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DISCORSO DI PAOLO VI
AI MEMBRI DELL'UNIONE CATTOLICA STAMPA ITALIANA

Giovedì, 23 gennaio 1969

 

Figli carissimi!

Accogliamo festosi

la vostra visita; accogliamo pensosi le notizie a Noi comunicate che ne espongono il significato. Ci è infatti motivo di compiacenza e di gaudio l’incontro che la vostra presenza Ci offre, come quello che Ci dà modo di rivedere persone a Noi ben note e care e di conoscerne altre parimente dedicate alla professione del giornalismo, le une e le altre qualificate da quell’appellativo di cattolico, ch’è da sé solo motivo per Noi di stima, di fiducia, d’affezione e di speranza. Vi salutiamo perciò tutti di cuore; e sapendo che voi, componenti il Consiglio Direttivo di una Unione forte d’un bel numero di aderenti, tutti li rappresentate ora davanti a Noi, estendiamo il Nostro cordiale saluto a tutta la schiera di coloro, che a tale Unione, si onorano di dare il loro nome, la loro adesione e la loro collaborazione.

Questo saluto si rivolge in modo particolare a Lei, caro Signor Presidente, che. succede, dopo il recente Congresso Nazionale di Taranto, designato dalla fiducia e dalla stima dei Colleghi e degli amici, al Nostro Raimondo Manzini, Direttore del non meno Nostro «L’Osservatore Romano», e tuttora qualificato del titolo di Presidente Onorario. Si rivolge nel ricordo di luoghi, di persone, di vicende, che da non pochi anni Ci hanno offerto occasione di conoscere con quali sentimenti e con quali virtù morali e professionali Ella serva la causa del giornalismo cattolico; e ben sapendo quali nuovi doveri assorbano ora la sua attività, pur senza impegnare l’Unione Cattolica della Stampa Italiana, auguriamo ch’Ella possa conservarle, con qualche margine del suo tempo, il valido sostegno del suo esperto e fraterno interessamento.

Accogliamo pensosi, dicevamo, le informazioni a Noi date, circa l’Unione medesima. Non Ci sono nuove, perché sempre la Stampa, promossa e servita da uomini di professione cattolica, è stata oggetto del Nostro più vivo interesse, che consideriamo come un dono della Provvidenza a Noi venuto dalla più preziosa e spirituale eredità paterna, arricchita da quelle giovanili esperienze, che non certo per il loro valore, ma per il loro fervore, bastano a inserire nell’animo perenni e feconde simpatie.

Ed è proprio questo nativo interesse, reso ora più ampio e più urgente dal Nostro apostolico ufficio, che Ci apre davanti in piena luce un quadro immenso di aspetti della stampa e di questioni circa la sua enorme ed imponderabile funzione nella società moderna; al quale quadro se volessimo fermare Io sguardo, non daremmo facile fine a questo discorso, che invece vuole essere semplice e breve. Basterebbe ricordare che il recente Concilio, come tutti sanno, ha dedicato un suo Decreto ai mezzi di comunicazione sociale, riservando alla stampa parole quali più pertinenti e più autorevoli sarebbe difficile concepire (cfr. n. 14).

Ma ora non parleremo della stampa, ma piuttosto delle persone che vi dedicano le loro fatiche. Non parliamo di giornali e di stampa; ma piuttosto di giornalisti e di pubblicisti. Parliamo di voi ed a voi, cari e valenti soci e dirigenti dell’Unione cattolica della Stampa Italiana.

Ed a questo riguardo, quello cioè delle persone, non vogliamo ripetere ciò che voi stessi, nel vostro recente Congresso, avete trattato con tanta competenza e tanta penetrazione circa la famosa moralità professionale di chi parla al pubblico mediante la stampa e sigilla in essa, quasi per dilatarne l’eco a incommensurabili confini e per sfidare, con lo scritto, la caducità della parola, un suo personale e responsabile colloquio con i suoi lettori, gli uomini suoi fratelli, fatti suoi discepoli, suoi clienti, suoi giudici. Tutto conoscete. Non resta che esortarvi a ripensare quelle alte e severe riflessioni e a sperimentarne la luminosa efficacia nell’esercizio sperimentale del vostro lavoro di giornalisti e di scrittori. È questa la deontologia vostra.

Aggiungeremo soltanto, a conforto della fatica severa, che la vostra professione impone alla vostra coscienza, fatica che diventa sovente lotta estenuante per le esigenze intrinseche alla norma cattolica e per le insidie e le difficoltà che ad essa oppone l’ambiente circostante, l’accenno ad un duplice beneficio, che deve a voi recare l’appartenenza alla vostra Unione. Il primo beneficio è di natura spirituale, Esso deriva dal continuo -richiamo all’interiorità dei vostri singoli spiriti, che tale appartenenza sollecita ed offre. Ciascuno di voi sa e sperimenta l’implacabile impegno esteriore della vostra attività professionale. Voi siete, per dovere d’ufficio, obbligati ad una insonne attenzione e ad una ininterrotta osservazione del mondo esteriore; voi dovete stare continuamente alla finestra aperta sul mondo, vincolati a scrutare i fatti, gli avvenimenti, le opinioni, le correnti d’interesse e di pensiero del panorama, che è al di là della vostra cella interiore, cioè della vostra intima personalità; siete psicologicamente estroflessi. Un filosofo di anni fa, idealista, parlava dell’uomo intento alla verità oggettiva delle cose come di uno ch’è uscito di casa, e che ha smarrito la chiave della casa stessa, e non può più rientrarvi. Il giornalista può essere forse paragonato, sotto aspetto filosofico diverso, ma analogo, in quell’uomo infelice; egli è fuori, deve stare fuori, il suo campo d’interesse è al di là di se stesso, perché a ciò lo obbliga il suo lavoro, il suo dovere. Ora questa condizione professionale presenta gravi pericoli per la personalità del giornalista; egli può perdere il contatto con se stesso; può subire un’alienazione la quale non trova compenso nella farragine di cognizioni contingenti ch’egli possiede; e la sua riflessione, se una rimane, è ancora collegata al mondo esteriore, col pericolo che in lui si renda meno sensibile la coscienza psicologica, morale e religiosa, il senso della verità pura, il gusto della meditazione e la capacità della preghiera. Al contrario di ciò che fu detto di San Benedetto, che «secum vivebat», viveva con se stesso, il giornalista vive spiritualmente fuori di sé. Ecco allora che la vostra Unione tiene accesa in ogni suo socio il ricordo, e col ricordo lo stimolo della coscienza del proprio carattere cattolico, che vuol dire il vincolo nutriente a quel mondo religioso, da cui solo, in definitiva, noi attendiamo, per il nostro destino personale ed anche per quello globale dell’umanità, la salvezza. Questo non è piccolo beneficio, perché in dati momenti, e in date forme, il movimento dello spirito cambia direzione, dall’esterno ritorna all’interno, ritrova se stesso (ricordate il Vangelo: «in se reversus», tornato in se stesso, del Figliuol Prodigo?); e cerca quel ristoro che solo il raccoglimento, il silenzio, la riflessione possono dare; e lo spirito si ricorda che se mai un incontro con Dio, con Cristo, con l’autentico amore ai fratelli a noi è dato conseguire, questo incontro ha il suo appuntamento normale dentro di noi, nel silenzio parlante del cuore, dove per il fedele Cristo si fa una sua dimora: «Christum habitare per fidem in cordibus vestris» (Eph. 3, 7), come dice San Paolo; lì egli ci aspetta, ci parla, ci rinfranca. E questo semplicissimo e normale, ma indispensabile processo spirituale è per voi agevolato dai discreti, ma sinceri richiami religiosi, che la vostra Unione offre ai suoi soci, non foss’altro con la memoria edificante e corroborante della qualifica che vi onora di cattolici, e col riferimento devoto al vostro Santo Protettore, Francesco di Sales, o con altro facile, ma ricorrente e ristoratore momento religioso, vissuto sempre in virtù dell’aggregazione alla Unione vostra, che a ciò vi stimola e vi dispone.

Accenniamo anche ad un secondo beneficio, nascente dall’aggregazione medesima, anche questo a livello ordinario, ma anch’esso di prezioso valore: l’amicizia. Consideriamo questo umanissimo fatto indispensabile oggi per vivere degnamente ogni professione, la vostra specialmente, la quale può offrire e ricevere nella conversazione di fedeli amicizie immensi tesori, di esperienza, di consiglio, di emulazione, di sicurezza. Voi ciò ben sapete; e non occorre che Noi facciamo ora la lauda dell’amicizia professionale. Solo Ci limitiamo a farvene raccomandazione: fate della vostra Unione un’ampia e ben tessuta rete di schiette amicizie: aiutatevi vicendevolmente a dare col vostro lavoro la testimonianza che il mondo odierno ha bisogno ed attende da voi; quella d’un cristianesimo intelligente, pensante, fortemente e schiettamente vissuto, che sa elevare la vostra professione ad un incomparabile ed indispensabile servizio alla verità e alla carità.

Questo vi diciamo, per questa volta, tacendo le tante altre cose che avremmo nel cuore per voi. Ma tanto vi basti per assicurarvi della Nostra affezione, della Nostra stima, della Nostra fiducia, per confortarvi a riprendere con lena rinnovata l’opera vostra, per attrarre nella sfera della vostra professione cattolica altri colleghi, per allenare una nuova leva di giovani addestrati alla milizia del buon giornalismo, e per infondere nei vostri animi, con la Nostra Benedizione, la sicurezza ineffabile di quella di Dio.



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