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DISCORSO DI PAOLO VI
ALLA GIUNTA COMUNALE DI ROMA

Lunedì, 20 gennaio 1969

La vostra visita, Signor Sindaco di Roma e Signori Assessori, Ci è molto gradita: perché Ci porta gli auguri del nuovo anno, quasi a sgombrare il cielo dalle nubi che ne, velano con qualche dubbioso presagio la limpida serenità; perché si esprime nella vostra personale presenza e nelle nobili parole testé pronunciate, con grande cortesia e con grande dignità; perché Ci conferma gli alti e coraggiosi propositi che guidano la vostra attività nell’amministrazione degli interessi della Città vostra e, a titolo ben distinto e diverso, anche Nostra, perché al tempo stesso patria comune, per molte ragioni, che tutte ora possiamo riassumere in una sola: l’amore; l’amore che insieme portiamo a questa Urbe dilettissima, antica e moderna, nazionale e universale, temporale e spirituale!

Ricambiamo a voi i Nostri voti migliori, i quali sgorgano ottimi e copiosi dal Nostro cuore, per la preziosità e per la responsabilità del vostro ufficio, e subito sono suffragati dall’invocazione a Dio, che su questa Città ha posato certi suoi misteriosi e misericordiosi disegni, quasi trasparenti allo sguardo di spiriti grandi e veggenti. Oh! quanto anche Noi con voi auspichiamo la prosperità temporale e sociale, il decoro estetico e morale, lo sviluppo armonico ed organico della vetusta e fiorente Città! E quanto ameremmo discorrere con voi dei grandi problemi che la riguardano, compresi come siamo della loro gravità, della loro complessità, della loro urgenza, e non mai dimentichi della solidarietà che stringe chiunque è Romano alla loro soluzione, memori anzi dei doveri che al bene religioso della sua tradizione cristiana e della sua missione cattolica ad essa in modo del tutto particolare legano il Nostro ministero di Vescovo e di Pontefice.

Una domanda verrebbe a tale riguardo spontanea alle Nostre labbra: che ne sarà di questa vostra e Nostra Roma, secolare e fatidica, chiamata ad assumere totalmente il volto d’una grande Città dei tempi nuovi? Diventerà Roma una delle innumerevoli città moderne, a grande espansione urbanistica, uniforme ed impersonale, un agglomerato di immensi alveari umani, popolati di cittadini indifferenti e sconosciuti gli uni agli altri? Ovvero sarà paga Roma di considerarsi un cimelio storico, chiuso e immobile nell’auto-contemplazione della sua venerabile antichità, una Città archeologica, circondata da innumerevoli quartieri e borgate artisticamente insignificanti? Che cosa succederà alla Roma sette- e ottocentesca, regale e paesana nei suoi edifici, rassegnata e mordace nei suoi abitanti?

Noi non lo sappiamo, né vogliamo fare critiche o pronostici; a voi tocca il dovere e la fortuna di modellare il nuovo volto di questa «eterna Città». Se un augurio, un voto Ci è dato esprimervi in un’occasione come questa favorevole ai facili sogni ed alle buone speranze, Noi vi diremo semplicemente di fare vostra la formula evangelica: «nova et vetera»! Sappiate avere, sì, - e quanto geloso, quanto intelligente e premuroso! - il senso della storia scritta nei monumenti e nelle antiche vestigia dei secoli andati; ma abbiate insieme l’ambizione di fare di Roma una Città viva, bella, pulita, sana, ariosa, come oggi gli uomini la desiderano; e per giungere a tanto abbiate sempre vivo e vigile, se così possiamo esprimerci, il senso del Popolo, dei suoi bisogni urbanistici e morali, della sua convivenza laboriosa ed ordinata, della sua educazione fisica e culturale, della sua profonda aspirazione ad essere una società unita e fraterna. Lo sforzo, che vi proponete, di dare case sufficienti, decenti, facilmente accessibili all’umile gente, di abolire la triste e sempre rinascente corona delle miserabili abitazioni, indegne dell’uomo, del cittadino, del cristiano, di rigenerare ancora una volta la periferia e certe zone dell’interno della Città, è degno d’ogni lode e d’ogni incoraggiamento, ed auspichiamo che dall’esito di tale sforzo risulti a voi il plauso dei nostri Concittadini e quello non meno prezioso della vostra coscienza.

Non vi dispiaccia se Noi raccomandiamo che ancora, con sempre vigile saggezza, voi vogliate tenere presenti i bisogni religiosi nella formulazione dei vostri piani urbanistici. E ciò per due elementari ragioni. In primo luogo la tradizione cattolica dell’Urbe a ciò vi invita, come ad un saggio di sapienza e di fedeltà. Che cosa non farebbe ogni altra Città nel mondo che avesse un’eredità storica e spirituale da custodire e da ravvivare pari a quella di Roma?

In secondo luogo, voi ben sapete che una vita religiosa, guidata da criteri pastorali, quali oggi presiedono al Nostro ministero, ha un potere - un carisma, vorremmo dire - di sviluppare sentimenti e virtù che danno al Popolo la luce ed il conforto della più alta concezione della vita, il senso vissuto della sua unità spirituale, il richiamo continuo ed efficace alla pratica di quelle virtù morali, le quali, mentre danno inizio e titolo alla costruzione della «Città di Dio», concorrono in modo incomparabile alla costruzione della «Città dell’uomo», alla sua forza morale, alla sua disponibilità comunitaria, alla sua coesione sociale, alla sua serenità umana.

Vi sappiamo sensibile e generosi a questo Nostro invito; e ve ne ringraziamo cordialmente. Gli interessi superiori della Città ne trarranno vantaggio e la benedizione di Dio, di cui la Nostra vuole essere segno e veicolo, sosterrà la vostra non lieve e non facile fatica di Amministratori dell’Urbe.

Alla quale, nelle vostre persone, nel vostro mandato, ed insieme a tutta la grande famiglia della Cittadinanza romana, va il Nostro saluto augurale e benedicente per l’anno nuovo.



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