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DISCORSO DI PAOLO VI
AI SACERDOTI INCARICATI DELL’ASSISTENZA AI LAVORATORI

Sabato, 4 dicembre 1971

 

Ci fa veramente piacere ricevere oggi, sia pure per brevi istanti, il vostro gruppo, carissimi sacerdoti, incaricati, su scala regionale, della Pastorale del mondo del lavoro. Il Convegno Nazionale, a cui avete partecipato, è la concreta risposta all’auspicio emerso, nello scorso settembre, dalla riunione dei Vescovi italiani, delegati dalle Conferenze Episcopali regionali per questo specifico settore: ed è quindi un segno di vitalità nella comunità ecclesiale italiana, di docilità alle indicazioni della Gerarchia, di prontezza nell’adeguarsi alle crescenti esigenze di una pastorale, che deve inserirsi organicamente e con pieno diritto nella complessa pastorale d’insieme del giorno d’oggi.

LA CURA SPIRITUALE DEI LAVORATORI

Per questo siamo assai lieti della vostra presenza; ma ne abbiamo piacere soprattutto perché è la prima volta, dopo la decisione del Consiglio di Presidenza della Conferenza Episcopale Italiana, che ci incontriamo con un gruppo qualificato di sacerdoti, che si dedicano unicamente e specificamente alla cura spirituale dei lavoratori. Sappiamo che le vostre cure si dirigono per ora al settore dell’industria, della terra e del commercio. Ma il vostro scopo, a cui vi preparate intensamente, sarà quello di animare, in seno alle vostre rispettive regioni, altri sacerdoti, la cui missione, affidata dai Vescovi, sia quella di fornire assistenza pastorale a tutti i lavoratori, senza nessuna distinzione, perché in tutti voi vedete il fratello da amare - ogni uomo è mio fratello! - l’uomo che porta nella dignità della sua persona il suggello della somiglianza divina, impressagli da Dio creatore e redentore. A questi lavoratori, alle loro iniziative e organizzazioni voi guardate per dare una formazione religiosa, morale e sociale, per interessarvi di loro, dei loro problemi, delle loro sfiducie, delle loro speranze.

È evidente che, nel quadro di questa azione pastorale attenta alla globalità dei problemi e coordinata nelle sue varie implicanze, che tutta la Chiesa deve svolgere nel mondo del lavoro, acquistano un rilievo tutto particolare le associazioni laicali e i gruppi sacerdotali.

I laici, col loro sforzo, o personale o congiunto, sono chiamati a collaborare alla pastorale nel mondo ove lavorano, e danno nell’azione sociale la testimonianza cristiana, a cui li abilita e consacra la grazia del Battesimo e della Cresima, che li rende partecipi della vita della Chiesa e direttamente responsabili della salvezza dei fratelli mediante l’apostolato e il buon esempio.

DUE TEMI SPECIFICI: LA GIOVENTÙ, IL CLERO

Accanto a loro, animatore e guida, il gruppo sacerdotale presta la sua assistenza pastorale ai lavoratori secondo le linee che abbiamo sopra descritte: ad esso, che è momento essenziale nella pastorale della Chiesa, soprattutto nella nostra era tecnologica e in questo momento di tensioni e di incertezze, spetta il compito essenzialmente sacerdotale di formazione cristiana, di assistenza fraterna, di cura spirituale a quanti, da ogni parte, si rivolgono al sacerdote per averne l’aiuto che sostiene, la parola che illumina, il ministero che salva. In questa visuale, molto ampia, che rompe in certo modo schemi tradizionali e abitudini di comodo, voi avete giustamente rivolto l’attenzione, in questo Congresso, a due temi specifici: la gioventù e il clero; la gioventù, come primo e più urgente soggetto della collaborazione dei laici; il clero, per la sua specifica vocazione. Effettivamente, è necessario dedicare premure assidue e specialissime anzitutto ai giovani che si avviano al lavoro, e devono essere preparati, fin dal loro primo, e forse brusco contatto, diciamo così, con l’ambiente lavorativo, a prendere coscienza della responsabilità di essere in esso testimoni della loro fede, in tale momento di delicato e travagliato e maturante trapasso psicologico e sociologico. Dei giovani è l’avvenire! Essi, col loro entusiasmo e col loro ottimismo, possono e devono essere i primi collaboratori del sacerdote; bisogna lavorare guardando profeticamente al domani, e i giovani, cristianamente formati, saranno dell’avvenire il tessuto connettivo più consistente, da cui dipende la sanità e l’ordine, non che del mondo del lavoro, anche della famiglia e della società intera. Con la vostra scelta, avete dimostrato di aver visto giusto, di aver guardato lontano.

Inoltre, è altrettanto indilazionabile il problema della sensibilizzazione del clero e dei seminaristi alla pastorale del mondo del lavoro, affinché ne conoscano il significato, il fine e i metodi, la tengano nel dovuto onore, dandovi tempo e sacrificio e fatica e pensiero, con un diretto impegno di evangelizzazione e di comprensione.

L’ORA È IMPORTANTE E GRAVE

I due temi si integrano l’uno con l’altro; essi, inoltre, sia pure sotto una speciale e limitata angolazione, presentano anche singolare consonanza con gli argomenti trattati nel recente Sinodo dei Vescovi. Tutto questo ci dice quanto siate attenti ai segni dei tempi, e come grande sia la vostra volontà di animare sempre più a fondo, da veri sacerdoti, le forme della pastorale, perché anche le forze del lavoro vi trovino la loro degna collocazione, e siano chiamate a rendere pienamente, a fruttificare per la mercede del Regno di Dio, secondo la volontà del Signore che, secondo la parabola evangelica, tutti invita, a ogni ora del giorno, a operare per la sua vigna, e non vuole che alcuno rimanga in ozio (Cfr. Matth. 20, 1-8).

Impegnatevi a fondo, carissimi sacerdoti. L’ora è importante, l’ora è grave: il padrone della vigna chiederà più stretto conto a noi, come avremo faticato per le moltitudini dei lavoratori. La folla innumerevole e spesso anonima dei lavoratori in ogni settore ci guarda e ci giudica: che cosa abbiamo fatto per loro? Come è stata messa in pratica la dottrina sociale della Chiesa? Come sono stati vissuti i documenti pontifici, dalla Rerum novarum alla Octogesima adveniens? Molto, sì, moltissimo, è stato compiuto, ma molto resta ancora da fare. Il buon seme del Vangelo deve portare frutti maggiori anche là, ove anime forti, menti aperte, forze generose, talora frustrate o deluse, chiedono a buon diritto di avere una cura adeguata, di essere aiutate a conoscere meglio il Vangelo, e stimare di più la loro dignità umana, che da esso trae la sua difesa e la sua grandezza.

Siate consapevoli della necessità della vostra missione, e collaborate perché, sotto la guida sapiente dei Vescovi, le forze vive delle vostre rispettive diocesi si muovano sempre più per permeare della parola di Cristo il mondo del lavoro, e per portarvi la testimonianza della fede, della speranza, dell’amore. A tanto vi incoraggia la Nostra Benedizione Apostolica, che di cuore vi impartiamo, assicurandovi una preghiera, affinché il Signore allieti e fecondi i vostri sforzi e i vostri propositi.

Un decalogo per efficiente attività

Nel corso della importante udienza il Santo Padre desidera precisare, in maniera evidente, alcuni punti. E li espone in un’ampia premessa al già riportato Discorso.

Il Papa, salutando con sentita cordialità i presenti, nota che la assistenza ecclesiastica al mondo del lavoro in Italia esce da una fase difficile, dalla quale tuttavia è scaturita una conseguenza positiva: quella di una linea di azione diretta a tutti i lavoratori, senza alcuna distinzione, e assunta in proprio dalla stessa Conferenza Episcopale italiana.

Dopo aver ricordato la passione con cui, fin dal primo dopoguerra, il problema della formazione cristiana dei lavoratori è affrontato dal clero, Sua Santità si dice lieto di trovare davanti a sé un gruppo di sacerdoti - tra i quali molti veterani - pronto a intraprendere una nuova fase della grande e impegnativa missione. Dobbiamo portare Cristo alla classe operaia, per quanto travagliata. Cristo non deve essere estraneo a questa manifestazione della società. Se voi dovete dedicarvi toto corde e con urgenza evangelica a questo apostolato di grandissimo impegno e responsabilità. Se la situazione presenta difficoltà, non è questo un motivo per lasciarsi scoraggiare.

Io spero in voi, dichiara Paolo VI. Dare la propria esistenza per questa causa, merita! Qualcuno si domanderà: ma i risultati? I risultati non dobbiamo mai pretenderli. Agiamo, perché sentiamo il grande dovere di farlo. Ai risultati penserà il Signore. Paolo VI aggiunge di sentire con profonda partecipazione personale la visita e si dice obbligatissimo verso i sacerdoti, per la loro disponibilità e il loro impegno.

Quindi il Papa espone ai presenti una sua riflessione personale, particolarmente attuale nella circostanza. Perché non cercare di riassumere in un decalogo, in una serie di punti, le linee di azione di una pastorale del lavoro?

1. Bisogna avvicinare i lavoratori. Se il parroco, centro della pastorale tradizionale, può, in un certo senso, attendere che i fedeli cerchino lui, quando si tratta dei lavoratori, portati continuamente lontano dalle necessità sociali e professionali, dev’essere il sacerdote a cercarli, andando loro incontro nelle fabbriche, nei campi, negli uffici, nelle officine, là dove è possibile avvicinarli ed introdurli al messaggio di Cristo. Quella del sacerdote specializzato in questa missione, dev’essere l’opera di un pastore pellegrino che cerca la pecorella, non tanto smarrita, quanto lontana. Solo così si potrà esercitare quella formazione cristiana dei lavoratori, che spesso, poich0 presupposta, viene trascurata.

2. Bisogna comprendere i lavoratori. Non si può trattare con essi partendo da basi improvvisate, empiriche, generiche. Bisogna avvertire anzitutto che il mondo dei lavoratori nei riguardi dei «portatori della parola» si sente estraneo, forse intimidito, per una certa sua coscienza di inferiorità, per un suo stato di frustrazione e di oppressione che lo caratterizza. Bisogna saperlo; e sapere che cosa pensano i lavoratori. Il loro desiderio di uguaglianza, di partecipazione, di conoscenza si traduce spesso in un’aspirazione rivoluzionaria, che esprime più un’ansia di riabilitazione, che un proposito eversivo. L’anima della classe operaia è complessa, è sofferente. Bisogna conoscerla e comprenderla, per scoprire i punti che già in essa sono in sintonia con il Vangelo e portare la luce e la forza che viene dalla parola di Cristo, per la soluzione dei suoi problemi. Donde l’opportunità dello studio personale, dei convegni, di tutto ciò che può approfondire nel sacerdote questa dote di comprensione e di sintonizzazione.

3. Conoscere le ideologie che pervadono il mondo del lavoro. Oltre al dramma psicologico e spirituale dei lavoratori, questo aspetto merita per se stesso una speciale attenzione. Da un secolo a questa parte molte ideologie lontane dalla visione evangelica della vita vengono a incidere sul mondo del lavoro e lo pervadono, spesso avvelenandolo. Materialismo, determinismo, fatalismo, idee rivoluzionarie, filosofie negatrici di Dio hanno compiuto la loro opera, creando un ambiente non pacifico, di lotte sistematiche, di odio, di rappresaglia, di rivincita, di atteggiamenti, al limite, antisociali. Bisogna sapere donde certe manifestazioni traggono la loro linfa, per poter svolgere l’opera risanatrice, capace di portare avanti l’uomo e la rivendicazione dei suoi diritti in forma che non si ritorca contro lui stesso e la società.

4. Sentirsi certi di avere un messaggio autosufficiente e originale. Talvolta il dubbio entra nell’animo di chi dev’essere portatore della parola di Cristo. Ne nasce un’autocontestazione, che svuota l’apostolo di ogni ‘energia conquistatrice. Perché metter in discussione se stessi, quando la parola di Cristo è una realtà che non teme contraddizioni o smentite dalla storia? Questa certezza va alimentata attraverso l’approfondimento e la verifica, nello studio e nella preghiera, così che l’apostolo che scende in campo aperto si senta corazzato dalle sue convinzioni di fondo e pronto a tutto osare per comunicare a quanti ne hanno fame e sete.

5. Farsi sentire non colonialisti ma apostoli. L’atteggiamento del sacerdote presso i lavoratori non può essere quello di chi tenta di catturare persone con scopi temporali o contingenti. Dev’essere l’amore disinteressato a guidarlo. Per questo cercherà di assumere fin dove è possibile le maniere stesse del loro vivere nella società, che è un modo per far sentire fin dove giunge l’amore: siamo loro colleghi, condividiamo la loro vita, vogliamo loro bene, desideriamo portare loro pace e conforto, tanto più quanto più sono poveri, indifesi, sofferenti, forse umiliati.

6. Approfondire la teologia del lavoro. È tutto un campo da esplorare, per portare avanti anche concettualmente l’incontro della nostra fede con le realtà materiali, sociali, economiche e la loro evoluzione. Il mistero della materia e della vita umana, il mistero del lavoro, mediante il quale l’uomo vince la resistenza della materia e diventa dominatore di ciò che spesso quantitativamente lo sorpassa, il mistero della natura, la rivelazione di Dio che è possibile intravedere in queste realtà, la gioia, l’entusiasmo, l’ammirazione che si deve a ciò che riempie la creazione, come parola che esprime la gloria di Dio, il silenzio che nasce dal mistero: sono tutti temi che meritano di essere esplorati a fondo, affinché gli uomini della fatica, i protagonisti del processo di trasformazione del mondo, vedano nella loro opera il profondo nesso che li ricollega a Dio e che li nobilita, al di là della sofferenza e dei limiti della vicenda quotidiana.

7. Sviluppare la coscienza morale. I temi della libertà e della giustizia trovano immediata eco nei lavoratori. L’apostolo deve farsi portatore di questi valori, così che si trasmetta agli uomini del lavoro il giusto senso del bene e del male, secondo la verità cristiana, anche andando contro corrente. La classe lavoratrice è sensibilissima a tutto ciò che è giusto. È importante che si renda conto che i canoni della giustizia hanno radice nel Vangelo del Signore.

8. Sviluppare la coscienza sociale. La nostra vita è avvelenata da un senso sociale negativo, che tende a distruggere e a contestare ogni cosa. È anche deteriorata da un permanere di senso individualistico, che impedisce alla coscienza di percepire le corresponsabilità e i sacrifici necessari per il bene comune. Questa coscienza sociale rientra nella coscienza morale, ma si specifica per il suo rapporto con l’ambito particolare entro il quale si svolge tutta la vita del lavoratore, al quale deve essere portata una forza ideale che lo metta in grado di agire responsabilmente e cristianamente.

9. Azione. Bisogna agire. Non basta insegnare teoricamente, costruire corpi di dottrina, lasciando poi che ciascuno rimanga nella sua ignavia. Bisogna diffondere un ottimismo dinamico, per intraprendere veramente insieme l’edificazione di una società nuova.

10. Far presente Cristo. Per un cristiano, per un sacerdote, è sempre Lui, il Signore l’autore di ogni cosa elevata, consistente, trasformatrice nell’ambito delle coscienze. Ai lavoratori, a questa gente autentica, bisogna proporre Cristo e il suo interrogativo: vuoi? Spesso la risposta è di una generosità sorprendente. Soltanto l’incontro con Cristo è la grande forza religiosa capace di mutare in meglio l’intimo sentire dell’uomo.

In questo decalogo semplice, ispirato all’esperienza e all’osservazione di tanti fenomeni che toccano la classe lavoratrice, Paolo VI riassume i principali pensieri, che egli ritiene importanti per un’efficace e organica azione pastorale. Quanto espone poco dopo nel Discorso, acquista forza nuova alla luce di questi principi. L’esortazione a valorizzare le associazioni laicali e i gruppi sacerdotali, per una collaborazione comune allo sforzo pastorale dei vescovi, l’insistenza sulla preparazione dei giovani lavoratori e dei futuri sacerdoti, l’invito a proseguire nello sforzo comune di affinamento dello spirito e della tecnica pastorale, hanno, nelle parole pronunciate precedentemente, una base solida di pratici consigli.

                                        



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