprite, io entrerò e cenerò con voi”: Gesù vuole entrare da noi. Ma io penso tante volte a Gesù che bussa alla porta, ma da dentro, perché lo lasciamo uscire, perché noi tante volte, senza testimonianza, lo teniamo prigioniero delle nostre formalità, delle nostre chiusure, dei nostri egoismi, del nostro modo di vivere clericale. E il clericalismo, che non è solo dei chierici, è un atteggiamento che tocca tutti noi: il clericalismo è una perversione della Chiesa. Gesù ci insegna questo cammino di uscita da noi stessi, il cammino della testimonianza. E questo è lo scandalo – perché siamo peccatori! – non uscire da noi stessi per dare testimonianza.

Io invito voi a chiedere – a Dario o a qualcun altro – che faccia questo lavoro, che sia capace di uscire da se stesso, per dare testimonianza. E poi, riflettere. Quando io dico “la Chiesa non dà testimonianza”, posso dirlo anche su di me, questo? Io do testimonianza? Lui può dirlo, perché dà testimonianza tutti i giorni, con gli ammalati. Ma io, posso dirlo? Ognuno di noi, può criticare quel prete, quel vescovo o quell’altro cristiano, se non è capace di uscire da se stesso per dare testimonianza?

Cari giovani – e questa è l’ultima cosa che dico – il messaggio di Gesù, la Chiesa senza testimonianza è soltanto fumo.


RIFLESSIONE FINALE DEL SANTO PADRE

 

Cari giovani,

grazie per questo incontro di preghiera, in vista del prossimo Sinodo dei Vescovi.

Vi ringrazio anche perché questo appuntamento è stato preceduto da un intreccio di tanti cammini sui quali vi siete fatti pellegrini, insieme ai vostri vescovi e sacerdoti, percorrendo strade e sentieri d’Italia, in mezzo ai tesori di cultura e di fede che i vostri padri hanno lasciato in eredità. Avete attraversato i luoghi dove la gente vive e lavora, ricchi di vitalità e segnati da fatiche, nelle città come nei paesi e nelle borgate sperdute. Spero che abbiate respirato a fondo le gioie e le difficoltà, la vita e la fede del popolo italiano.

Nel brano del Vangelo che abbiamo ascoltato (cfr Gv 20,1-8), Giovanni ci racconta quella mattina inimmaginabile che ha cambiato per sempre la storia dell’umanità. Figuriamocela, quella mattina: alle prime luci dell’alba del giorno dopo il sabato, attorno alla tomba di Gesù tutti si mettono a correre. Maria di Magdala corre ad avvisare i discepoli; Pietro e Giovanni corrono verso il sepolcro... Tutti corrono, tutti sentono l’urgenza di muoversi: non c’è tempo da perdere, bisogna affrettarsi... Come aveva fatto Maria – ricordate? – appena concepito Gesù, per andare ad aiutare Elisabetta.

Abbiamo tanti motivi per correre, spesso solo perché ci sono tante cose da fare e il tempo non basta mai. A volte ci affrettiamo perché ci attira qualcosa di nuovo, di bello, di interessante. A volte, al contrario, si corre per scappare da una minaccia, da un pericolo…

I discepoli di Gesù corrono perché hanno ricevuto la notizia che il corpo di Gesù è sparito dalla tomba. I cuori di Maria di Magdala, di Simon Pietro, di Giovanni sono pieni d’amore e battono all’impazzata dopo il distacco che sembrava definitivo. Forse si riaccende in loro la speranza di rivedere il volto del Signore! Come in quel primo giorno quando aveva promesso: «Venite e vedrete» (Gv 1,39). Chi corre più forte è Giovanni, certamente perché è più giovane, ma anche perché non ha smesso di sperare dopo aver visto coi suoi occhi Gesù morire in croce; e anche perché è stato vicino a Maria, e per questo è stato “contagiato” dalla sua fede. Quando noi sentiamo che la fede viene meno o è tiepida, andiamo da Lei, Maria, e Lei ci insegnerà, ci capirà, ci farà sentire la fede.

Da quella mattina, cari giovani, la storia non è più la stessa. Quella mattina ha cambiato la storia. L’ora in cui la morte sembrava trionfare, in realtà si rivela l’ora della sua sconfitta. Nemmeno quel pesante macigno, messo davanti al sepolcro, ha potuto resistere. E da quell’alba del primo giorno dopo il sabato, ogni luogo in cui la vita è oppressa, ogni spazio in cui dominano violenza, guerra, miseria, là dove l’uomo è umiliato e calpestato, in quel luogo può ancora riaccendersi una speranza di vita.

Cari amici, vi siete messi in cammino e siete venuti a questo appuntamento. E ora la mia gioia è sentire che i vostri cuori battono d’amore per Gesù, come quelli di Maria Maddalena, di Pietro e di Giovanni. E poiché siete giovani, io, come Pietro, sono felice di vedervi correre più veloci, come Giovanni, spinti dall’impulso del vostro cuore, sensibile alla voce dello Spirito che anima i vostri sogni. Per questo vi dico: non accontentatevi del passo prudente di chi si accoda in fondo alla fila. Non accontentatevi del passo prudente di chi si accoda in fondo alla fila. Ci vuole il coraggio di rischiare un salto in avanti, un balzo audace e temerario per sognare e realizzare come Gesù il Regno di Dio, e impegnarvi per un’umanità più fraterna. Abbiamo bisogno di fraternità: rischiate, andate avanti!

Sarò felice di vedervi correre più forte di chi nella Chiesa è un po’ lento e timoroso, attratti da quel Volto tanto amato, che adoriamo nella santa Eucaristia e riconosciamo nella carne del fratello sofferente. Lo Spirito Santo vi spinga in questa corsa in avanti. La Chiesa ha bisogno del vostro slancio, delle vostre intuizioni, della vostra fede. Abbiamo bisogno! E quando arriverete dove noi non siamo ancora giunti, abbiate la pazienza di aspettarci, come Giovanni aspettò Pietro davanti al sepolcro vuoto. E un’altra cosa: camminando insieme, in questi giorni, avete sperimentato quanto costa fatica accogliere il fratello o la sorella che mi sta accanto, ma anche quanta gioia può darmi la sua presenza se la ricevo nella mia vita senza pregiudizi e chiusure. Camminare soli permette di essere svincolati da tutto, forse più veloci, ma camminare insieme ci fa diventare un popolo, il popolo di Dio. Il popolo di Dio che ci dà sicurezza, la sicurezza dell’appartenenza al popolo di Dio… E col popolo di Dio ti senti sicuro, nel popolo di Dio, nella tua appartenenza al popolo di Dio hai identità. Dice un proverbio africano: “Se vuoi andare veloce, corri da solo. Se vuoi andare lontano, vai insieme a qualcuno”.

Il Vangelo dice che Pietro entrò per primo nel sepolcro e vide i teli per terra e il sudario avvolto in un luogo a parte. Poi entrò anche l’altro discepolo, il quale – dice il Vangelo – «vide e credette» (v. 8). È molto importante questa coppia di verbi: vedere e credere. In tutto il Vangelo di Giovanni si narra che i discepoli vedendo i segni che Gesù compiva credettero in Lui. Vedere e credere. Di quali segni si tratta? Dell’acqua trasformata in vino per le nozze; di alcuni malati guariti; di un cieco nato che acquista la vista; di una grande folla saziata con cinque pani e due pesci; della risurrezione dell’amico Lazzaro, morto da quattro giorni. In tutti questi segni Gesù rivela il volto invisibile di Dio.

Non è la rappresentazione della sublime perfezione divina, quella che traspare dai segni di Gesù, ma il racconto della fragilità umana che incontra la Grazia che risolleva. C’è l’umanità ferita che viene risanata dall’incontro con Lui; c’è l’uomo caduto che trova una mano tesa alla quale aggrapparsi; c’è lo smarrimento degli sconfitti che scoprono una speranza di riscatto. E Giovanni, quando entra nel sepolcro di Gesù, porta negli occhi e nel cuore quei segni compiuti da Gesù immergendosi nel dramma umano per risollevarlo. Gesù Cristo, cari giovani, non è un eroe immune dalla morte, ma Colui che la trasforma con il dono della sua vita. E quel lenzuolo piegato con cura dice che non ne avrà più bisogno: la morte non ha più potere su di Lui.

Cari giovani, è possibile incontrare la Vita nei luoghi dove regna la morte? Sì, è possibile. Verrebbe da rispondere di no, che è meglio stare alla larga, allontanarsi. Eppure questa è la novità rivoluzionaria del Vangelo: il sepolcro vuoto di Cristo diventa l’ultimo segno in cui risplende la vittoria definitiva della Vita. E allora non abbiamo paura! Non stiamo alla larga dai luoghi di sofferenza, di sconfitta, di morte. Dio ci ha dato una potenza più grande di tutte le ingiustizie e le fragilità della storia, più grande del nostro peccato: Gesù ha vinto la morte dando la sua vita per noi. E ci manda ad annunciare ai nostri fratelli che Lui è il Risorto, è il Signore, e ci dona il suo Spirito per seminare con Lui il Regno di Dio. Quella mattina della domenica di Pasqua è cambiata la storia: abbiamo coraggio!

Quanti sepolcri – per così dire – oggi attendono la nostra visita! Quante persone ferite, anche giovani, hanno sigillato la loro sofferenza “mettendoci – come si dice – una pietra sopra”. Con la forza dello Spirito e la Parola di Gesù possiamo spostare quei macigni e far entrare raggi di luce in quegli anfratti di tenebre.

E’ stato bello e faticoso il cammino per venire a Roma; pensate voi, quanta fatica, ma quanta bellezza! Ma altrettanto bello e impegnativo sarà il cammino del ritorno alle vostre case, ai vostri paesi, alle vostre comunità. Percorretelo con la fiducia e l’energia di Giovanni, il “discepolo amato”. Sì, il segreto è tutto lì, nell’essere e nel sapere di essere “amato”, “amata” da Lui, Gesù, il Signore, ci ama! E ognuno di noi, tornando a casa, metta questo nel cuore e nella mente: Gesù, il Signore, mi ama. Sono amato. Sono amata. Sentire la tenerezza di Gesù che mi ama. Percorre con coraggio e con gioia il cammino verso casa, percorretelo con la consapevolezza di essere amati da Gesù. Allora, con questo amore, la vita diventa una corsa buona, senza ansia, senza paura, quella parola che ci distrugge. Senza ansia e senza paura. Una corsa verso Gesù e verso i fratelli, col cuore pieno di amore, di fede e di gioia. Andate così!

 



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