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11 febbraio


In alcune stampe ottocentesche Pio IX e Vittorio Emanuele II appaiono rappresentati a braccetto, sereni e sorridenti. Segnata da un ottimismo irenico, questa iconografia popolare può offrire lo spunto per una riflessione sull'odierna ricorrenza della stipula dei Patti Lateranensi, che cade in un anno particolare per l'Italia: il centocinquantesimo della unificazione nazionale.
Si tratta di due ricorrenze distinte, eppure profondamente connesse per l'intreccio forte che il moto risorgimentale ebbe con la questione cattolica e con il problema di garantire alla Sede Apostolica piena sovranità e indipendenza, a tutela della sua missione universale.
Riguardata a tanto tempo di distanza, quella raffigurazione popolare dei due protagonisti del Risorgimento italiano si presta a una duplice, diversa chiave di lettura. Da un lato, infatti, esprimeva il sogno delle genti italiane di una riconciliazione tra Stato e Chiesa, dopo i noti dilaceramenti che segnarono una particolare stagione della storia della Penisola; un sogno che era, al contempo, un fervido auspicio. Dall'altro lato, però, quell'immagine ingenua rifletteva un dato di fatto: la realtà, cioè, di una profonda amicizia sussistente, al di sotto dei vertici politico-diplomatici e militari che fecero l'unità, tra comunità civile e comunità religiosa; più ancora: l'identità cattolica degli italiani, che costituiva la base più solida dell'unità e la sua più fondata premessa.
Due diversi i sentimenti espressi, dunque, il primo dei quali rivelava il dramma delle interiori dilacerazioni tra i doveri di fedeltà allo Stato e quelli di fedeltà alla Chiesa, che avrebbe potuto finalmente acquietarsi più tardi, molto più tardi, con l'evento dell'11 febbraio 1929. Il secondo sentimento, viceversa, indicava la sussistenza nella società italiana di un fermento positivo che, al di là di ogni contrapposizione, era destinato a favorire il processo di unificazione nel sentire comune, nella cultura, nella solidarietà. Insomma: la conciliazione doveva avvenire fra istituzioni, come atto formale, non nel corpo sociale, dove fede e cittadinanza non erano in conflitto. E l'orientamento religioso delle masse assicurò al nuovo Stato il collante, sicuro e forte, delle diversità che il processo di unificazione era chiamato a superare. Riguardati con gli occhi di oggi, i Patti del Laterano e l'Accordo di Villa Madama del 1984, con cui si vennero ad armonizzare le norme concordatarie con la Costituzione repubblicana, presentano un dato saliente: il porsi come strumenti positivi di tutela e promozione della libertà religiosa, quale diritto individuale, collettivo e istituzionale. Di qui l'esigenza di un pieno e fattivo rispetto nella lettera e nello spirito delle disposizioni poste da tali accordi, da parte di tutti coloro che sono chiamati a dare loro applicazione. Come ha osservato Benedetto XVI il 17 dicembre scorso, rivolgendosi al nuovo ambasciatore d'Italia presso la Santa Sede, "quei patti internazionali non sono espressione di una volontà della Chiesa o della Santa Sede di ottenere potere, privilegi o posizioni di vantaggio economico e sociale, né con essi si intende sconfinare nell'ambito che è proprio della missione assegnata dal Divino Fondatore alla Sua comunità in terra. Al contrario, tali accordi hanno il loro fondamento nella giusta volontà da parte dello Stato di garantire ai singoli e alla Chiesa il pieno esercizio della libertà religiosa, diritto che ha una dimensione non solo personale".
In effetti la libertà religiosa, nelle sue diverse espressioni quanto a titolarità, non si esaurisce nella semplice affermazione del relativo diritto ma postula, in uno Stato davvero laico, un impegno positivo per rimuovere gli ostacoli di diritto e di altro genere che, in concreto, dovessero impedire o limitare l'esercizio di quel diritto, pure teoricamente assicurato a tutti. Da questo punto di vista l'esperienza italiana appare davvero esemplare e può costituire un significativo paradigma di riferimento. La tutela della libertà religiosa d'altra parte, così come di ogni diritto umano, non può essere considerato un obbiettivo compiutamente raggiunto una volta per tutte. Essa comporta una costante tensione adeguatrice dell'esperienza giuridica alle sempre mutevoli esigenze che l'evoluzione della società pone. Di qui la responsabilità di vigilare per cogliere ambiti nei quali occorre intervenire, al fine di dare concreta attuazione ai principi. Il pensiero corre, a questo riguardo, alla questione delle istituzioni di assistenza, dove trovano ricovero e sostegno persone che, per ragioni diverse, non possono - o non possono appieno - disporre liberamente di sé. La istituzionalizzazione, apprezzabile espressione di solidarietà nei confronti di chi è nel bisogno, può però costituire per sé stessa, a livello personale, un impedimento al libero esercizio della libertà religiosa. Per questo l'articolo 11 del Concordato ha previsto che siano garantite forme specifiche di assistenza spirituale all'interno delle istituzioni assistenziali; ma queste forme attendono ancora di essere definite tra le competenti autorità, per rendere effettivamente fruibile a una delle categorie più deboli dei consociati un diritto che, come ancora ricordava il Pontefice nella menzionata occasione, "è storicamente e oggettivamente il primo tra quelli fondamentali della persona umana".