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VIAGGIO APOSTOLICO DI SUA SANTITÀ FRANCESCO IN CILE E PERÙ
(15-22 GENNAIO 2018)

INCONTRO PRIVATO CON I MEMBRI DELLA COMPAGNIA DI GESÙ

PAROLE DEL SANTO PADRE

Chiesa di San Pedro (Lima)
Venerdì, 19 gennaio 2018

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Dopo la visita di cortesia al presidente Kuczynski, il Papa si è recato presso la chiesa di San Pedro, considerata uno dei più importanti complessi religiosi del centro storico di Lima, oltre a essere il santuario nazionale del Sacro Cuore. La pianta evoca quella della chiesa del Gesù di Roma. Francesco è stato accolto dal provinciale Juan Carlos Morante e dal superiore locale José Enrique Rodríguez all’ingresso della cappella della Penitenzieria. Attraversando la navata sinistra della chiesa, il Papa è arrivato nella sagrestia, dove erano riuniti circa cento gesuiti. Il padre Morante ha ringraziato Francesco per la sua visita e ha parlato dell’impegno della Compagnia per l’evangelizzazione dei popoli originari e per l’educazione, citando i padri Alonso de Barzana (1528-1598), Francisco del Castillo (1615-1673) e Antonio Ruiz de Montoya (1585-1652). Quindi ha preso la parola il Papa, salutando i presenti.

Buonasera... Grazie. Cominciamo a conversare per non perdere tempo. Avete preparato alcune domande... in tutta libertà...

Ecco la prima domanda: «Noi gesuiti peruviani, da sempre, specialmente ai nostri tempi siamo impegnati con i temi della riconciliazione e della giustizia. Adesso sembra che le forze politiche giungano a un accordo all’improvviso, e la riconciliazione appare come un appello a tutti. Ci si propone una riconciliazione senza che ci sia stato un processo. La mia domanda è: quale atteggiamento assumere, di quali elementi tener conto quando vogliamo una riconciliazione? Sentiamo che la parola “riconciliazione” viene manipolata, e sentiamo che si propone una giustizia che non è stata ben elaborata. Lei che ne pensa?».

Grazie. La parola «riconciliazione» non è soltanto manipolata: è bruciata. Oggi — e non soltanto qui, ma anche in altri Paesi dell’America Latina — la parola «riconciliazione» è stata svigorita. Quando san Paolo descrive la riconciliazione di tutti noi con Dio, in Cristo, intende usare una parola forte. Oggi invece «riconciliazione» è diventata una parola di cartone. L’hanno fiaccata. L’hanno indebolita, non soltanto nel contenuto religioso, ma nel contenuto umano, quello che si condivide quando ci si guarda negli occhi. Oggi invece si tratta sottobanco.

Direi che non bisogna accettare queste acrobazie, ma nemmeno remare contro. Bisogna dire a quanti l’adoperano indebolita: usatela voi, ma noi non la useremo, perché oggi è bruciata. Ma bisogna continuare a lavorare, dunque, cercando di riconciliare le persone. Dal basso, dai fianchi, con una buona parola, con una visita, con un corso che aiuti a capire, con l’arma della preghiera, che ci darà la forza e farà miracoli, ma soprattutto con l’arma umana della persuasione, che è umile. La persuasione agisce così: con umiltà.

Io suggerisco questo: andare a trovare l’avversario, mettersi davanti all’altro, se c’è l’opportunità... La persuasione! Sulla riconciliazione che oggi si propone: non voglio toccare a fondo e nel dettaglio il problema peruviano, perché non lo conosco, ma mi fido delle tue parole, e dato che, come ti dicevo, questo fenomeno accade anche in altri Paesi dell’America Latina, posso dirti che non si tratta di una vera riconciliazione profonda, ma di un negoziato. Va bene: l’arte della guida politica implica anche la capacità di negoziare. Il problema però riguarda che cosa si negozia quando si negozia. Se tu nel mucchio delle cose che porti al negoziato metti anche i tuoi interessi personali, allora è finita... Non possiamo parlare neanche di un negoziato. È un’altra cosa...

Allora, invece che di «riconciliazione», è meglio parlare di «speranza». Cercate una parola che non sia un cavallo di battaglia meschino, usato senza il suo pieno significato. Voglio ripeterlo: non conosco nel dettaglio la situazione del Perú, mi fido delle tue parole, ma è un fenomeno di vari Paesi dell’America Latina, per questo posso dire quello che dico.

Segue questa domanda: «Santo Padre, la nostra provincia è andata riducendosi nei numeri, ci sono persone che invecchiano, ci sono giovani che vanno assumendo nuove responsabilità… Abbiamo ancora molte istituzioni. La situazione non è delle più facili… Come ci può incoraggiare, come ci può invitare a continuare a rafforzare la nostra vocazione di seguire Gesù, di vivere nella Compagnia di Gesù in queste circostanze che a volte possono sembrarci scoraggianti? Come fare per non amareggiarci, per non risentirci, ma invece per cercare di vivere queste circostanze con gioia? Che cosa dire a coloro che vanno invecchiando negli anni e vedono che dietro di loro ci sono meno persone, che non potranno continuare a seguire quello che c’era prima con le stesse forze? Che cosa dire ai più giovani che trovano situazioni di difficoltà attorno a loro?».

Hai detto che abbiamo parecchie «istituzioni». Mi permetto di correggere la parola: abbiamo parecchie «opere». E bisogna distinguere tra opere e istituzioni. L’aspetto istituzionale nella Compagnia è essenziale. Ma non tutte le opere sono istituzioni. Forse lo sono state, ma il tempo ha fatto sì che smettessero di essere istituzioni. Bisogna discernere tra quello che oggi è istituzione — che attrae, che ti dà forza, che promette, che è profetico —, e quello che è invece un’opera che, sì, è stata un’istituzione a suo tempo, ma che adesso sembra aver smesso di esserlo. E va fatto quello che si fa sempre: un discernimento pastorale e comunitario.

P. Arrupe insisteva su questo. Bisogna scegliere le opere con questo criterio: che siano istituzioni, nel senso ignaziano della parola, vale a dire che attraggano persone, che diano risposta alle esigenze di oggi. E questo richiede che la comunità si metta in stato di discernimento. E forse è questa la vostra sfida... Considerando questa diminuzione di giovani e di forze, si potrebbe entrare in desolazione istituzionale. No, non ve lo potete permettere. La Compagnia ha attraversato un momento di desolazione istituzionale durante il generalato di p. Ricci, che finì prigioniero a Castel Sant’Angelo (p. Lorenzo Ricci, 1703-1775). Le lettere che p. Ricci scrisse alla Compagnia in quel periodo sono una meraviglia di criteri di discernimento, di criteri di azione per non lasciarsi risucchiare dalla desolazione istituzionale. La desolazione ti tira verso il basso, è una coperta fradicia che ti tirano addosso per vedere come te la cavi, e ti porta all’amarezza, al disinganno. È il discorso post-trionfalista di Emmaus: «Noi speravamo...», che facciamo anche noi, per esempio, quando usiamo espressioni come «la gloriosa Compagnia era un’altra cosa», «la cavalleria leggera della Chiesa... ora invece...». E così via.

Lo Spirito di desolazione lascia segni profondi. Vi consiglio di leggere le lettere di p. Ricci. Più tardi p. Roothaan (Joannes Philippe Roothaan 1783 o 1785-1853) ha attraversato un altro periodo di desolazione della Compagnia a motivo della massoneria, ma non così forte come quella di p. Ricci, che invece è culminata nella soppressione. E ci sono stati altri periodi così nella storia della Compagnia.

D’altra parte, bisogna cercare i padri, i padri dell’istituzionalizzazione della Compagnia: ovviamente Ignazio, Favre... Qui possiamo parlare di p. Barzana (P. Alonso de Barzana 1530-1597). Io sono rimasto affascinato da Barzana: quando era a Santiago del Estero, in Argentina, parlava dodici lingue indigene. Lo chiamavano «il Francesco Saverio delle Indie Occidentali». E quell’uomo, lì, nel deserto, seminò la fede, ha fondato la fede. Dicono che era di origini ebraiche e che il suo nome era Bar Shana. Fa bene guardare a questi uomini che sono stati capaci di istituzionalizzare, e che non si sono lasciati scoraggiare. Io mi domando se Saverio, davanti al fallimento di vedere la Cina senza poterci entrare, fosse desolato. No, io immagino che egli si sia rivolto al Signore, dicendo: «Tu non lo vuoi, quindi ciao, va bene così». Ha scelto di seguire la strada che gli veniva proposta, e in quel caso era la morte!… Ma va bene!

La desolazione: non dobbiamo lasciare che entri in gioco. Anzi, dobbiamo cercare i gesuiti consolati. Non so, non voglio dare un consiglio, ma… cercate sempre la consolazione. Cercatela sempre. Come pietra di paragone del vostro stato spirituale.

Come Saverio alle porte della Cina, guardate sempre avanti... Sa Dio! Ma il sorriso del cuore non si deve appannare. Non so, non mi viene da darti ricette. Ci vuole il discernimento dei ministeri e dell’aspetto istituzionale in un clima di consolazione. Leggete le lettere di p. Lorenzo Ricci, dunque. È una meraviglia come egli abbia voluto scegliere la consolazione nel momento di maggiore desolazione che la Compagna abbia avuto, quando sapeva che le corti europee stavano per dare il colpo di grazia alla Compagnia.

«Vorrei che ci dicesse qualche parola su un tema che provoca molta desolazione nella Chiesa, e in modo speciale tra i religiosi e nel clero, cioè il tema degli abusi sessuali. Siamo molto segnati da questi scandali. Che cosa può dirci a questo riguardo? Una parola di incoraggiamento…».

Ieri ne ho parlato ai sacerdoti, ai religiosi e alle religiose cileni nella cattedrale di Santiago. È la desolazione più grande che la Chiesa sta subendo. Questo ci spinge alla vergogna, ma bisogna pure ricordare che la vergogna è anche una grazia molto ignaziana, una grazia che sant’Ignazio ci fa chiedere nei tre colloqui della prima settimana. E quindi prendiamola come grazia e vergogniamoci profondamente. Dobbiamo amare una Chiesa con le piaghe. Molte piaghe...

Ti racconto un fatto. Il 24 marzo, in Argentina è la memoria del colpo di Stato militare, della dittatura, dei desaparecidos… e ogni 24 marzo la Plaza de Mayo si riempie per ricordarlo. In uno di quei 24 marzo sono uscito dall’arcivescovado e sono andato a confessare le monache carmelitane. Al ritorno, ho preso la metropolitana, e sono sceso non a Plaza de Mayo, ma sei isolati più in là. La piazza era piena… e ho percorso quegli isolati per entrare dal lato. Mentre stavo per attraversare la strada, c’era una coppia con un bambino di due o tre anni, più o meno, e il bambino correva avanti. Il papà gli ha detto: «Vieni, vieni, vieni qua… Attento ai pedofili!». Che vergogna ho provato! Che vergogna! Non si sono resi conto che ero l’arcivescovo, ero un prete e... che vergogna!

A volte si tirano fuori «premi di consolazione», e qualcuno perfino dice: «D’accordo, guarda le statistiche... il... non so... settanta per cento dei pedofili si trova nell’ambito familiare, dei conoscenti. Poi nelle palestre, nelle piscine. La percentuale dei pedofili che sono preti cattolici non raggiunge il due per cento, è dell’1,6 per cento. Non è poi tanto...». Ma è terribile anche se fosse uno soltanto di questi nostri fratelli! Perché Dio l’ha unto per santificare i bambini e i grandi, e lui, invece di santificarli, li ha distrutti. È orribile! Bisogna ascoltare che cosa prova un abusato o un’abusata! Di venerdì — a volte lo si sa e a volte non lo si sa — mi incontro abitualmente con alcuni di loro. In Cile pure ho avuto un incontro. Siccome il loro processo è durissimo, restano annientati. Annientati!

Per la Chiesa è una grande umiliazione. Mostra non soltanto la nostra fragilità, ma anche, diciamolo chiaramente, il nostro livello di ipocrisia. Sui casi di corruzione, nel senso dell’abuso di tipo istituzionale, è singolare il fatto che vi siano varie congregazioni, relativamente nuove, i cui fondatori sono caduti in questi abusi. Sono casi pubblici. Papa Benedetto ha dovuto sopprimere una Congregazione maschile numerosa. Il fondatore aveva seminato queste abitudini. Era una congregazione che aveva anche il ramo femminile, e anche la fondatrice aveva seminato queste abitudini. Lui abusava di religiosi giovani e immaturi. Benedetto aveva avviato il processo al ramo femminile. A me è toccato sopprimerlo. Voi qui avete molti casi dolorosi. Ma questo è curioso: il fenomeno dell’abuso ha toccato alcune congregazioni nuove, prospere.

L’abuso in queste congregazioni è sempre frutto di una mentalità legata al potere, che va guarita nelle sue radici maligne. E aggiungo, anzi, che ci sono tre livelli di abuso che vanno insieme: abuso di autorità — con ciò che significa mescolare il foro interno e quello esterno —, abuso sessuale, e pasticci economici.

Il denaro c’è sempre di mezzo: il diavolo entra dal portafoglio. Ignazio mette il primo gradino delle tentazioni del demonio proprio nella ricchezza… poi vengono la vanità e la superbia, ma per prima c’è la ricchezza. Nelle congregazioni nuove che sono cadute in questo problema degli abusi spesso i tre livelli si trovano insieme.

Perdonando la mancanza di umiltà, ti suggerirei di leggere quello che ho detto ai cileni, che è più pensato e più ragionato di quanto potrebbe venirmi da dire ora a braccio.

«Ci aiuti in questo processo di discernimento, che è della Compagnia universale. Il Proposito generale p. Sosa ci chiama a riflettere verso dove la Compagnia deve andare di questi tempi, considerando le nostre debolezze e le nostre forze. Lei ha una visione universale, ci conosce bene, sa quale potrebbe essere il nostro contributo alla Chiesa universale. Potrebbe aiutarci dicendo, per esempio, come vede che lo Spirito adesso stia muovendo la Chiesa verso il futuro, verso l’avvenire. Verso dove dovremmo seguire i sentieri dello Spirito, da gesuiti, nel luogo in cui siamo – e non soltanto nella provincia del Perù – per mantenerci al suo servizio. Alcune linee che potrebbero trasformarsi in parte del nostro programma…».

Grazie. Ti rispondo con una parola sola. Sembrerà che non dico nulla, e invece dico tutto. E questa parola è «Concilio». Riprendete in mano il Concilio Vaticano II, rileggete la Lumen gentium. Ieri con i vescovi cileni — o l’altro ieri, non so più che giorno è oggi! — li esortavo alla declericalizzazione. Se c’è una cosa molto chiara, è la coscienza del santo popolo fedele di Dio, infallibile in credendo, come ci insegna il Concilio. Questo porta avanti la Chiesa. La grazia della missionarietà e dell’annuncio di Gesù Cristo ci viene data con il battesimo. Da lì possiamo andare avanti...

Non bisogna mai dimenticare che l’evangelizzazione viene fatta dalla Chiesa come popolo di Dio. Il Signore vuole una Chiesa evangelizzatrice, lo vedo con chiarezza. È quello che mi è venuto dal cuore e con semplicità nei pochi minuti in cui ho parlato nelle Congregazioni generali previe al Conclave. Una Chiesa che va verso fuori, una Chiesa che esce ad annunciare Gesù Cristo. Dopo o nel momento stesso in cui lo adora e si riempie di Lui. Uso sempre un esempio legato all’Apocalisse, dove leggiamo: «Sto alla porta e busso. Se qualcuno mi apre, entrerò». Il Signore è fuori e vuole entrare. A volte però il Signore è dentro e bussa affinché lo lasciamo uscire! A noi il Signore sta chiedendo di essere Chiesa fuori, Chiesa in uscita. Chiesa fuori. Chiesa ospedale da campo... Ah, le ferite del popolo di Dio! A volte il popolo di Dio è ferito da una catechesi rigida, moralista, del «si può o non si può», o da un’assenza di testimonianza.

Una Chiesa povera per i poveri! I poveri non sono una formula teorica del partito comunista. I poveri sono il centro del Vangelo. Sono il centro del Vangelo! Non possiamo predicare il Vangelo senza i poveri. Allora ti dico: è su questa linea che sento che ci sta portando lo Spirito. E ci sono forti resistenze. Ma devo anche dire che per me il fatto che nascano resistenze è un buon segno. È il segno che si va per la via buona, che la strada è questa. Altrimenti il demonio non si affannerebbe a fare resistenza.

Ti direi che questi sono i criteri: la povertà, la missionarietà, la coscienza di popolo fedele di Dio... In America Latina, in particolare, dovreste chiedervi: «Ma dov’è che il nostro popolo è stato creativo?». Con alcune deviazioni, sì, ma è stato creativo nella pietà popolare. E perché il nostro popolo è stato capace di essere così creativo nella pietà popolare? Perché ai chierici non interessava, e allora lasciavano fare... e il popolo andava avanti...

E poi, sì, quello che la Chiesa oggi chiede alla Compagnia — questo l’ho già detto dappertutto, e Spadaro, che pubblica queste cose, si è già stancato di scriverlo — è di insegnare con umiltà a discernere. Sì, questo ve lo chiedo ufficialmente da Pontefice. In generale, soprattutto noi che rientriamo nella cornice della vita religiosa, sacerdoti, vescovi, a volte dimostriamo poca capacità di discernere, non lo sappiamo fare, perché siamo stati educati in un’altra teologia, forse più formalista. Ci fermiamo al «si può o non si può», come dicevo anche ai gesuiti cileni a proposito delle resistenze all’Amoris laetitia. Qualcuno riduce tutto il risultato di due Sinodi, tutto il lavoro fatto, al «si può o non si può». Aiutateci, dunque, a discernere. Certo, non può insegnare a discernere chi non sa discernere. E per discernere si deve entrare in esercizi, bisogna esaminarsi. Bisogna cominciare sempre da se stessi.

Il rettore della chiesa poi illustra al Papa il significato della sedia che è stata preparata per lui. Dice che nel 1992 ci fu un attentato di «Sendero luminoso», e che una parte della chiesa rimase danneggiata. Nel restauro, sono stati messi dei rinforzi alle pareti ed è stato estratto un architrave di legno del 1672. Proprio questo adesso è servito per la sedia fatta per questa visita, intagliata nello stile barocco di Lima. Il Papa ringrazia sorridendo e scherza: «Sono seduto sul 1672. Giocherò questo numero alla lotteria!». Alla fine, il Provinciale ringrazia il Papa, prima di chiedere una foto di gruppo. Il Papa risponde al ringraziamento con queste parole:

Vi ringrazio molto. Pregate per me! Vi confido una grazia molto grande: dal momento in cui mi sono reso conto che sarei stato eletto Papa ho avvertito una grande pace, che non mi ha abbandonato fino a oggi. Pregate che il Signore me la conservi!

 



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