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DISCORSO DI PAOLO VI
AD UN PELLEGRINAGGIO DELLA DIOCESI DI VERONA

Sabato, 28 settembre 1968

 

Dire «Verona» e sentire il Nostro animo invaso da memorie storiche, artistiche, religiose, da ricordi di luoghi incomparabili per bellezza e per ricchezza di spirituale valore, di persone celebrate negli annali della santità della Chiesa (San Zeno, Sant’Angela Merici, Maddalena di Canossa fra le tante) e di altre che attendono di esserlo (il Ven. Bertoni, Mazza, Comboni, Calabria . . .) e di altri nomi di uomini eminenti, anche da Noi conosciuti, amati e stimati (come Mons. Manzini, Mons. Grazioli, Mons. Chiot, Mons. Zamboni . . . . ed a Noi più vicino: il Cardinale «Padre Bevilacqua»), invaso diciamo, e quasi sopraffatto di commozione, è la stessa cosa: tanto Verona Ci è cara, tanto da Noi ammirata e stimata, e tanto fiorente e vitale di religiosa attualità. E qui Verona Ci è presente ora con rappresentanze, che meglio non potrebbero interessare il Nostro spirito e suggerirti espressioni di gaudio e di riconoscenza: ecco il caro e venerato Pastore dell’insigne Diocesi, il degnissimo Monsignore Giuseppe Carraro, che or sono quasi due anni volemmo maestro di Esercizi spirituali alla Nostra persona ed alla Curia Romana; a lui il Nostro riverente e cordiale saluto, a lui il Nostro abbraccio fraterno, il Nostro più vivo benedicente voto per la sua prosperità e per quella della illustre e santa Chiesa Veronese affidata alle sue cure pastorali. Ecco i numerosi e fervorosi Alunni dei corsi teologici del Seminario diocesano; giovani che accogliamo con festiva esultanza e con commossa speranza. Ecco i sessanta Sacerdoti diocesani dell’Istituto pastorale «Gian Matteo Giberti», nome celeberrimo egregiamente scelto per dare onore ed esempio a tale Istituto, se a buon diritto il Giberti fu detto «quasi dux et magister», cioè precursore e ispiratore, del Concilio Tridentino, e di quanti poi, Pastori della rinascita cattolica dopo tale Concilio, primo fra essi, estimatore ed emulo, San Carlo Borromeo, e con lui l’amico Agostino Valier, fondatore del vostro Seminario: quale eredità di memorie, quale impegno di tradizionale fedeltà! Ed ecco ancora questi duecento giovani, ragazzi e ragazze, che hanno frequentato per un biennio la provvida Scuola permanente dell’Apostolato dei Laici: istituzione quanto mai indicativa dell’attualità che distingue e ravviva l’operosità pastorale della Chiesa Veronese.

Perché, Figli carissimi, dimostriamo il Nostro piacere di accogliervi mediante questi accenni alla vostra storia ed alla vostra vita? Perché, oltre che nascere spontaneamente nel Nostro animo, essi Ci offrono una osservazione molto importante, che vorremmo lasciarvi a ricordo di questo felice momento. Aprite gli occhi dei vostri spiriti: voi siete circondati da tesori d’incomparabile valore; voi siete eredi d’un passato, che vi consegna ricchezze preziose. È vostro diritto raccoglierle, è vostro dovere apprezzarle. Come si chiama questo patrimonio storico, di cui senza sforzo e senza merito entrate in possesso? Si chiama tradizione. Noi sappiamo benissimo che l’età nostra non è ben disposta verso la tradizione. Anche se la cultura ci obbliga ad avere riguardo dei suoi tesori, la tendenza della psicologia moderna è contraria a vivere di tradizione. Lo spirito moderno guarda piuttosto all’avvenire che al passato. Anzi, verso il passato riserva abitualmente una fiera ripulsa, una radicale disistima. Che cos’è l’atteggiamento rivoluzionario, che oggi è di moda in tante manifestazioni della vita moderna? È un bisogno, un proposito, un atto di rottura col passato; la si considera questa rottura una liberazione, una possibilità d’accelerare la corsa verso l’avvenire e le sue novissime forme di vita. Noi cristiani, orientati verso i fini ultimi, verso l’escatologia della storia presente, siamo i più aperti ed i più pronti al divenire, al progresso, al continuo rinnovamento degli animi e delle cose; siamo pellegrini che senza ritardi e senza rimpianti camminano sulla strada del tempo, verso l’avvenire. Sì; ma noi non siamo perciò distaccati dal passato, dal quale deriviamo un retaggio, che spesso contiene beni inestimabili e valori insostituibili. Per correre avanti sappiamo guardare indietro. Questo è vero specialmente nell’economia della salvezza, che si colloca nel tempo e che si fissa in avvenimenti da cui non potremo prescindere mai: la nostra vita cristiana non può tagliare la radice da cui deriva perennemente la sua linfa sempre fresca, sempre nuova. E se questa radice, che arriva a Cristo, si affonda in un humus che è stato meravigliosamente fecondo, noi attingeremo da essa l’alimento e l’energia per gli anni presenti e futuri, non come melanconici «cultores temporis acti», ma uomini saggi ed esperti che non hanno bisogno, per sentirsi liberi e giovani, di fare il vuoto d’intorno a sé, che non considerano una catena pesante da trascinare quella tradizione, da cui ricevono invece il migliore viatico per <correre forti e spediti sui sentieri dei tempi nuovi.

Diremo in parole semplici: amate la vostra tradizione; amate la vostra città; amate la vostra diocesi. Siate fieri d’essere Veronesi! Procurate di conoscere la vostra storia civile e cristiana. Non annoiatevi di quanto essa vi regala. Conservate e fate vivere il patrimonio della vostra cultura (chi mai possiede una Biblioteca capitolare come la vostra: «schola Sacerdotum sanctae Veronensis Ecclesiae»? Dove troveremo una chiesa come S. Zeno, o S. Anastasia? E S. Fermo e S. Giorgio?). Ma badate bene: l’archeologia da sola non basta; i musei non bastano; il culto storico ed estetico delle cose non bastano. Il passato, per amarlo davvero, bisogna riviverlo; bisogna arricchirlo di nuove espressioni; bisogna fare come ora fate: essere presenti nel luogo e nel momento, in cui la Provvidenza ci fa vivere, con piena coscienza della propria vocazione, della propria responsabilità; con l’energia che risponde in pienezza di consapevolezza e di sforzo al «traffico dei talenti» posti nelle nostre mani. Fedeli al passato per conquistare l’avvenire.

Il che significa, a Noi pare, anche un’altra cosa. Si pensa talora che questa adesione alla tradizione, questa coerenza con la storia dei valori eterni, che la civiltà, e ancor più la Chiesa, custodisce e trasmette alle successive generazioni, impedisca il contatto immediato ed operante con i fenomeni del tempo in continua mutazione e distolga dalla comprensione e dalla conversazione con gli uomini della scena presente. Non è così. La distinzione, che può derivare dalla fedeltà al nostro passato, nel costume, nel pensiero, non ci separa dal mondo che ci circonda, sì bene ci abilita a meglio capirlo, a meglio servirlo. Se voi foste totalmente assimilati al mondo in cui vivete, diventereste passivi, perdereste la capacità di reagire su di esso; in altre parole, di esercitare su di esso quella funzione, a cui siete votati, l’apostolato. Per essere apostoli, per essere ministri di salvezza, bisogna essere qualificati, e possedere verità, virtù, costumi, sentimenti, che non derivano dall’ambiente, ma al bene dell’ambiente sono destinati.

Ed è pensandovi appunto tesi e capaci d’esercitare nel cerchio sociale in cui vivete l’influsso rigeneratore della fede e della grazia, che Noi vi amiamo, che Noi vi ammiriamo, che Noi vi incoraggiamo. Venuti a Roma, e ascoltando le segrete sue voci, quelle che emanano dalle tombe degli Apostoli e dei Martiri, quelle che partono dai monumenti e dagli organi della Chiesa cattolica, qui vivente nel proprio suo cuore, voi potete meglio capire la vostra fortuna d’essere figli della Chiesa che per voi risplende col nome di Verona, e d’essere impegnati a darle nuova e moderna testimonianza di vitalità cristiana.

È ciò che Noi vi auguriamo, Figli carissimi, mentre raccomandandoci alla vostra filiale affezione, cioè alle vostre preghiere, alla vostra operosa fedeltà, di gran cuore tutti vi benediciamo.

  



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