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La tutela dei civili nei conflitti

Il dovere di proteggere


di Pierluigi Natalia

Ritardi e promesse non mantenute da parte della comunità internazionale ci sono, come in molti aspetti della convivenza mondiale, anche nella protezione delle vittime civili dei conflitti. La questione è argomento della sessione plenaria dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite aperta in queste ore al Palazzo di Vetro di New York.
Ancora una volta, un dibattito all'Onu sembra destinato più a rinnovare denunce già fatte che a registrare progressi, sia pur minimi, che incoraggino un qualche ottimismo. Per ora, infatti, non hanno avuto concreta applicazione gli impegni formalmente assunti dai Paesi dell'Onu.
La responsabilità di proteggere, quale principale prerogativa della comunità internazione, fu definita solennemente nel 2005. Si trattò di un significativo passo avanti sul piano del diritto internazionale, che sotto questo aspetto ha avuto nell'ultimo ventennio sviluppi radicali, almeno sul piano concettuale.
Nei suoi primi quarant'anni d'esistenza, che coincisero con il bipolarismo tra gli Stati Uniti e l'allora Unione Sovietica, l'Onu fu sostanzialmente paralizzata - oltre che dai veti reciproci che sotto altri aspetti permangono - dal concetto di non ingerenza negli affari interni dei singoli Stati.
Fu all'inizio degli anni Novanta, con il primo esplodere della crisi balcanica, che le istituzioni internazionali cominciarono a prestare ascolto alle voci della comunità mondiale che invocavano un "diritto all'ingerenza umanitaria", a recepire la convinzione che la sovranità statale non può costituire un limite all'intervento indispensabile nelle situazioni di crisi. Per parafrasare i termini giuridici, quelle voci chiedevano iniziative basate sul diritto privato prima che sul diritto pubblico, che facessero cioè riferimento prima alle persone che alle organizzazioni della convivenza umana.
In un mondo sempre più interdipendente e nel quale ha sempre meno senso parlare di crisi locali, questo significa non solo fermare la guerra il prima possibile, ma costruire e mantenere la pace, una pace "giusta e duratura", secondo l'espressione che Giovanni Paolo II usò in quella Sarajevo dove si è aperto e si è poi chiuso un secolo di guerra in Europa e che oggi è il laboratorio di una difficile e sofferta ricostruzione della convivenza.
Negli anni, questa convinzione si è sviluppata, appunto, dal concetto di diritto all'intervento a quello di dovere di proteggere. In pratica, tuttavia, l'applicazione di questo principio continua a essere pressoché nulla. Ogni anno il segretario generale dell'Onu presenta un rapporto "Implementing the responsibility to protect". Quelli degli anni scorsi sono stati di fatto dei promemoria sulle cose da fare e soprattutto sulle cose non fatte.
Anche il rapporto 2009 di Ban Ki-moon non fa eccezione. In esso, il segretario generale ricorda l'impegno universale assunto quale propria prerogativa dalla comunità internazionale per evitare genocidi, altri crimini di guerra o violazioni dei diritti umani. "Questo impegno universale e irrevocabile - scrive Ban Ki-moon - è stato assunto al massimo livello e la nostra comune sfida deve essere quella di passare dalle parole ai fatti". Nel rapporto, il segretario generale sottolinea ancora una volta che ciascuna Nazione ha la responsabilità di proteggere la sua popolazione, ma ribadisce il concetto che deve essere la comunità internazionale, e quindi ogni suo singolo membro, a fornire assistenza, accoglienza e aiuto nel caso in cui questa dovesse venir meno.
Il dibattito al Palazzo di Vetro riguarda proprio le misure da adottare nel caso di crisi che abbiano pesanti conseguenze sulla popolazione civile e sul suo diritto alla sopravvivenza. L'obiettivo è quello di identificare una strategia globale e multilaterale per proteggere le popolazioni da qualunque affronto alla dignità umana.
Sono infatti milioni i civili costretti ogni anno ad abbandonare i propri luoghi di origine a causa delle guerre, anche senza voler contare quelli costretti all'esilio dalla povertà estrema, acuita negli ultimi tempi dalla crisi finanziaria globale che ha le conseguenze più pesanti proprio sull'economia reale dei Paesi poveri.
La risposta non può e non deve essere di chiusura, non solo sul piano del diritto inalienabile di ogni singolo essere umano, ma anche in nome di un interesse globale alla sicurezza e allo sviluppo.

 

(© L'Osservatore Romano 25 luglio 2009)