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DISCORSO DI PAOLO VI
AI LAUREATI DI AZIONE CATTOLICA

Mercoledì, 28 agosto 1968

 

Diletti Figli, Laureati di Azione Cattolica!

A Voi il Nostro deferente e cordiale saluto, e l’espressione della Nostra gioia per questo incontro, che Ci dà non poca consolazione anche- perché suscitatore di innumerevoli ricordi, alla cui forza non vogliamo e non possiamo sottrarci.

La vostra presenza ha il significato di un rinnovato impegno davanti alla Chiesa - al quale siamo, ben lo sapete, particolarmente sensibili, e che da Noi riscuote profonda gratitudine - con i valori del pensiero, dello studio, della cultura teologica e della spiritualità cristiana, della competenza e probità professionale, in un clima di elevata amicizia, nello sforzo costante per un continuo arricchimento personale, interiore e per una coerente e conseguente proiezione apostolica.

Ma il vostro Gruppo ha una caratteristica più specifica. Siete i Laureati Cattolici partecipanti alla settimana di studio di Rocca di Papa, ramificazione - non unica - dell’ormai non più giovanissimo tronco che incominciò la sua crescita trentadue anni or sono. Questa vostra presenza testimonia un interesse particolare - che fa molto onore alla sensibilità e all’apertura del vostro benemerito Movimento - per i problemi teologici attuali in relazione dialogale immediata e concreta con la realtà culturale nella quale viviamo.

Chi ora vi parla, mentre vi ringrazia e vi incoraggia per simile iniziativa, desidera anche ripetervi il Suo vivo compiacimento per la scelta del tema delle vostre settimane, «Itinerario a Dio nel nostro tempo», giunto quest’anno alla sua terza edizione: tema fondamentale e massimo, invero; suscettibile sempre di ulteriori indagini, meritevole di continuata dedizione, nel vigile intento di coglierne e approfondirne la complessa problematica; di conoscere - di quell’itinerario - le asprezze e gli ostacoli, per proiettarvi una luce, per stendere una mano soccorritrice a qualche compagno di via; di scoprirne i percorsi e le tappe più adatti e più agevoli all’uomo di oggi, per facilitargli il raggiungimento dell’altissima ineffabile Meta.

Sappiamo che avete voluto far tesoro di quanto vi abbiamo detto negli incontri dei due anni precedenti; e Ci rammarichiamo che il breve tempo che Ci è ora concesso non Ci permetta alla ripresa considerazione la desiderata ampiezza, alla quale saremmo fortemente sollecitati dalla gravità dottrinale e pastorale del problema e dalla responsabilità del Nostro apostolico ufficio.

Ma vogliamo almeno affidare alla vostra intelligente meditazione e alla pensosa riflessione di tutti un interrogativo, che emerge anche - a volte terribilmente gigantesco - da tante angosciose vicende di cui ci accade di essere spettatori e partecipi. Può davvero e onestamente l’uomo moderno nutrire la convinzione che Dio rappresenti per noi una «alienazione»? ; che solo senza Dio sia possibile quella pienezza di libertà e di responsabilità che consentirebbe di intraprendere con successo la «costruzione» del mondo e della storia? O non si dovrà piuttosto riconoscere che è proprio per la mancanza e il rifiuto di Dio - Fondamento dell’essere, della verità, della moralità, di tutti i valori - che l’uomo si «altera» nel suo stesso equilibrio essenziale, per precipitare nella disumanità dell’egoismo, della tecnocrazia, dell’oppressione, o per finire con l’imprigionarsi in una contestazione totale ed assurda? Ricordiamo oggi, festa di S. Agostino, la sua celebre parola, rivolta a Dio: «Fecisti nos ad Te, et inquietum est cor nostrum donec requiescat in Te» (Conf. 1, 1).

Non negheremo che talvolta, non già Dio, ma il concetto che l’uomo se ne forma, possa condurre ad una comoda evasione, mentre l’Essere Supremo è la fonte di ogni ,massimo impegno; che tale concetto possa e debba spesso purificarsi, così da risultare meno inadeguato all’indicibile Realtà che validamente esso esprime: che, ai fini della rappresentazione e della presenza di Dio nella mente e nella vita dell’uomo di oggi, occorra tenere nel debito conto i condizionamenti tecnologici, le mutazioni culturali, i cambi che si producono nelle strutture psicologiche individuali e collettive. Ma ciò - lo riaffermiamo - non deve far cadere nel soggettivismo, nel relativismo, nello storicismo, nello scetticismo; e neppure in un umanitarismo chiuso o in un secolarismo preclusivo: posizioni spirituali o erronee o quanto meno insufficienti, incapaci di garantire in maniera inequivoca e non effimera il conseguimento di quei beni personali e comunitari a cui l’umanità incessantemente anela, e non hanno vera garanzia se non in un verace riferimento a Dio.

Ed un secondo brevissimo pensiero. Il vostro studio degli «aspetti psicologici e sociologici dell’ateismo» intende valersi del metodo positivo, peculiare delle scienze naturali e storiche, della cui legittima autonomia e notevole perfezione raggiunta e grande utilità pratica non si può dubitare.

Da una siffatta indagine di comportamenti concreti e di indirizzi teorici ispirati all’assenza o alla negazione di Dio non volete, peraltro, e giustamente, separare il «giudizio di valore»; nella stessa guisa che non volete disgiungervi un proposito schiettamente apostolico: valutazione ed impegno fondati nel «Dio della religione», nel «Dio del Vangelo», e confortati dalle stimolanti certezze della fede cristiana.

Quanto apprezziamo, cari figli ed amici, la vostra impostazione ed i vostri sforzi! Non stancatevi di adoperarvi così, con serietà e generosità, affinché il nostro tempo compia il suo grande itinerario: verso quel Dio che pur vorrebbe vedere e sentire, nonostante la sua negazione, e a cui forse è meno lontano di quanto non pensi. E vi accompagni nel vostro itinerario con tutti i fratelli la Nostra propiziatrice Benedizione Apostolica.

  



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