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Disattese le aspettative dei popoli del continente

Nessuno ascolta
l'Africa


di Pierluigi Natalia

All'Africa servono tutela dell'ambiente, pace e sicurezza, ma anche una riforma della convivenza internazionale e delle sue istituzioni, un nuovo equilibrio mondiale più democratico e meno sbilanciato soprattutto sul piano economico. Su questi temi - che attraversano da tempo il dibattito internazionale e sui quali si è accresciuta l'attenzione in questo 2009 - i Governi africani formalmente concordano, ma cercare una loro reale compattezza è oggi una sfida improba. Il continente è percorso da violenze sistematiche ed è esposto a fenomeni diffusi di neocolonizzazione che vedono diversi governanti acquiescenti se non complici, mentre i processi democratici sono spesso incerti o apertamente violati.
Questo favorisce l'emarginazione dell'Africa dai momenti decisionali. Al confronto in ogni grande assise - compresa l'Assemblea generale delle Nazioni Unite - raramente seguono iniziative efficaci. Da anni si assumono impegni con l'Africa, ma le promesse restano in gran parte non mantenute e le aspettative disattese. Lo stesso accade anche in organismi di nuova costituzione, come il g20 che è di fatto subentrato al g8.
Ciò nonostante, o forse proprio per questo, si fa strada la convinzione che occorrano mutamenti profondi. Per quanto riguarda la finanza, sono proprio gli specifici organismi internazionali, Banca mondiale e Fondo monetario internazionale, a spiegare che per i Paesi poveri non si possono ignorare i costi di lungo termine della recessione globale dalla quale quelli ricchi incominciano a uscire. In assenza di misure adeguate, nel 2010 altre decine di milioni di persone nel sud del mondo, soprattutto in Africa, saranno gettate nell'estrema povertà.
Non è solo una questione di denaro, anche se per sfamare il miliardo di affamati basterebbe meno dell'1 per cento dei soldi stanziati per salvare il sistema finanziario. Un'esclusiva attenzione ai trasferimenti finanziari rischia, anzi, di protrarre a tempo indeterminato la cura dei sintomi, senza affrontare le cause della malattia. Se ne è avuta una controprova alla Conferenza di Copenaghen sul clima, che ha trovato come unico accordo proprio quello sui finanziamenti ai Paesi in via di sviluppo per consentire loro la necessaria riconversione a tecnologie non inquinanti. È certo un risultato, ma è sufficiente per considerare riuscita la Conferenza.
Più in generale, non basta considerare quello dei Paesi svantaggiati un problema di denaro, con soluzioni sperate da un'improbabile ricaduta dell'aumento della ricchezza generale. In discussione è il modello di sviluppo. La Santa Sede e il magistero della Chiesa lo hanno più volte affermato in questo 2009, definito di forte attenzione  all'Africa  dallo  stesso  Benedetto XVI, che nel discorso per gli auguri natalizi alla Curia ha parlato di un anno "per la Chiesa e per me personalmente (...) in gran parte nel segno dell'Africa". Sia il viaggio apostolico in Camerun e in Angola, sia il Sinodo dei vescovi si iscrivono in questo contesto.
Il Papa ha fatto riferimento, tra l'altro, alla questione dello sviluppo dei processi democratici di partecipazione alle scelte generali, cioè uno dei temi che la società civile - nella quale hanno gran parte le comunità ecclesiali - è chiamata ad affrontare in Africa. Certamente, come il Papa sottolinea, la presa d'atto di continue emergenze non deve trasformarsi in una tentazione di supplenza politica da parte delle gerarchie ecclesiali. Questo non vuol dire, però, disinteresse tra contesto ecclesiale e contesto politico. Correggere le disfunzioni dell'economia e orientare i suoi scopi significa avere visione etica e concretezza economica. La solidarietà internazionale non è solo aiuto finanziario, o elemosina, ma scelta culturale di un diverso modello, capace di vincere le sfide del futuro.
Un mondo con oltre un miliardo di affamati non è conseguenza di fenomeni ingovernabili, ma di scelte internazionali. Attribuire alla crisi globale le crescenti difficoltà dei più poveri vale per gli Stati del sud del mondo e per i poveri di casa nostra è mistificatorio:  l'aumento degli affamati non è riconducibile a tale crisi, se non nella sua accelerazione. Il loro numero è infatti aumentato in modo lento, ma costante, in tutto l'ultimo decennio, sia nei periodi di prosperità sia in quelli di recessione.
Per l'Africa, la questione centrale resta quella agricola, con le comunità rurali penalizzate sia dal disimpegno degli Stati sia dalle liberalizzazioni basate sulle monocolture destinate ai consumi del nord del mondo. Gli ostacoli principali allo sviluppo dell'Africa, agricolo e generale, sono la mancanza di infrastrutture e un'insufficiente volontà politica. In gran parte, cioè, la responsabilità è proprio delle classi dirigenti del continente. Ma questa situazione mostra anche l'estrema debolezza del sistema mondiale di governance, della sicurezza alimentare esattamente come della tutela ambientale. Né ciò può essere attribuito a mancanza di risorse, che ci sono.

 

(© L'Osservatore Romano 30 dicembre 2009)