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GIOVANNI PAOLO II

UDIENZA GENERALE

Mercoledì, 18 aprile 1979

 

1. “Haec dies quam fecit Dominus”.

Tutti questi giorni, fra la Domenica di Pasqua e la Domenica seconda dopo Pasqua “in Albis”, costituiscono in un certo senso l’Unico Giorno. La liturgia si concentra su un Avvenimento, sull’unico Mistero. “È risorto, non è qui” (Mc 16,6). Compì la Pasqua. Rivelò il significato del Passaggio. Confermò la verità delle sue parole. Disse l’ultima parola del suo messaggio: messaggio di Buona Novella del Vangelo. Dio stesso, che è Padre cioè datore della vita, Dio stesso che non vuole la morte (cf. Ez 18,23.32) e “ha creato tutto per l’esistenza” (Sap 1,14), ha manifestato fino in fondo, in lui e per lui, il suo Amore. L’amore vuol dire la Vita.

La Risurrezione è la definitiva testimonianza della Vita cioè dell’Amore.

“Mors et vita duello / conflixere mirando. / Dux vitae mortuus / regnat Vivus!”.

“Morte e Vita si sono affrontate in un prodigioso duello. Il Signore della vita era morto; ma ora, vivo, trionfa (Sequenza di Pasqua).

“Ecco il Giorno fatto dal Signore” (Sal 118,24): “Excelsior cunctis, lucidior universis, in quo Dominus resurrerit, in quo sibi novam plebem... regenerationis spiritu conquisivit, in quo singulorum mentes gaudio et exsultatione perfudit” (“più sublime di tutti, più luminoso di tutti; nel quale il Signore è risorto; nel quale si è conquistato un nuovo popolo... mediante lo spirito di rigenerazione; nel quale ha riempito di gaudio e di esultanza l’anima di tutti” (S. Agostino, Sermo 168 in Pascha, X, 1; PL 39,2070).

Questo Unico Giorno corrisponde, in un certo modo, a tutti i sette giorni, di cui parla il libro della Genesi, e che erano i giorni della creazione (cf. Gen 1-2). Perciò li festeggiamo tutti in questo unico giorno. Per questi giorni durante l’ottava celebriamo il mistero della nuova Creazione. Questo mistero si esprime nella Persona di Cristo Risorto. Egli stesso è già questo Mistero e costituisce per noi il suo annunzio, l’invito ad esso. Il lievito. In virtù di questo invito diventiamo tutti in Gesù Cristo la “nuova creatura”.

“Celebriamo dunque la festa non con il lievito vecchio... ma con azzimi di sincerità e di verità” (1 Cor 5,8).

2. Cristo, dopo la sua risurrezione, ritorna nello stesso posto dal quale era andato alla Passione e alla Morte. Ritorna nel cenacolo, dove si trovavano gli apostoli. Mentre erano chiuse le porte egli venne, si fermò in mezzo a loro e disse: “Pace a voi”. E continua: “Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi... Ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi” (Gv 20,19-23).

Come sono significative queste prime parole di Gesù dopo la sua Risurrezione! In esse si racchiude il messaggio del Risorto. Quando egli dice: “Ricevete lo Spirito Santo”, ci viene in mente lo stesso cenacolo nel quale Gesù ha pronunciato il discorso d’addio. Allora egli ha proferito le parole cariche del mistero del suo cuore: “È bene per voi che io me ne vada, perché se non me ne vado, non verrà a voi il Consolatore; ma quando me ne sarò andato, ve lo manderò” (Gv 16,7). Ha detto così pensando allo Spirito Santo.

Ed ecco adesso, dopo aver compiuto il suo sacrificio, la sua “partenza” attraverso la Croce, egli viene di nuovo nel cenacolo per portare a loro Colui che ha promesso. Dice il Vangelo: “E alitò su di loro e disse: Ricevete lo Spirito Santo” (Gv 20,22). Enunzia la parola matura della sua Pasqua. Porta ad essi il Dono della Passione e il Frutto della Risurrezione. Con questo dono li plasma di nuovo. Dona a loro il potere di svegliare gli altri alla Vita, anche quando questa Vita sia in essi morta: “A chi rimetterete i peccati saranno rimessi” (Gv 20,23).

Dalla Risurrezione alla Pentecoste passeranno cinquanta giorni. Però già in questo Unico Giorno fatto dal Signore (cf. Sal 118,24) sono racchiusi l’essenziale Dono e il Frutto della Pentecoste. Quando Cristo dice: “Ricevete lo Spirito Santo”, annunzia fino alla fine il suo mistero pasquale.

“Hoc autem est mysticum et secretissimum, quod nemo novit, nisi qui accipit, nec accipit nisi qui desiderat, nec desiderat, nisi quem ignis Spiritus Sancti medullitus inflammat, quem Christus misit in terram” (“È una realtà, questa, misteriosa e nascosta, che nessuno conosce se non chi la riceve, né la riceve se non chi la desidera, né la desidera se non chi è infiammato nel fondo del cuore dallo Spirito Santo, che Cristo ha inviato sulla terra” (S. Bonaventura, Itinerarium mentis in Deum, 7,4).

3. Il Concilio Vaticano II ha illuminato di nuovo il mistero pasquale nella terrestre peregrinazione del Popolo di Dio. Ha ricavato da esso la piena immagine della Chiesa, che sempre mette le sue radici in questo salvifico mistero, e da esso attinge succo vitale. “Il Figlio di Dio, unendo a sé la natura umana e vincendo la morte con la sua morte e risurrezione, ha redento l’uomo e l’ha “trasformato in una nuova creatura” (cf. Gal 6,15;2Cor 5,17). Comunicando infatti il suo Spirito, fa sì che i suoi fratelli, chiamati tra tutte le genti, costituiscano il suo corpo mistico. In quel corpo la vita di Cristo si diffonde nei credenti, che attraverso i sacramenti si uniscono in modo arcano e reale a Cristo sofferente e glorioso” (Lumen Gentium, 7).

La Chiesa permane incessantemente nel mistero del Figlio che si è compiuto con la discesa dello Spirito, la Pentecoste.

L’ottava pasquale è Giorno della Chiesa!

Vivendo questo Giorno, dobbiamo accettare, insieme ad esso, le parole che per la prima volta risuonarono nel cenacolo ove apparve il Risorto: “Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi” (Gv 20,21).

Accettare Cristo Risorto vuol dire accettare la missione, così come l’hanno accettata coloro che in quel momento erano radunati nel cenacolo: gli apostoli.

Credere in Cristo risorto vuol dire prendere parte alla stessa missione salvifica, che egli ha compiuto col mistero pasquale. La fede è convinzione dell’intelletto e del cuore.

Tale convinzione acquista il suo pieno significato quando da essa nasce la partecipazione a questa missione, che Cristo ha accettato dal Padre. Credere vuol dire accettare conseguentemente questa missione da Cristo.

Tra gli apostoli, Tommaso era assente quando per la prima volta Cristo Risorto venne al cenacolo. Questo Tommaso, che ad alta voce dichiarava ai suoi fratelli “Se non vedo... non crederò” (Gv 20,25), si è convinto con la successiva venuta del Cristo Risorto. Allora, come sappiamo, sono svanite tutte le sue riserve, ed egli ha professato la sua fede con queste parole: “Mio Signore e mio Dio” (Gv 20,28). Assieme all’esperienza del mistero pasquale, egli ha riconfermato la sua partecipazione alla missione di Cristo. Come se, dopo otto giorni, giungessero anche a lui queste parole di Cristo: “Come il Padre ha mandato me, anch’io mando te” (cf. Gv 20,21).

Tommaso diventò maturo testimone di Cristo.

4. Il Concilio Vaticano II insegna la dottrina sulla missione di tutto il Popolo di Dio, che è stato chiamato a partecipare alla missione del Cristo stesso (cf. Lumen Gentium, 10-12). È la triplice missione. Cristo-Sacerdote, Profeta e Re ha espresso fino alla fine la sua missione nel mistero pasquale, nella Risurrezione.

Ognuno di noi in questa grande comunità della Chiesa, del Popolo di Dio, partecipa a questa missione mediante il sacramento del Battesimo. Ognuno di noi è chiamato alla fede nella Risurrezione come Tommaso. “Metti qua il tuo dito e guarda la mie mani; stendi la tua mano, e mettila nel mio costato; e non essere più incredulo ma credente” (Gv 20,27).

Ognuno di noi ha il dovere di definire il senso della propria vita mediante questa fede. Questa vita ha una forma molto diversa. Siamo noi stessi a darle una determinata forma. E proprio la nostra fede fa sì che la vita di ognuno di noi sia penetrata in qualche parte da questa missione, che Gesù Cristo, nostro Redentore, ha accettato dal Padre e ha condiviso con noi. La fede fa sì che qualche parte del mistero pasquale penetri la vita di ognuno di noi. Una certa sua irradiazione.

Bisogna che ritroviamo questo raggio per viverlo ogni giorno per tutto questo tempo, di nuovo incominciato nel Giorno che ha fatto il Signore.


Ai giovani

Un saluto particolarmente affettuoso va ora ai ragazzi, alle ragazze e a tutti i giovani venuti così numerosi ad allietare questa udienza generale. Carissimi, vi ringrazio di cuore per questa vostra significativa presenza e per la gioia che mi procurate col dono della vostra giovinezza e della vostra fede in Cristo risorto. In questo tempo pasquale, vi dirò con l’Apostolo Paolo: “Se dunque siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove si trova Cristo assiso alla destra di Dio; pensate alle cose di lassù, non a quelle della terra” (Col 3,1-2).Cari giovani, in alto i cuori e sempre avanti nel nome del Signore!

Ai malati

Un pensiero, ormai consueto, ma sempre nuovo e vivamente sentito, desidero rivolgere a quanti di voi sono sofferenti. Le piaghe gloriose di Cristo risorto valgano ad illuminare e sanare le vostre ferite, fisiche e morali, tuttora aperte e doloranti. Ricordate la massima ascetica: “Per crucem ad lucem”, cioè: attraverso le sofferenze della Croce si giunge alla beatitudine della luce. Sappiate che Cristo con la sua Risurrezione ha riscattato e redento il dolore, il quale ha così acquistato la sua dignità, essendo stato chiamato ad uscire dalla sua inutilità e a diventare fonte positiva di bene e segno luminoso di speranza non fallace. Vi conforti sempre la mia speciale Benedizione Apostolica.

Agli sposi

Agli sposi novelli auguro che la gioia pasquale, che in questi giorni irradia nei nostri cuori, li accompagni per tutta la loro vita, e li aiuti a vincere i pericoli, sempre insorgenti, dell’egoismo, il grande male della vita familiare. Vi accompagni anche, lungo il corso della vostra vita, il canto dell’“alleluia”, che in questi giorni risuona nelle nostre chiese. Questo canto liturgico, che significa “Lodate il Signore”, risuoni sempre nelle vostre case e nei vostri cuori a testimonianza della letizia cristiana. Vi benedico di cuore.


APPELLO

Ancora una parola per invitarvi alla preghiera. Abbiamo gioito insieme per la vittoria di Cristo sulla morte, gustando la sovrabbondanza di grazia e di vita che ci è stata comunicata da lui. Pasqua è veramente una festa di gioia e di vita.

Eppure non possiamo dimenticare il dolore, la mestizia che hanno avvolto, proprio in questi giorni, con la perdita di vite umane, con sofferenze e privazioni di ogni genere, i popoli di alcune regioni del mondo: per un improvviso cataclisma, come il terremoto che ha colpito, la mattina di Pasqua, numerosi centri abitati in Jugoslavia e in Albania; oppure a causa dell’aggravarsi di tensioni politiche e sociali, di lotte armate, in Rhodesia, in Uganda, in Nicaragua; o per il riaccendersi di fiammate punitive, doloroso strascico di precedenti rivolgimenti.

Vorrei che la preghiera che insieme rivolgiamo al Signore, con l’intercessione di Maria regina dei cieli, potesse implorare pace ai morti, sollievo ai feriti e ai senza tetto, protezione alle popolazioni minacciate da incursioni o rappresaglie, umanità per i prigionieri e clemenza per i vinti, perdono e riconciliazione per tutti.



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