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«LE INSOLITE»

LETTERA DEL SANTO PADRE LEONE XIII
AL CARDINALE SEGRETARIO DI STATO
MARIANO RAMPOLLA DEL TINDARO

 

Al signor Cardinale Mariano Rampolla del Tindaro, Nostro Segretario di Stato.
Il Papa Leone XIII.

Le insolite manifestazioni politiche, delle quali è spento appena per le vie della città l’ultimo suono, Ci traggono a indirizzarle su tale argomento qualche parola, non tanto a sfogo dell’animo contristato, quanto a fine di rilevare la gravità del fatto, e gli intendimenti che lo ispirarono. Veramente, per quel senso d’umanità insieme e di decenza che alberga anche negli animi presi dalla passione, non Ci pareva soverchio lo sperare un riguardo almeno alla Nostra canizie. Si volle invece andar oltre, ruvidamente: di guisa che siamo stati condotti a questo, di dover essere quasi immediati testimoni all’apotesi della rivoluzione italiana e della conseguente spoliazione della Santa Sede. Famigliari, per divino favore, alla sofferenza e al perdono, mettiamo da un canto l’affronto recato alla persona: molto più che a lenire la presente Nostra amarezza accorse spontanea la pietà delle genti cattoliche; e segnalossi tra queste l’Italia per protestazioni generose e testimonianze d’affetto preziosissime. Ma quel che Ci commove e trafigge, si è la solennità dell’offesa alle ragioni della Sede Apostolica e l’evidente proposito di perpetuare, anziché comporre, un conflitto, di cui niuno può misurare i calamitosi effetti.

La gravità del fatto, palese per se medesima riceve luce purtroppo dalle confessioni degli artefici ed ecomiatori di esso. Col glorificare, nel modo che s’è veduto, il successo del settanta, hanno avuto in mira anzitutto di assodare i frutti della conquista, e fare intendere all’Italia e al mondo che il Pontefice, quanto è da loro, deve rassegnarsi ormai alla cattività senza speranza di redenzione. E qui non è tutto. Hanno voluto inoltre fare un passo di più verso un ideale essenzialmente antireligioso. Poiché lo scopo ultimo della occupazione di Roma, non diciamo nella mente di quanti vi cooperarono, ma delle sètte che ne furono i primi motori, non è, o almeno non è tutto nel compimento dell’unità politica. No: quell’atto di violenza, che ha pochi esempi nella storia, doveva nei decreti settari servire come mezzo ed esser preludio di un assunto più tenebroso. Se si stese la mano a squarciare le mura della metropoli civile, fu fatto per meglio battere in breccia la città sacerdotale: e per sortire l’intento di assalire da vicino la potestà spirituale dei Papi, incominciossi dall’abbatterne quel propugnacolo terreno. Insomma, quando vennero ad imporsi al popolo romano, a questo popolo che tenne fede al suo principe sino all’ultimo, resistendo vigorosamente a possenti e diuturne tentazioni venute di fuori, essi recavano il concetto ben fermo di mutare le sorti della città privilegiata, trasfigurarla, tornarla pagana: ciò che fu denominato in loro gergo, dar vita ad una terza Roma, d’onde irradierebbe come da centro, una terza civiltà. E infatti si diede e si dà opera più che non paia ad attuare il funesto disegno. Son cinque lustri che, guardandosi attorno, Roma vede padroni del campo gli oppugnatori delle istituzioni e delle credenze cristiane. Diffusa ogni più malvagia dottrina; vilipesi impunemente la persona e il ministero del Vicario di Dio; contrapposto al dogma cattolico il libero pensiero, e alla Cattedra di Pietro il seggio massonico. E appunto a questo insieme nefasto d’idee e di fatti si è preteso novellamente di dar sembianza di diritto ed essere di stabilità, mediante il suggello di una nuova legge e le clamorose manifestazioni che secondarono, capitanate a viso aperto dalla setta nemica di Dio. È forse questo il trionfo della causa italiana, o non piuttosto l’avvenimento della apostasia?

La giustizia è sicura del trionfo finale, come Roma della immutabilità dei suoi alti destini. Ma intanto quella è sopraffatta, a questi si attraversa la congiura di congreghe perverse e l’opera dissennata di chi le favorisce. E che pro ne coglie la nazione? L’acquisto di Roma fu preconizzato ai popoli italici come albòre di salute e auspicio di prosperità futura. Non cercheremo se gli avvenimenti abbiano avverata la promessa dalla parte dei beni materiali. Ma certo il compiuto acquisto ha diviso moralmente l’Italia, invece di unirla. È poi un fatto, che in questo mezzo pigliarono vieppiù ardire le cupidigie d’ogni maniera, si allargò all’ombra del giure pubblico l’immoralità del costume, e il conseguente affievolimento della fede religiosa; moltiplicarono i prevaricatori delle leggi umane e divine; crebbero di numero e di forza i partiti eccessivi, le schiere fremebonde, congiurate a sovvertire dalle fondamenta gli ordini civili e sociali.

E tra l’ingrossare di tanti guai, non che quietare, inasprisce la guerra a quel divino instituto, nel quale dovrebbe riposare la speranza del maggiore e più sicuro rimedio. Vogliamo dire alla Chiesa e particolarmente al suo Capo visibile, a cui fu rapita insieme col principato civile l’autonomia non meno convenevole alla dignità del pontefice, che è necessaria alla libertà dell’apostolico ministero. Ed è vano il ricorso a spedienti legislativi: nessuna maniera di provvedimenti giuridici potrà mai conferire indipendenza vera senza giurisdizione territoriale. La condizione che pur affermano d’averci guarentita, non è quella che Ci è dovuta e Ci bisogna: essa non è indipendenza effettiva, ma apparente ed effimera, perché subordinata al talento altrui. Questa foggia d'indipendenza, chi la diè, la può togliere; ieri la sancirono, ponno cassarla domani. E non fu in questi giorni medesimi chiesta da un lato, e fatta intravvedere minacciosamente dall’altro l’abrogazione di quelle che chiamano guarentigie del pontefice? Ma non minacce, non sofismi, né invereconde accuse d’ambizione personale riusciranno a far tacere in Noi la voce del dovere. Qual’è, qual doveva essere la guarentigia vera della indipendenza papale fu potuto antivedere sin da quando il primo Cesare cristiano si avvisò di trapiantare a Bisanzio la sede dell’impero. Da quel tempo insino alle età a noi più vicine, niuno mai fu visto assidersi in Roma di quanti furono arbitri delle cose italiane. Così ebbe nascimento e vita lo stato della Chiesa, non per opera di fanatismo, ma per disposizione di Provvidenza, accogliendo in sé i migliori titoli che possano rendere legittimo il possesso di un principato, vale a dire l’amore riconoscente di popoli beneficati, il diritto delle genti, l’assenso spontaneo del mondo civile, il suffragio dei secoli. Né lo scettro in mano ai Pontefici fu d’impaccio al pastorale. Scettro infatti portavano quei Nostri antecessori, che rifulsero per santità di vita ed eccellenza di zelo. E sono essi medesimi che pure furono sovente chiamati a comporre i più ardui litigi; che opposero vittoriosamente alle esorbitanze dei potenti il petto fortissimo; che salvarono all’Italia in pericolosi frangenti il tesoro della fede, e propagarono dall’orto all’occaso la luce della cristiana civiltà, i benefizi dell’umano riscatto. E se oggi, nonostante le condizioni malagevoli e dure, prosegue il Papato tra la riverenza delle genti la sua via, non lo si arrechi al manco di quel presidio umano, ma sì veramente all’assistenza della grazia celeste, che non fallisce mai al sommo sacerdozio cristiano. Fu opera forse delle persecuzioni imperiali il meraviglioso incremento della Chiesa adolescente?

Queste cose vorremmo che meglio fossero comprese dal senno pratico degli italiani. Non parliamo dei fuorviati per erronee dottrine o legami di setta; ma degli altri, ai quali tuttoché immuni da quei legami, né ciechi seguaci di quelle dottrine, fa velo la passione politica. Veggano essi quanto sia opera perniciosa e stolta contrastare ai veraci disegni della Provvidenza, e ostinarsi in un dissidio non profittevole che alle mene di fazioni audacissime, e più ancora ai nemici del nome cristiano. L’essere stata eletta fra mille a custodire il seggio apostolico, fu privilegio singolarissimo e gran ventura per la nostra penisola; e ogni pagina della sua storia testifica quanta copia di beni e quali incrementi di gloria le vennero ognora dalle immediate cure del pontificato romano. Sarebbe forse mutata l’indole di esso o affievolita l’efficacia? Si tasmutano le cose umane, ma la benefica virtù del magistrato supremo della Chiesa viene dall’alto, ed è sempre la medesima; con questo di più che, essendo esso ordinato a durare quanto i secoli, tiene dietro con amorosa vigilanza al cammino dell’umanità, né ricusa, come sognano i suoi detrattori, di attemperarsi quanto è possibile ai ragionevoli bisogni dei tempi.

Se, porgendoci docile orecchio, attingessero gl’italiani dalle tradizioni avite e dalla coscienza dei loro veri interessi il coraggio di scuotere il giogo massonico, apriremmo l’animo alle più liete speranze in ordine a questa caramente diletta terra italiana. Ma quando avvenisse l’opposto, Ci duole il dirlo, non sapremmo presagire che nuovi pericoli e maggiori rovine.

Con effusione di particolare affetto le impartiamo, signor Cardinale, l’Apostolica Benedizione.

Dal Vaticano, 8 ottobre 1895.

LEONE PP. XIII

 


*ASS, vol. XXXI (1895-1896), pp. 196-204.



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