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DISCORSO DI PAOLO VI
DURANTE LA «VIA CRUCIS » DAL COLOSSEO AL PALATINO

Venerdì Santo, 4 aprile 1969

 

Qualunque sia il sentimento con cui abbiamo percorso questo sentiero doloroso della «Via Crucis»: di pietà religiosa, tradizionale e indistinta, di intuizione del mistero del dolore, che in Cristo prende misura e profondità sconfinate, di bisogno di espiazione e di perdono, di coscienza dell’ineluttabile presenza della croce nella vita cristiana, è certo per ciascuno di noi che una strana simpatia per Cristo paziente invade i nostri animi: quasi senza avvedercene, una parola evangelica si realizza in noi, e noi ne sperimentiamo la segreta efficacia: «Quando sarà innalzato da terra, disse Gesù (e alludeva al genere di morte che gli sarebbe toccato, cioè la croce), Io trarrò tutti a me» (Io. 12, 33; 19, 7).

Da che cosa deriva questa attrazione? I santi, i mistici, i teologi ci potrebbero dire tante cose a questo riguardo: sulla rivelazione suprema che Cristo fece sulla croce del suo amore (cfr. Gal. 2, 20; Eph. 5, 25), sull’opera della nostra salvezza, la redenzione, che su la croce fu consumata (cfr. «O crux, ave spes unica!»), e così via. Noi ora ci contentiamo di osservare, quasi esteriormente, l’aspetto storico del mistero della Croce: Gesù ci si presenta nello stato completo della sua debolezza, della sua umana sconfitta, della sua «non violenza». A noi vengono in mente le celebri parole di S. Agostino: «Fortitudo Christi te creavit, infirmitas Christi te recreavit» (Tr. in Io. 15, 6; PL 35, 1512): quel Signore che ti ha creato con la sua potenza, ti ha ri-creato, cioè redento, con la sua debolezza, con la sua Passione.

Lezione per noi, se vogliamo salvare noi stessi, se vogliamo salvare gli altri, il mondo non con la forza materiale, con la vendetta, con la violenza, con la guerra, ma con le virtù, apparentemente passive del Vangelo: con la povertà, col disinteresse cioè, con l’umiltà, non con l’orgoglio e con le questioni d’un assoluto prestigio, non con le reazioni rivoluzionarie e violente, ma con la forza inerme della parola, della giustizia, proclamata e difesa senza altrui offesa, della libertà di adorare Iddio, di professare la verità e di servire i fratelli, della bontà umile t forte, dell’amore, anche con sacrificio proprio; in una parola: con la croce.

Questa riflessione ci fa pensare alla relazione della croce con la pace. Pensando al sangue innocente di Cristo ci ricordiamo che siamo stati affratellati in Lui: «Egli infatti è la nostra pace» (Eph. 2, 14). E così la nostra Via Crucis si conclude in preghiera per la pace nelle nostre anime, redente appunto dalla croce, e per la pace del mondo, per la cui salvezza Cristo ha dato il suo sangue; e specialmente vogliamo pregare in favore delle popolazioni e delle regioni, dove ancora la pace non è: nel lontano, e a noi spiritualmente vicino, Vietnam; nell’Africa, così gravemente afflitta da una lotta implacabile; nel paese, che fu quello di Gesù, dove sempre è presente il nostro ricordo e ogni nostro voto migliore.



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