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 DISCORSO DEL SANTO PADRE GIOVANNI XXIII


AI PARTECIPANTI AL
X CONVEGNO NAZIONALE DI STUDIO
DELLA UNIONE GIURISTI CATTOLICI ITALIANI
*

Martedì, 8 dicembre 1959
 

Siamo particolarmente lieti di accogliere oggi la vostra distinta adunanza, diletti figli, che vi fregiate del titolo così onorifico e impegnativo di Giuristi Cattolici. Siete convenuti a Roma per celebrare insieme il decimo Convegno, che si aggiunge alla lunga serie degli incontri annuali, organizzati dalla vostra Unione; e questo denota la serietà del vostro dovere, e l'assiduità continuata e feconda del comune lavoro, assai proficuo.

Vi esprimiamo pertanto il più largo compiacimento per il programma che perseguite con tanta competenza, e nobiltà di sentire. Voi siete consapevoli della vostra alta missione, e volete viverla integralmente, alla luce di Dio e di una coscienza intemerata. Giurista dice infatti anzitutto una persona altamente qualificata, di nobile fermezza e sensibilità: di profonda formazione interiore, intellettuale e morale, che affonda le sue radici negli anni fertili e generosi della giovinezza pensosa, e che continuamente si rinnova nello sforzo di un ininterrotto aggiornamento.

Giurista dice poi il severo interprete della legge: il custode e il difensore dei principi giuridici; l'insonne operatore e artefice di quello sviluppo del diritto, che sta ancorato alle due tavole della Legge divina nella quale trova espressione e suggello la legge naturale, scolpita dalla mano creatrice di Dio in ogni anima umana. Il giurista ne applica ancora i comandi ai determinati casi della sconfinata varietà della vita: e al tempo stesso ne deduce le sanzioni, a immagine di quel Dio che è « giudice giusto, forte e sapiente » [1].

La vostra posizione di Cattolici, convinti e praticanti, illumina di una particolare luce questa vostra. missione, che non esitiamo a definire una vera e alta. vocazione. Essa trova nell'adesione fedele alle Leggi di Dio e della sua Chiesa la sua consacrazione e il suo coronamento.

Ma una prova particolare della vostra serietà di intenti e di lavoro Ci è stata offerta dal tema del Congresso, che ha attirato la Nostra viva attenzione: « La libertà di stampa nell'ordinamento giuridico ». Su questo argomento avete fatto convergere da tempo i vostri studi, dedicandovi numerose e dotte trattazioni nelle pubblicazioni specializzate edite dalla Unione. Qui sta uno dei punti veramente cruciali della odierna vita sociale, e vi siamo grati per averlo nuovamente richiamato all'attenzione del mondo giuridico.

Già da molto tempo, quando, sedendo sulla Cattedra di S. Marco, avevamo la responsabilità e il servizio di Presidente della Conferenza Episcopale Triveneta, Ci era balenata alla mente l'idea di dedicare al molteplice problema della stampa un documento meditato e significativo, a nome di tutti i Vescovi delle Tre Venezie.

Ed ora che il Signore Ci ha voluti qui, vi pensiamo spesso ; perchè anche davanti ai Nostri occhi passano quotidianamente fogli di carta stampata : quotidiani e periodici; libri e riviste; e ancora segnalazioni di libri, e relative valutazioni di indole religiosa e morale.

A questo proposito vorremmo dirvi un Nostro ricordo, con semplicità e paterna confidenza, come si fa tra una corona di figli attenti e cari. Abbiamo sempre in cuore l'ambiente semplice e sano nel quale il Signore ha voluto che aprissimo gli occhi a questa luce mortale. Fin dalla adolescenza Ci trovammo come immersi in una tradizione domestica e diocesana, che sempre fu aperta alla conoscenza del vero e del bello; amica delle tradizioni e delle fiorite cronache antiche e recenti di vita regionale, che documentano le consuetudini e i costumi dei popoli. Ebbene, riandando col pensiero alle cose viste e sentite, alle persone avvicinate, abbiamo la gioia di dire che mai, nei Nostri giovani anni, il Nostro spirito restò offeso da visioni, da parole, da racconti sconcertanti: e possiamo perciò rendere testimonianza alla rettitudine, alla onestà, alla delicatezza di coscienza dei familiari e della Nostra gente: e non soltanto, com'è naturale, del clero e degli educatori che avvicinammo. ma anche dei laici appartenenti ai più vari ceti; sì, anche laici, cui toccava in sorte di vivere in tempi burrascosi e polemici e, sotto certi riguardi, in condizioni più sfavorevoli di quelle in cui oggi vive il laicato cattolico !

Nel ricordo della sana dirittura di quei tempi, può il Papa — che sente gravare sul Suo cuore la responsabilità spirituale affidataGli, anche se l'abituale serenità può celarne le ansie agli occhi dei fedeli — può, diciamo, il Papa restare indifferente dinanzi al dilagare di una cronaca, di una pubblicità, di riesumazioni storiche romanzate, che nulla hanno a che vedere con la istruzione e con la onesta informazione? Non soffrirà il Suo cuore al pensiero del veleno, che con disinvolta larghezza viene propinato a tanti innocenti, ed alla adolescenza inesperta e tumultuosa, per mezzo di racconti, di esemplificazioni, di illustrazioni, in cui la conoscenza del vero, e il fascino del bene e la visione del bello non solo non c'entrano per niente, anzi ne sono piuttosto ostentatamente esclusi?

Chi ha il dovere di valutare le cose di questo mondo secondo l'alto criterio dei diritti di Dio e della salvaguardia della bellezza morale delle anime, non può non richiamare solennemente quelle terribili parole di Gesù: « Chi scandalizzerà qualcuno di questi piccoli, che credono in me, meglio per lui sarebbe che gli fosse appesa al collo una macina da asino, e fosse immerso nel profondo del mare. Guai al mondo per causa degli scandali... Guai all'uomo, per la cui colpa avviene lo scandalo? » [2].

Per questo Ci facciamo arditi: e con voce supplichevole, con petto forte, sottoponiamo alla attenzione dei genitori e degli educatori, degli uomini di governo e dei legislatori e giuristi, dei produttori e degli industriali, i seguenti punti, confidando nella buona volontà e rettitudine di ognuno.

1) Anzitutto è necessario avere una coscienza chiara, costantemente ispirata ad un retto equilibrio, e non portata alla insensibilità o al lassismo.

Il diritto alla verità ed alla orientazione verso una norma morale oggettiva, fondata su la perennità delle Leggi divine, è anteriore e superiore ad ogni altro diritto ed esigenza. La libertà di stampa deve inquadrarsi e disciplinarsi in questo rispetto delle Leggi divine, rispecchiantisi in quelle umane, come la libertà dei singoli è inquadrata e disciplinata dall'osservanza delle prescrizioni positive. E come non è lecito al libero cittadino — per il fatto che si proclama libero — portare offesa violenta e danno alla libertà, ai beni, alla vita del suo prossimo, così non può essere lecito alla stampa — sotto il pretesto che essa deve essere libera — attentare quotidianamente e sistematicamente alla sanità religiosa e morale della umanità.

Ogni altra esigenza, di lucro e di diffusione di notizie, deve essere soggetta a queste leggi basilari.

Questa coscienza chiara va unita alla esatta comprensione della missione propria di ciascuno. Essa infatti è non soltanto informativa, ma formativa, e cioè mira a dare una educazione. Nessuno può negare infatti che gli organi di stampa siano non solo mezzi con cui si esprime l'opinione pubblica, ma altresì strumenti di orientamento, di formazione, e quindi talora anche di deformazione dell'opinione pubblica.

Ora, l'educazione non è altro che rispetto dei valori dell'uomo, che viene lentamente formandosi, ma che può anche venir travolto, se non è sufficientemente difeso, dalle inclinazioni peccaminose. Questa educazione, secondo l'antico e sempre valido concetto socratico, è un trarre fuori dalla intimità dello spirito umano per portare alla luce, alla vita, alla perfezione: e quindi non sarà un immettere dentro veleno, un sollecitare consapevolmente le inclinazioni cattive, un contribuire ad offuscare, anzi ad opprimere ed avvilire la dignità umana!

2) Questa coscienza chiara invoca di per se, e assume da sola delle limitazioni doverose, che debbono trattenere i diritti della stampa nel rispetto, nell'ordine, nella legalità. Tali limitazioni si impongono alla morbosità del dire e del tratteggiare; al solletico del sensazionale e dell'illecito; si impongono alla lusinga del guadagno: alla sconsideratezza ed alla leggerezza, che strappano violentemente l'innocenza del bimbo e dell'adolescente, giustificandosi col ritenere ciò inevitabile e fatale.

Su questo argomento è meglio essere espliciti, senza riguardi che vorrebbero dire rispetto umano, se non connivenza complice; non è l'amore del sapere, della cultura o della verità che guida alcune penne, ma il fuoco malsano di certe passioni: ma la immoderata brama di notorietà e di lucro, che passa sopra agli insopprimibili appelli della coscienza.

Può essere lecito che di punto in bianco si gettino alla cupidigia della curiosità particolari e descrizioni, che dovrebbero essere riservate alla polizia scientifica ed alla magistratura? É mai lecito che da ogni fatto criminoso, su cui meglio sarebbe gettare un velo pietoso, si tragga occasione per descrizioni e ricostruzioni che non sono altro che scuola di delitti e incentivo al vizio? La stessa pubblicità, specialmente in determinati campi, e obbedendo a nefaste regole, ha assunto aspetti sconcertanti e paurosi, che non si giustificano se non col deliberato proposito di colpire violentemente i sensi, penetrare a forza nelle menti, senza preoccuparsi della ferita lasciata nell'anima.

L'esame attento di una tale dolorosa situazione deve portare dunque autorità e organi responsabili ad una conclusione logica e doverosa: che cioè nell'esercizio della libertà di stampa si impongono necessarie limitazioni. E queste debbono essere rigorosamente determinate, in base alla legge e per mezzo di essa, affinché un campo così delicato, importante e decisivo per l'avvenire di ogni nazione, non sia lasciato in balìa dell'improvvisazione, del labile autocontrollo, di cui tanto si è parlato, o, peggio, della malafede e del lenocinio.

Spetta anche a voi, diletti figli, che ne avete fatto oggetto di studio e di costruttivo apporto durante questo Convegno, portare il contributo della vostra dottrina, e anche della vostra autorità di giuristi cattolici, alla soluzione del gravissimo problema.

3) Infine sono necessarie posizioni nette e un programma positivo.
Per naturale disposizione d'animo, Noi non amiamo applicare, se non raramente, i termini forti alle molteplici situazioni della vita sociale, quando nutriamo fiducia che si possano mutare in meglio. Ma qui sentiamo il dovere di dire tutto, e confidare le Nostre ansie e le Nostre speranze a coloro che Ci sono figli e fratelli, sia per la pratica della fede cattolica, sia anche per il consentimento sincero e umano su questo punto della stampa, che traligna, e su la valutazione da farsi degli scrittori indegni di questo nome.

Le posizioni di fermezza, richieste ai cattolici, sono dunque le seguenti: non avere paura di venire tacciati di « scrupolosi » o di esagerati nel tenere un comportamento di riprovazione verso certa stampa. Quindi non comperare, non accreditare, non favorire e addirittura non nominare la stampa perversa. Non temere di valersi di tutti i mezzi per avviare questo settore a disciplina umana e civile, prima ancora che cristiana. A tale opera di difesa e di fermezza sono chiamati principalmente i cattolici, e tutti quanti abbiano una retta coscienza e una sincera volontà di essere utili alla società: perchè soprattutto in questo campo si deve sentire la gravità del peccato di omissione.

Quanto al programma positivo, da seguire, dopo avere rilevato come la legislazione abbia compiuto passi da gigante nella difesa dei diritti della persona umana, bisogna convenire che ciò non si può affermare del settore della stampa. Eppure anche qui si tratta di un fondamentale diritto, che riguarda la libertà personale: e « la tutela di questa libertà — come sottolineava il Nostro Predecessore Pio XII nel 1947 — è lo scopo di ogni ordinamento giuridico meritevole di tal nome... Si verrebbe a legalizzare la licenza, se si permettesse alla stampa ... di scalzare i fondamenti religiosi e morali della vita del popolo. Per comprendere ed ammettere un tale principio, non è neppure necessario di essere cristiani. Basta l'uso, non turbato dalle passioni, della ragione e del sano senso morale e giuridico » [3].

Ora lo scopo dei molti Congressi ed incontri individuali, degli studi e delle pubblicazioni, deve essere quello di illuminare, di convincere, di purificare l'aria nei riguardi di tale argomento.

La responsabilità di cui ciascuno si sente investito sarà per gli uomini di scienza — come per tutti gli altri di buona volontà e di lucida mente — un grave incentivo a fare presto e a fare bene; e a muoversi con sollecitudine e con spirito di apostolato. L'amore alla verità, la saldezza delle proprie convinzioni, e un sincero zelo per le anime saranno di sprone a quanti hanno a cuore l'onore della Chiesa e la salvezza della società. Questo programma sia per voi animato dalle parole dell'Apostolo: « Non ci stanchiamo nel fare il bene: poiché, non stancandoci, mieteremo a suo tempo. Per la qual cosa, fino a che abbiamo tempo, facciamo bene a tutti, massimamente però a quelli che per la fede sono della stessa famiglia » [4].

Diletti figli!

Vi abbiamo messi a parte delle Nostre profonde ansie e preoccupazioni, e l'averlo fatto Ci è motivo di qualche sollievo, come di chi si è tolto un peso che gravava sull'anima sua: dixi et liberavi animam meam. Ed ora Ci conforta il sapere che troviamo in voi una piena comprensione della gravità dei problemi, congiunta ad un volonteroso proposito di porvi rimedio.

Continuate nei vostri studi e nella luce dei vostri esempi ! A sostegno delle fatiche, a incoraggiamento delle volontà, a sereno conforto delle coscienze, Noi invochiamo su di voi la pienezza dei doni divini per la materna intercessione della Vergine Immacolata, Madre del Buon Consiglio.

In pegno degli invocati favori celesti, siamo lieti di impartire a voi, unitamente al degno Presidente, a tutti i Soci dell'Unione dei Giuristi Cattolici Italiani, ed alle persone a voi care, la propiziatrice Benedizione Apostolica.

 


*  AAS. vol. LI, 1959, pp. 45-50.

[1] Ps. 7, 11.

[2] Matth. 18, 13-7.

[3] Discorsi e Radiomessaggi VIII, 8 gennaio 1947. p. 369.

[4] Gal. 6. 9-10.

 



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