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DISCORSO DI PAOLO VI AI PARTECIPANTI
AL 1° CONGRESSO CATECHISTICO INTERNAZIONALE

Sabato, 25 settembre 1971

 

Signori Cardinali,
Venerati Confratelli,
Figli carissimi!

Non possiamo tacere la Nostra compiacenza e la Nostra commozione nel vedervi riuniti qui intorno a Noi per il primo Congresso Catechistico Internazionale, il quale, per il numero dei partecipanti, l’attualità dei temi posti in discussione e l’alto livello di preparazione dei relatori, costituisce non solo un avvenimento veramente importante per la Chiesa, ma altresì una espressione quanto mai significativa e consolante del lavoro della Chiesa stessa dopo il Concilio.

Siamo lieti pertanto di porgere il Nostro affettuoso saluto ai Signori Cardinali, ai Presidenti delle Conferenze Episcopali, ai Vescovi qui presenti come pure a quanti insieme a loro da ogni parte del mondo sono venuti a mettere a comune profitto in questo Congresso il frutto della loro esperienza e della loro competenza nel campo della catechesi.

Di cuore tutti indistintamente ringraziamo per questo incomparabile servizio recato alla Chiesa; e in particolar modo esprimiamo la Nostra gratitudine al Signor Cardinale Wright il quale, con l’aiuto dei suoi collaboratori della Sacra Congregazione per il Clero, ha saputo con preveggenza e saggezza preparare questa manifestazione.

Venerabili Fratelli e Figli carissimi, nell’accogliervi, il Nostro pensiero si rivolge a tutti coloro che prestano la loro opera a servizio della Parola di Dio in mezzo al mondo, sia nelle Chiese giovani, sia in seno alle Comunità cristiane, dove da secoli è penetrato il Vangelo: vescovi e sacerdoti, religiosi e religiose, laici e genitori cristiani di ogni condizione. Tutti siamo servitori del Vangelo.

Fra voi, alcuni stanno conducendo una feconda esperienza collettiva, altri conoscono la solitudine, molti avvertono così dolorosamente i loro limiti che sono spinti a gemere come il Profeta: «Ah, Signore, vedi, io non so portare la Parola, sono un fanciullo» (Jer. 1, 2). Eppure, come ci rammenta il Decreto missionario del Concilio, è su di ogni discepolo di Cristo che incombe, secondo le proprie possibilità, il compito di diffondere la fede e di spendere le proprie energie per evangelizzare (Cfr. Ad gentes, 23 e 36).

Il vostro Congresso internazionale di catechesi rivela chiaramente quale posto occupi nella Chiesa la cura di annunciare la Parola di Dio nella sua pienezza me in maniera adeguata agli uomini del nostro tempo, come non molto tempo fa dicevamo a tutti i Nostri Fratelli nell’episcopato, «sforzandoci cioè di usare un linguaggio che sia loro facilmente accessibile, rispondendo ai loro interrogativi, suscitando il loro interesse, aiutandoli a scoprire, attraverso le povere parole umane, tutto il messaggio di salvezza che ci ha portato Gesù Cristo» (Quinque iam annos, 8 dicembre 1970). È un lavoro immenso che si sta oggi compiendo in questo senso nella Chiesa, tra culture diverse ed in forme molteplici. Noi abbiamo voluto incoraggiarlo col recente Direttorio Generale di Catechesi, preparato e pubblicato dalla Congregazione per il Clero nella festa di Pasqua del corrente anno.

L’elaborazione di questo testo aveva manifestato, del resto, la collaborazione feconda tra le Conferenze Episcopali e la Santa Sede, come pure il fruttuoso scambio tra coloro che sono impegnati, sotto forme diverse, alla trasmissione della fede e coloro che sono attenti all’attuale crisi del linguaggio e del pensiero ed alle molteplici esigenze delle scienze umane. Ci rallegra anche il sapere ch’e sempre più numerose persone collaborano all’opera della catechesi, apportandovi la testimonianza vivente della loro vita di fede e del loro multiforme impegno cristiano, cioè quei laici generosi, il cui apostolato è «talmente un loro proprio lavoro e un loro compito, che nessuno è in grado di poterli sostituire» (Apostolicam actuositatem, 13).

IL MINISTERO DELLA PAROLA

Il ministero della Parola si colloca così nel centro stesso dell’azione apostolica quotidiana di tutta la Chiesa, cosicché è su tutta la catechesi, si tratti del modo con cui il popolo di Dio, insieme riunito, celebra l’Eucaristia, o canta le lodi di Dio o vive quotidianamente la sua fede. Non è forse la Chiesa un mistero che ci fa sempre più scoprire «in una maniera sperimentale ed esistenziale» «. . . nella vitalità segreta che le è propria, che fa del suo passato una sorgente del suo perenne rinascere e del suo avvenire, mediante la fedeltà viva e operante della sua tradizione»? (Cfr. Allocuzione all’Udienza generale del 18 novembre 1970, in «L’Osservatore Romano» del 19 novembre 1970) Non si può isolare la catechesi - sarebbe questo allora un isolamento mortale - dalla vita di preghiera, e neppure dall’impegno cristiano delle Comunità, riunite insieme da una stessa fede in Cristo Salvatore.

In un mondo in via di secolarizzazione, la Chiesa riscopre la sua missione profetica di messaggera della buona novella della salvezza. Così il filo tagliente della spada della Parola non potrà giammai smussarsi (Cfr. Hebr.. 4, 12; Apoc.. 1, 16 e 2, 16). Ben lungi dal rimanere neutrale, la Chiesa giudica tutte le realtà, personali e collettive, che gli uomini vivono ed in cui i cristiani accettano di lasciarsi guidare da lei, stando in ascolto di Colui il cui personale interrogativo non cessa di echeggiare di generazione in generazione: «E voi, chi dite che io sia?» (Matth. 16, 15).

La catechesi non può dunque disinteressarsi «dei problemi che incontra oggi un credente, giustamente desideroso di progredire ulteriormente nell’intelligenza della sua fede. Questi problemi dobbiamo conoscerli, non per mettere in dubbio il loro giusto fondamento o per negarne le esigenze, ma per accoglierne le giuste richieste, sul piano propriamente nostro, quello della fede . . . (sono) i grandi interrogativi dell’uomo moderno, sulle sue origini, sul significato della vita, sulla felicità alla quale aspira, come sul destino dell’umana famiglia» (Quinque iam annos).

Ciò vuol dire che sarà sempre necessario un duplice movimento per annunciare la Parola di Dio agli uomini del nostro tempo «nella sua integrità e nella sua purezza, tale che essa riesca loro intelligibile ed essi volentieri vi aderiscano» (Messaggio del Concilio al mondo, 20 ottobre 1962, in A.A.S. 54, 1962, p, 822). È la parola di Dio che noi dobbiamo trasmettere, non già una parola umana, e questa Parola ci è offerta dalla Chiesa, il cui magistero ce ne garantisce l’autenticità, e la cui vita di popolo di Dio ce ne mostra la fecondità, mentre noi stessi ne facciamo personale esperienza nella meditazione e nella preghiera. Come non si potrebbe ridurre il messaggio della salvezza ai nostri conformismi mondani, così pure non si può identificarlo con determinate forme socio- o storico-culturali. Ma prima preoccupazione del Magistero è che la forza della Parola di Dio sia incessantemente liberata da tutti gli ostacoli, che la trattengono, e che il suo dinamismo penetri nella vita di tutti gli uomini, rivelando loro il mistero della buona novella dell’amore che salva. Nel medesimo tempo, tale rivelazione li rivela a se stessi, dando alla loro esistenza quel significato ultimo, che essi spesso angosciosamente ricercano. «In questo modo il ministero della Parola non solo richiama la rivelazione delle meraviglie divine, avvenuta nel tempo e condotta a perfezione dal Cristo, ma interpreta simultaneamente, alla luce di questa rivelazione, la vita umana della nostra epoca, i segni dei tempi e le realtà di questo mondo, poiché in essi si dispiega il disegno di Dio per la salvezza degli uomini» (Direttorio catechetico, 11).

LA TESTIMONIANZA DI UNA AUTENTICA VITA DI FEDE

Parimenti la scoperta del mistero integrale della nostra salvezza nella fede non può aver luogo se non attraverso la testimonianza di una autentica vita di fede da parte della comunità ecclesiale. «Difatti la catechesi parla con maggiore efficacia di ciò che appare realmente nella stessa vita esteriore della comunità. Il catechista è, per così dire, l’interprete della Chiesa di fronte a coloro che sono da lui catechizzati. Egli legge ed insegna a leggere i segni della fede, dei quali il principale è la Chiesa stessa» (Ibid., 35). Più ancora egli insegna a discernere gli addentellati spirituali, già presenti nella vita degli uomini, secondo il fecondo metodo del dialogo salvifico, che Noi proponemmo fin dal tempo della Nostra prima Enciclica: «Prima di parlare, Noi ascoltiamo la voce e più ancora il cuore dell’uomo . . . Il clima del dialogo è quello dell’amicizia» (Ecclesiam suam, 90). Come dichiarammo nel giorno stesso della Nostra incoronazione, «ad un esame superficiale, l’uomo di oggi può sembrare come sempre più estraneo a tutto ciò che appartiene all’ordine religioso e spirituale . . . Ma, dietro questo scenario grandioso (quello dei successi tecnici spettacolari) è facile scoprire le voci profonde di questo mondo moderno, agitato anch’esso dallo Spirito e dalla grazia. Esso aspira alla giustizia . . . . a un progresso . . . . a una pace . . . Noi lo diciamo senza esitare: tutto ciò è nostro . . . Queste voci profonde del mondo noi le ascolteremo . . . e continueremo ad offrire instancabilmente all’umanità d’oggi . . . la risposta ai suoi appelli . . . . il Cristo e le sue insondabili ricchezze. Sarà ascoltata la nostra voce?» (Cfr. «L’Osservatore Romano», dell’1-2 luglio 1963).

È dunque un compito che incessantemente rinasce ed incessantemente si rinnova per la catechesi l’intendere questi problemi che salgono dal cuore dell’uomo, per ricondurli alla loro sorgente nascosta: il dono dell’amore che crea e che salva, rivelato attraverso gli avvenimenti e le parole di Dio al suo popolo. La meditazione orante della Sacra Scrittura, l’approfondimento fedele delle «meraviglie di Dio» lungo tutto l’arco della storia della salvezza, la Tradizione vivente della Chiesa e l’attenzione rivolta alla storia degli uomini si collegano in tal modo armoniosamente per aiutare gli uomini a scoprire questo Dio, il quale già opera nel segreto del loro cuore e della loro intelligenza per attirarli a lui e ricolmarli del suo amore, che li invita ad entrare in comunione col Verbo.

In tal modo l’intera storia dell’uomo acquista il suo significato nel diretto riferimento alla storia della salvezza, che fa di essa una storia sacra. «Dio, il quale crea e conserva tutte le cose per mezzo del Verbo (Cfr. Io. 1, 3), offre agli uomini nelle cose create una perenne testimonianza di sé (Cfr. Rom. 1, 19-20); inoltre, volendo aprire la via della salvezza soprannaturale, fin dal principio manifestò se stesso . . . Mandò poi il suo Figlio, cioè il Verbo eterno, . . . affinché ad essi spiegasse i segreti di Dio . . .(Cfr. Io. 1, 1-18) ed egli porta a compimento l’opera della salvezza» (Dei Verbum, 3-4). Oggi come ieri, la catechesi deve dunque mettersi in ascolto dell’uomo, sul quale si riflette lo splendore di Dio (Cfr. Gen. 1, 26), per rivelare a lui la vera luce che lo illumina (Cfr. Io. 1, 9) e dà il senso ultimo alle sue richieste ed alle sue aspirazioni di possedere una maggiore pienezza, di vivere fraternamente, di lavorare per la giustizia e la pace, mentre gli dona qualcosa di infinitamente più alto: «quello a cui il cuore dell’uomo non ha pensato, tutto quello che Dio ha preparato per coloro che lo amano» (1 Cor. 2, 9). Proprio perché è trascendente, Iddio è interiore all’uomo ed alle sue vie, più interno all’uomo di quanto questi non sia a se stesso secondo la intuizione tanto profonda di S. Agostino. Facendosi eco della Parola di Dio, il catechista a lui permette «di compiere la sua corsa e di essere glorificato» (2 Thess. 3, 1) nel cuore dell’uomo, che egli ha destato partendo dalla sua propria vita e dalle sue povere parole.

All’indomani di un Concilio che ha voluto purificarne il volto, la Chiesa più che mai si sente sollecitata a curare una trasparenza sempre più luminosa della Parola di Dio. Le è necessario spogliarsi di alcune forme contingenti che l’hanno appesantita, per divenire di nuovo, in maniera sempre più manifesta, «il segno levato in mezzo alle nazioni», com’è nella natura della sua vocazione. Non è forse questa sempre rifiorente giovinezza del popolo di Dio che si rivela nell’ardore dei neofiti, nel fervore delle comunità nascenti, nella ricerca feconda di tanti catecumeni. Sì, lo Spirito è sempre all’opera nella sua Chiesa, e noi siamo ammirati dinanzi alla forza che egli comunica a quelli che annunciano la sua Parola, come a quelli «che l’ascoltano, l’accolgono e portano il frutto del trenta, sessanta, cento per uno» (Marc. 4, 20). In essi e per mezzo di essi continuano gli Atti degli Apostoli, ed il Popolo di Dio, attraverso i dolori e le gioie del parto, scrive le pagine nuove della sua storia santa.

Venerabili Fratelli e Figli carissimi, possa questo Congresso affermare la collaborazione feconda del ministero sacerdotale, della vita religiosa e dell’apostolato dei laici per un rinnovato annuncio della Parola della salvezza, che costituisce la missione essenziale della Chiesa ed insieme la sorgente perenne della sua gioia nel generare nuovi figli. Con un cuore solo, tutti dobbiamo attendere instancabilmente a questo compito fondamentale, che Cristo ha affidato alla sua Chiesa: portare al mondo la Parola che attende, per liberarlo dal peccato e far in esso risplendere tutte le virtù e le capacità di figlio di Dio, poiché tale Parola è spirito, luce e vita!

Con questi sentimenti Noi invochiamo su di voi l’abbondanza delle grazie divine e vi impartiamo con effusione la Nostra Benedizione Apostolica.



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