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DISCORSO DI PAOLO VI
AI PRESULI DELLA CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA

Sabato, 19 aprile 1969

 

Signori Cardinali! venerati Confratelli!

Questo non è un discorso! è semplicemente un saluto, un riverente e cordiale saluto, che personalmente desideriamo porgere alla chiusura della vostra Assemblea, e che non può mancare per dare a voi l’assicurazione, resa sensibile dalla Nostra presenza, della concordia di sentimenti, di propositi, di preghiere, che Ci unisce a ciascuno di voi e all’intera Conferenza Episcopale Italiana, particolarmente in codesta riunione, ben qualificata per dimostrare e per mettere in azione, come nuova entità canonica, come corpo ecclesiale, come «agapé» pastorale il Collegio episcopale di questo Paese. Vorremmo poter dire meglio, a ciascuno in particolare, a tutti voi congregati nel nome di Cristo ed aventi Lui in mezzo a voi (cfr. Matth. 18, 20) quale devozione, quale affezione, quale comunione intercorre fra le vostre venerate persone e l’umile Nostra, fra le vostre cure e le vostre ansie apostoliche e le Nostre fraterne, fra la carità che vi stringe al Signore e la Nostra che a Lui cerchiamo di tributare con quel primato di amore e di fedeltà, ch’Egli volle da Pietro richiedere (cfr. Io. 21, 15). Basti ora dichiarare e celebrare nel silenzio dei cuori questa superiore e caratteristica armonia propria di pastori coscienti e responsabili della Chiesa di Dio.

Una seconda parola crediamo da parte Nostra doverosa; ed è quella della riconoscenza, che si rivolge innanzi tutto al degnissimo Presidente della Conferenza Episcopale Italiana, il Signor Cardinale Giovanni Urbani, Patriarca di Venezia, e a tutti i membri della Presidenza della Conferenza medesima, con loro compreso lo zelante Segretario Monsignor Andrea Pangrazio, Vescovo di Porto e Santa Rufina, e con quanti prestano la loro collaborazione all’efficace e complesso lavoro della Conferenza. Vi sia di conforto, vi sia di incoraggiamento la Nostra gratitudine, la Nostra esortazione, la Nostra solidarietà.

Avremmo cento questioni, le quali potrebbero offrire tema a questo colloquio. Esse sono continuamente presenti al Nostro spirito; ne valutiamo il numero, la complessità, la gravità, l’urgenza; ne condividiamo la responsabilità, le apprensioni, le speranze; procuriamo di non lasciarvi mancare il Nostro aiuto (voi lo sapete); e sempre le teniamo presenti in modo particolare, fra le altre innumerevoli e non meno gravi del Nostro ministero apostolico, nelle Nostre orazioni. Se, di proposito, ora à nessuna di esse Noi facciamo esplicito riferimento, ciò è per dare un segno ad una ragione di metodo, se non di principio (poiché non dimentichiamo la posizione e la funzione che Ci sono riservate anche in seno dell’Episcopato Italiano); di metodo, diciamo; cioè quello che vuole riconoscere all’Episcopato Italiano una sua propria missione, una sua propria responsabilità, una sua propria funzionalità, analogamente a quanto è riconosciuto agli Episcopati e alle loro rispettive Conferenze delle altre Nazioni, sempre in gerarchica unione, ben si sa, con questa Sede Apostolica. E, per di più, una ragione di fatto dispensa Noi e dispensa voi dal riprendere in questo momento finale la trattazione di temi, che in questi giorni voi avete ampiamente e autorevolmente discussi: avete già molto ascoltato, parlato e riflesso. Basti così. A Noi non resta che di auspicare da parte vostra un successivo e positivo approfondimento dei temi trattati ed augurare che abbiano effettiva applicazione le conclusioni ed i propositi, a cui codeste intense giornate hanno portato gli animi vostri. Un’assemblea, come quella che ora concludiamo, non è un’accademia puramente speculativa, né tanto meno retorica. Né i tempi che corrono, né l’ufficio proprio di Vescovi consentono di esaurire relazioni e dibattiti d’una riunione come la vostra in sole parole, anche se non vane e non comuni. All’opera dunque, venerati Confratelli!

Che se ora bastassero tempo e lena per qualche ulteriore riflessione, per qualche spirituale divagazione circa il fatto stesso di questo convegno e circa i doveri che ne scaturiscono, Ci piacerebbe discorrere alquanto sulla figura del Vescovo, quale deve risultare dal recente Concilio. Esistono studi pregevoli sulla fisionomia, sia morale che sociale, del Vescovo, quale si è configurata nei vari periodi storici. Nessuno di noi ha certamente trascurato di farsi un concetto circa la persona del Vescovo in seguito alla riforma tridentina (si veda, ad es., il saggio d’un autorevole studioso quale è Hubert Jedin: «Il tipo ideale di Vescovo secondo la Riforma cattolica». Morcelliana, Brescia, 1950). Tutti siamo portati a ripensare le figure d’un Giberti, e d’un San Carlo Borromeo, per ricordarci poi d’un San Francesco di Sales, d’un San Gregorio Barbarigo, d’un Sant’Alfonso, d’un San Pio X e d’un Card. Ferrari. Questi ricordi sono sempre d’attualità. Ma Noi vorremmo chiedere a Noi: quali tratti caratteristici sono messi in rilievo dai documenti del recente Concilio nella figura tipica e ideale del Vescovo ai nostri giorni? Come incide, ad esempio, nella spiritualità interiore e nell’atteggiamento pratico del Vescovo la collegialità, che la costituzione dogmatica Lumen Gentium ha messo in così luminoso rilievo? Come il decreto sull’ufficio pastorale dei Vescovi Christus Dominus? Come la costituzione pastorale Gaudium et spes? Come, in modo speciale, la costituzione sulla Sacra Liturgia Sacrosanctum Concilium? e Cosi via. Noi pensiamo che questa ricerca possa offrire una vena di lunga e proficua meditazione, e possa perfezionare in noi il concetto della dignità, della missione, del servizio, della carità, quali sono specifici in chi ha la tremenda e ineffabile ventura di qualificarsi successore degli Apostoli. Nessuno vorrà negare che la «cura d’anime», come già dopo il Tridentino, diventi il carattere saliente del Vescovo, con tutto ciò che esso comporta di autenticità evangelica, di povertà e di semplicità, di interiorità e di sacralità, di attività pastorale e missionaria, d’inventività e di accostamento rispetto al mondo moderno. E quale urgenza assume oggi nel Vescovo il suo primario e personale ufficio dell’annuncio della Parola di Dio, vogliamo dire della catechesi e della predicazione?

Una nota fra tutte vogliamo rilevare: il Vescovo d’ieri poteva essere riservato e difeso dalla sua stessa autorità; obbligato alla residenza e alla visita pastorale sì; ma poteva tutelare l’esercizio della sua missione con una certa distanza dal suo clero e dal suo popolo; oggi non più: Il Vescovo ritorna padre, pastore, fratello, amico, ammonitore e consolatore in mezzo al Popolo di Dio. La sua presenza si fa abituale e popolare. La sua autorità forte e soave. La sua conversazione possibile e familiare. La sua fatica, Confratelli carissimi, è moltiplicata. La sua pazienza è messa a dura prova. Ma l’efficacia del suo ministero sarà accresciuta! La sua persona, sempre doverosamente venerata, diventerà amata! Ricordiamo S. Paolo: «Praedica verbum; insta opportune, importune; argue, obsecra, increpa in omni patientia et doctrina . . .», con quello che segue, quasi detto allora per noi (2 Tim. 4, 2 ss.).

E dove questo esercizio di ministero pastorale (e possiamo dire di genuina ascetica episcopale) oggi a Noi pare più necessario è nella «conversatio» con i Sacerdoti e con i Seminaristi. Confratelli, si chiuda con questo ricordo al Nostro, al vostro amatissimo Clero, il Nostro commiato. Dite ai vostri Preti, dite ai vostri Seminaristi, che li abbiamo avuti nella memoria e nel cuore, e che nella celebrazione di quest’ora di carità ecclesiale essi hanno avuto da Noi una intenzionale, cordiale Benedizione.

La quale Benedizione Apostolica da parte dell’umile vostro Servo dei Servi di Dio è per voi, degnissimi Vescovi Italiani, per voi Confratelli diletti, pienissima, specialissima.



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