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DISCORSO DI PAOLO VI
A CHIUSURA DEGLI ESERCIZI SPIRITUALI IN VATICANO

Sabato, 9 marzo 1968

 

Per sintetizzare - tale la premessa del Santo Padre - quel che abbiamo meditato in questi giorni, dovremmo fare un atto molto difficile, forse nell’attuale momento impossibile, mentre pur sentiamo che l’impressione generale delle ore passate in questa Cappella, durante la decorsa settimana, nel silenzio e nella meditazione di quanto ci veniva proposto, sia molto gradita e spontanea.

Si avverte, anzitutto, un senso di soddisfazione spirituale; un senso di letizia e quasi di sorpresa. Ciò induce a ben riflettere, ed è meraviglioso. Abbiamo passato tutta la nostra vita nel servizio del Signore, cercando di apprendere la sua dottrina, di capire i suoi misteri: ed ecco, quando ascoltiamo di nuovo esposti al nostro intelletto e al nostro cuore gli avvenimenti e i precetti del Vangelo, cioè le verità della nostra dottrina, notiamo che c’è un mondo ancora da esplorare; e che la nuova visione si diffonde in bellezze e scoperte che non ci sembrava, dopo le nostre esperienze e tanti anni di riflessione, d’aver avuto la fortuna di poter acquisire.

Ebbene, proprio così. Caritas vestra magis ac magis abundet in scientia (Phil. 1, 9). Dobbiamo avanzare ad un grado, sempre progrediente e superiore, della conoscenza di Cristo; e perciò rilevare quanto sia fecondo lo sforzo di avvicinare il Vangelo nella sua realtà, la dottrina della Chiesa nelle formulazioni più sicure e più genuine.

Quindi altra grande scoperta: l’applicazione della nostra conoscenza di Cristo ai casi della vita, in cui ora ci troviamo, con una problematica estremamente ricca, nuova, urgente, talvolta pure non disgiunta da qualche apprensione. Ebbene: dobbiamo applicare questo Vangelo; dobbiamo introdurlo nella nostra vita. Credevamo di averlo già vissuto e personificato: invece ci convinciamo ognor più che il contatto col mondo, la fenomenologia delle cose, degli avvenimenti, ci dimostrano che sempre, quasi dobbiamo incominciare di nuovo. Perché? Perché il Vangelo è una sorgente inesauribile, divina. Il mondo passa e cambia e il rapporto si modifica ed esige nuovo ricorso alla divina luce perenne. Ne consegue che la nostra anima - posta tra le due entità: Cristo e il mondo - si trova ad essere invitata ad una rinvigorita disciplina, ad una vita interiore più attiva, ad una conversazione con Cristo, con lo stesso Vangelo e con la nostra fede in forme nuove e forse da noi non previste.

Dobbiamo riconoscenza a chi ci ha condotto a questa scuola, e in maniera profonda, semplice, autentica. E dobbiamo concludere che i Santi Esercizi, adesso, non finiscono; ma piuttosto segnano un ottimo inizio. Grande sarà il frutto reale di queste giornate se non lo chiuderemo fra le cose transeunti, ma lo terremo presente tra quelle che dobbiamo attuare, per essere veramente fedeli alla grazia che Dio ci ha dato nelle ore benedette qui trascorse.

Ringraziamo perciò, tutti, il Signore per la parola prodigataci; mentre il Papa sente anche l’obbligo di ringraziare chi ha onorato il sacro convegno con la persona, l’assiduità, l’esempio e la devozione. Il Santo Padre formula, infine, l’auspicio che veramente la Ecclesia, a cui noi apparteniamo, possa sempre più attuare il grande compito di irradiare nel mondo i suoi esempi e la sua dottrina e che l’ora presente segni una pienezza di grazia e di futura felicità.

Riconfermando tali voti e sentimenti, l’Augusto Pontefice dà a tutti la Sua Benedizione Apostolica.

                                             



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