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MESSAGGIO DI GIOVANNI PAOLO II
ALLA DIOCESI DI SÃO TOMÉ E PRÍNCIPE

 

1. La diletta comunità ecclesiale di Sao Tomé e Príncipe sta commemorando, con azioni di grazia a Dio, il 450° anniversario della creazione della diocesi. Fu infatti nel 1534 che il mio predecessore Paolo III, sulla linea delle precedenti sollecitudini, con la bolla “Aequum reputamus” eresse Sao Tomé e Príncipe a sede episcopale di una vasta area di missione; oltre alle diverse isole, questa abbracciava una vasta fascia del continente africano, dal Rio de Santo André, fino al Capo di Buona Speranza.

Oggi, dopo vicissitudini storiche, nel corso dei secoli, la circoscrizione ecclesiastica assume i confini della giovane nazione che ha da poco conseguito l’indipendenza. Ho seguito con interesse sin dal principio la celebrazione di questa ricorrenza, per un momento rattristata dalla morte del dinamico amministratore apostolico, monsignor Joao de Freitas Alves, che Dio custodisca nel suo eterno riposo.

Partecipando in quel periodo al dolore di quanti, colpiti dal lutto, nella certezza che solamente alla luce di Cristo “si chiarisce l’enigma del dolore e della morte che, senza questa luce, ci annienta” (cf. Gaudium et Spes, 21. 22), esortavo tutti alla speranza della vita eterna, che si fonda sulla risurrezione del Signore.

2. Consapevole della sollecitudine per il bene di tutta la Chiesa e del dovere di confermare i fratelli nella fede (cf. Lc 22, 32), come successore di Pietro, per divina provvidenza, desidererei che i santomensi, e in particolar modo la comunità diocesana, sentissero in questo momento storico che il papa Giovanni Paolo II è spiritualmente e cordialmente presente, e condivide, nella carità divina, la loro lieta e grata lode a Dio. Ed è con una parola di speranza che, anche oggi, a tutti mi rivolgo.

“Siate sempre pronti a rispondere . . . a chiunque vi domandi ragione della vostra speranza” (1 Pt 3, 15): sono parole di san Pietro ai cristiani del suo tempo, che oggi ripeto alla cristianità di Sao Tomé e Príncipe. E come “essere sempre pronti”?

Un giorno il Signore, parlando a coloro che dovevano essere le primizie della Chiesa, paragonò la Chiesa stessa al lievito che una donna prende e mescola alla farina, affinché tutta la pasta fermenti (cf. Mt 13, 23). In seguito, tramite san Paolo, ci fa sapere che se il lievito perde vigore e invecchia a nulla serve: né per glorificazione personale, né per la lode a Dio (cf. 1 Cor 5, 6ss).

3. La data che si celebra a Sao Tomé e Príncipe evoca il momento storico, nel quale la Chiesa era impegnata in uno sforzo di rinnovamento, che ebbe il suo punto culminante nel Concilio di Trento. Trascorsi quattro secoli e mezzo, ci troviamo nuovamente in una fase di attuazione dell’impulso di rinnovamento del Concilio Vaticano II. La Chiesa cerca di rinnovarsi incessantemente perché deve conservare il vigore del “lievito” per fermentare la pasta dell’umanità chiamata alla salvezza.

Per felice coincidenza, il mondo cattolico sta celebrando la redenzione, nell’Anno Santo straordinario. I miei voti e le mie preghiere per la Chiesa che è in Sao Tomé e Príncipe, inserita e partecipe della vita di una società in una fase nuova e di ricerca della sua storia, non possono non essere sintonizzati con questo momento ecclesiale: che nel suo impegno a rinnovarsi, per l’evangelizzazione e riconciliazione costanti, percorra il cammino del dialogo, in un clima di libertà e di pace, contribuendo a che gli sforzi per il bene comune convergano, mediante l’azione del “lievito” evangelico, senza perdere vigore e senza esitazioni.

Pertanto, evangelizzata e riconciliata, e allo stesso tempo evangelizzatrice, la Chiesa-“lievito” ha bisogno di vivere la coscienza di essere sacramento e segno della presenza e dell’azione di Dio, che continua a voler riconciliare a sé il mondo, in Cristo (cf. 2 Cor 5, 19).

4. La cultura moderna, che sempre più assume dimensioni mondiali, come si sa, sembra tendenzialmente prescindere da Dio e voler relegare il problema religioso al piano delle sovrastrutture, dell’opzionale e dell’individuale. Ma l’esperienza dimostra che, non lasciando spazio alla dimensione trascendente e alla realizzazione piena della persona umana nella società, si apre il cammino alla relativizzazione del bene e del male; e mancando un prototipo di vera umanità, facilmente si cede alla tentazione di creare idoli, sempre fragili e, a volte, indegni dell’uomo in tutta la sua verità.

Senza questa verità e senza il riferimento all’ordine morale oggettivo, l’uomo si erge subito a gigante; ma, privo di animazione spirituale, non tarda a crollare su se stesso, per l’inclinazione alla triplice concupiscenza (cf. 1 Gv 2, 16), che gli è derivata dalla caduta originale. Con la sua inquietudine, incertezza e anche debolezza e peccaminosità, con la sua vita e la sua morte, se l’uomo desidera comprendere e incontrare se stesso, deve avvicinarsi a Cristo e, in lui, assimilare tutta la realtà dell’incarnazione e della redenzione (cf. Ioannis Pauli PP. II,  Redemptor Hominis, 10).

Il popolo di Dio immerso nel mondo, e non raramente tentato dagli “idoli”, per mantenersi “lievito” genuino e per poter evangelizzare con credibilità, deve costantemente trarre vigore dal mistero della redenzione, dalle “fonti del Salvatore” (cf. Is 12, 3).

5. Sono note la disponibilità e recettività all’evangelizzazione della popolazione di Sao Tomé e Príncipe: la sua religiosità, segnata dal senso della Provvidenza e dalla necessità della preghiera, così come dalla sequela alla parola di Dio e dalla devozione alla Vergine e ai santi, sono indice di ciò. Sembra essere, in verità, “un campo che biondeggia” (cf. Gv 4, 35). Ma come purificare, orientare e approfondire questa ricerca di Dio?

Prioritario appare, precisamente, il lavoro di evangelizzazione che, come disse il mio predecessore Paolo VI nella Evangelii nuntiandi, consiste anzitutto “nel dar testimonianza in modo semplice e diretto di Dio rivelato in Gesù Cristo nello Spirito Santo” (Pauli VI, Evangelii Nuntiandi, n. 26). Questo, come è noto, comporta l’impartire un’istruzione religiosa, catechizzare e amministrare i sacramenti - cose ottime e necessarie - ma presuppone e intende qualcosa di più: l’esperienza della scoperta e dell’adesione a Cristo; incontrarsi con lui e lasciarsi incontrare da lui, che è nello stesso tempo “la via e la verità” e “la risurrezione e la vita” (cf. Ioannis Pauli PP. II,  Redemptor Hominis, 7).

Chi ha fatto realmente tale esperienza, saprà cogliere nella tradizione della Chiesa norme sicure per agire, così come saprà anche cogliere e vivere il messaggio esplicito del Vangelo, sempre attuale nelle diverse situazioni concrete, riguardo ai diritti e ai doveri di tutta la persona umana, riguardo la famiglia - senza la quale la realizzazione personale non è quasi possibile - e riguardo la partecipazione sociale e politica alla vita della comunità, per quanto concerne la promozione dello sviluppo, della giustizia, della libertà e della pace.

6. Per una tale evangelizzazione la Chiesa necessita, prima di tutto di strutture vive: di adoratori del Padre, di amministratori dei misteri di Dio e di ministri di Cristo, radicati nella forza della redenzione; ossia, necessita di sacerdoti, religiosi e religiose e persone consacrate. Impegnatevi e, soprattutto, pregate, implorando il padrone della messe, che mandi operai per la sua messe (cf. Lc 10, 2); e che questi, sempre più, siano santomensi!

Campo, per eccellenza, in cui germoglino, crescano e prosperino le vocazioni per la consacrazione alla vita sacerdotale e religiosa “per amore del regno dei cieli”, sono le famiglie timorose di Dio, fermentate dal “lievito” evangelico e capaci di assicurare il futuro dell’umanità, che passa, precisamente, attraverso la famiglia stessa (cf. Ioannis Pauli PP. II, Familiaris Consortio, conclusione).

Ebbene, entrambe le cose - il moltiplicarsi delle vocazioni e le famiglie sante - esigono la corresponsabilità ecclesiale del laicato; anche i laici sono “lievito” della pasta: nella convivenza, nel lavoro, nella partecipazione sociale e politica, così come nei campi della cultura, delle scienze, dell’arte e delle comunicazioni sociali. Cristo insegna a tutti che il miglior uso della libertà è la carità, da realizzare nel dono di se stessi e nel servizio a Dio e al prossimo e, in tal caso, alla Chiesa.

7. Rivolgendo una parola di ringraziamento ai devoti missionari e di apprezzamento per l’azione dei Figli del Cuore immacolato di Maria, che nei tempi più recenti hanno assicurato il servizio ecclesiale in Sao Tomé e Príncipe, desidero dire:

- a tutti i sacerdoti, che li accompagno con stima, li ho presenti nella preghiera, fiducioso nella coerenza della loro fedeltà;

- ai religiosi e religiose, con analoga stima, che prego il Signore e li esorto alla generosità nel dono e nella risposta a Cristo, morto e risorto, che ha vinto il mondo; non abbiate paura!;

- a tutti i figli santomensi (adulti, giovani e bambini, pensando con affetto anche ai vecchi e agli infermi) che il Signore vuole e il Papa spera che siano sempre “lievito” del regno di Dio, con verità, rettitudine, solidarietà e amore, come costruttori di fraternità e di pace.

E su tutti invoco la grazia di Cristo, redentore degli uomini, per intercessione di Maria santissima - Madre della Chiesa e Madre della nostra speranza - da voi venerata come Nostra Signora della Grazia: che Dio, che in tutto coopera al bene di coloro che lo amano, come frutto della celebrazione del 450° anniversario della diocesi di Sao Tomé e Príncipe, vi incontri e vi faccia sempre più “lievito” nella pasta, nel consolidamento e nell’espansione del suo regno e nella costruzione di una società sempre più giusta, più umana e più prospera! Con questi voti, a tutti invio, di cuore, la mia propiziatrice benedizione apostolica.

Dal Vaticano, 4 febbraio 1984.

 IOANNES PAULUS PP. II



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