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DISCORSO DI PAOLO VI
AD UN PELLEGRINAGGIO DI OPERAI NAPOLETANI

Sabato, 3 giugno 1967

 

Il Santo Padre è lieto di salutare, con i diletti pellegrini di Napoli, il Presule illustre che li accompagna e di salutarlo non solo come Arcivescovo di Napoli, ma anche come prossimo Cardinale di Santa Romana Chiesa. E questo dice la stima, l’affetto, la considerazione che il Papa ha per il loro Arcivescovo e come sia per Sua Santità cosa lieta e piena di speranza l’associarlo a quel Collegio Cardinalizio del quale il Sommo Pontefice si serve per essere consigliato, aiutato e confortato nell’esercizio della sua apostolica missione.

L’avere per sé, in tale ufficio, l’Arcivescovo di Napoli, è una cosa della quale il Papa conosce il pieno valore. Inoltre Napoli è una delle Chiese più antiche del mondo, perché risale, secondo una tradizione venerabile, all’epoca apostolica, ed il Santo Padre aveva riletto, proprio pochi giorni prima, che, quando l’Imperatore Costantino fece sorgere le prime basiliche romane, fondò anche, tramite Papa Silvestro, una chiesa a Capua, che era allora il capoluogo della Campania, e un’altra chiesa a Napoli, il che attesta come Napoli fosse già una grande città, la quale godeva del primo posto sia nella valutazione imperiale sia in quella della Chiesa che, dalle catacombe, veniva a respirare l’aria della libertà dei cittadini del regno di Dio.

Il Papa è quindi lieto che questo vincolo di parentela spirituale e di collaborazione con Napoli sia rinsaldato con l’atto - che Egli ritiene doveroso e felice - che pone a fianco del Sommo Pontefice il loro Arcivescovo; atto con il quale il Santo Padre ha inteso di onorare il clero napoletano, l’intera Campania e tutto il diletto popolo di Napoli, il quale può essere fiero di avere un tale Pastore e un tale Capo come guida spirituale.

Il Papa, rinnovando poi l’espressione della sua sollecitudine ai lavoratori presenti, dopo aver ricordato le origini della «Fiore» e posto in rilievo lo sforzo compiuto dai cinque fratelli Fiore per portare la loro Società a livello industriale nelle cinque sedi nelle quali essa opera, si compiace con essi che danno lavoro, pane, professione e diritto civile a folle di lavoratori nel mondo moderno.

Sua Santità rivolge poi il suo saluto, oltre che ai fondatori, ai dirigenti, a tutti coloro che nelle Officine Fiore svolgono la loro opera, ricordando che, se ancora persistesse il malinteso che la Chiesa non è favorevole al mondo del lavoro, proprio da questo incontro tutti possono vedere quanto, invece, la Chiesa ami i lavoratori, pensi ad essi, come li sostenga e quanto faccia per tutelare e promuovere la loro dignità di uomini, di cittadini della Terra e del Regno dei Cieli.

Vuole pure esprimere, il Santo Padre, la compiacenza che Gli arreca il sapere che essi sono operai del Mezzogiorno d’Italia: Egli ha conosciuto gli operai del Mezzogiorno ed ha avuto occasione di apprezzarli quando era a Milano, dove essi giungevano in sì gran numero, per le loro capacità di intelligenza, di assiduità, di disciplina e di organizzazione, per l’opera svolta nelle grandi officine della Regione Lombarda.

Il Mezzogiorno offre al mondo del lavoro braccia e menti di prim’ordine, ed il Papa tiene a rivendicare questa loro abilità e le loro doti, e lo fa con piena coscienza di dire il vero.

Le caratteristiche della «Fiore», il fenomeno da essa rappresentato di una rete di officine collegate lo rende pure molto pensoso. I suoi operai rappresentano infatti un lavoro organizzato, e cioè il lavoro moderno basato sulla molteplicità associata dei lavoratori, presupposto di ogni industria e fondamento di progresso, di sviluppo tecnico, sociale ed economico. Essi costituiscono quindi non solo una speranza per il Mezzogiorno, ma un esempio, dimostrando concretamente che la loro terra può essere altrettanto fertile di sviluppo industriale moderno quanto lo è qualsiasi altra d’Italia.

Il paterno elogio Sua Santità vuole estendere poi al Circolo Mediterraneo dei Sarti, con il quale ebbe contatti quando premiò a Milano il miglior sarto d’Italia.

Sua Santità vuole sottolineare poi un altro titolo per esprimere la letizia di quella visita, motivata dal fatto che essi sono credenti, cristiani, religiosi, e questo pone in evidenza un’altra caratteristica del popolo meridionale: la sua religiosità. Il Papa è lieto che essi ne portino la testimonianza, e desidera accoglierli non soltanto come lavoratori, ma come figli della Chiesa, e cioè con una corrente di maggiore simpatia, di carità, di colloquio personale con ciascuno; come il padre si intrattiene coi figli.

L’uomo moderno, assorbito dal lavoro, finisce per dimenticarsi di guardare in alto; e s’interessa più delle cose della terra, dei beni economici che di altro; perciò il Concilio, che è stato uno sforzo di rinnovamento della vita religiosa, ha voluto ricordare al mondo moderno che bisogna guardare anche il Cielo: là è la patria futura; siamo fatti per camminare sulla terra, non per strisciarvi; bisogna procurarsi il necessario ma non dimenticare che nella vita bisogna attendere alla ricerca superiore di Dio e dei beni spirituali.

Nel motto di San Benedetto «Ora et labora» è il segreto delle questioni sociali, morali e spirituali del nostro tempo, il quale, purtroppo, si caratterizza per aver invece separato queste due parole.

Il Santo Padre si augura pertanto che tutti i lavoratori sappiano unire alle loro quotidiane fatiche la fede che li fa cristiani e figli di Dio e dà speranze che trascendono il livello del tempo e i confini della materia: la parola della Fede entri dunque come un programma, e non come un peso, nei loro spiriti.

Conclude invitando i presenti ad essere portatori e messaggeri del suo saluto e della sua benedizione a tutti i loro colleghi, agli ammalati, ai vecchi e ai bambini.

                                      



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