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INCONTRO DI PAOLO VI
CON I PARROCI, I QUARESIMALISTI E I SACERDOTI DI ROMA

Giovedì, 17 febbraio 1972

 

Confratelli carissimi!

Questo incontro annuale, al principio della quaresima in capite ieiunii, come dice la tradizione liturgica ed ascetica della Chiesa, ci pone subito in uno stato d’animo di confidenza, ch’io spero reciproca, anche se a questo spirituale e familiare colloquio tocca a me, vostro Vescovo, essere il solo interlocutore, a cui ciascuno di voi è invitato a rispondere nel silenzio dell’animo suo; ed io lo sono con la semplicità e l’affezione proprie del cuore sacerdotale.

LE COMPONENTI DEL SACERDOZIO

Il cuore sacerdotale: penso che anche il vostro sia talvolta inquieto e turbato dal tumulto di questioni e di problemi, che in questo periodo postconciliare si è sollevato anche nel lago, ordinariamente tranquillo, della nostra personale psicologia. Che cosa è successo? L’indagine delle cause e l’esame del fenomeno di questo stato d’animo inconsueto per un Sacerdote, proprio in virtù di ciò ch’egli è, e di ciò ch’egli fa, ha provocato molti studi, come sapete, molta letteratura, molte discussioni, e certamente anche in voi molte riflessioni. Il periodo critico, che noi attraversiamo, ha portato anche in casa nostra, la sua ondata aggressiva, provvidenziale sotto certi aspetti, pericolosa e negativa sotto aspetti diversi. Esso ci ha obbligato a ripensare il nostro Sacerdozio in ogni sua componente: biblica, teologica, canonica, ascetica, operativa; e per il fatto che questo ripensamento si è trovato al confronto provocatorio del turbine delle mutazioni della vita moderna, sia nel campo delle idee, e sia soprattutto nel campo pratico, operativo e sociale, è sorta anche in noi la domanda se la vita sacerdotale, tradizionale non debba essere studiata in un nuovo contesto storico e spirituale: cambia il mondo, e noi ce ne stiamo immobili, quasi canonicamente mummificati nella nostra mentalità cristallizzata e nelle nostre consuetudini tradizionali, di alcune delle quali, né la società circostante, né talora noi stessi comprendiamo il significato e il valore? A darci fiducia in un qualche rinnovamento, oltre questa formidabile sollecitazione esteriore, è venuto il Concilio, autorevole e buono, a parlarci di «aggiornamento», che alcuni hanno interpretato come la giustificazione, anzi la apologia d’un criterio estremamente delicato, quello del relativismo storico, dell’adattamento ai tempi, ai famosi «segni dei tempi» quasi che questi siano di intuitiva e a tutti consentita interpretazione, quello del conformismo cioè al mondo, a quel mondo in cui ci troviamo ed in cui il Concilio ha esortato la Chiesa, non più a separarsi per programma, ma ad immergersi per compiervi la sua missione. L’assalto di questa spinta alla novità, ha dato spesso, anche a noi ecclesiastici, un senso di vertigine (Cfr. Is. 19, 14), una certa sfiducia nella tradizione, una certa disistima di noi stessi, una smania di cambiamento, un bisogno capriccioso di «spontaneità creativa», ecc. Anche intenzioni, senza dubbio soggettivamente rette e generose, si sono innestate in questo vasto e complesso tentativo di trasformazione della vita ecclesiastica; ne segnaliamo due, tanto per dimostrarvi come seguiamo con amorosa attenzione codesti fenomeni; e cioè dapprima un’intenzione, molto sofferta, di uscire dallo stato, come ora si dice, di frustrazione, vale a dire dal senso d’inutilità che taluni provano della propria paralizzante inserzione nella disciplina della organizzazione ecclesiastica; a che serve, si chiedono essi, l’essere preti, e la domanda si fa amara e angosciosa là dove la comunità, alla quale questi preti erano addetti, si è profondamente cambiata per numero e per costume, e il ministero del prete, fisso al suo luogo e alla sua consuetudine, sembra diventato o superfluo o inefficace: l’obiezione dell’inutilità della propria vita è, specialmente oggi, impregnati come siamo d’efficienza utilitaria, assai tormentosa, e merita almeno comprensione amorevole, se non pure rimedio adeguato. L’altra intenzione, anch’essa certo ispirata da desiderio di bene, è quella di coloro che vorrebbero togliere da sé ogni distinzione clericale o religiosa di ordine sociologico, di abito, o di professione, o di stato, per assimilarsi alla gente comune e al costume degli altri, di laicizzarsi insomma, per poter così penetrare, essi dicono, più facilmente nella società; intenzione missionaria, se volete, ma quanto pericolosa e dannosa, se essa termina nella perdita di quella specifica virtù di reazione sull’ambiente, ch’è nella nostra definizione di «sale del mondo», e fa decadere il prete in una inutilità ben peggiore di quella su segnalata; lo dice il Signore: «A che serve il sale diventato insipido?» (Cfr. Matth. 5, 13).

STUDIO CON REALISMO E AMORE

Leggete, cari confratelli, nello schema sul Sacerdozio ministeriale, discusso nel recente Sinodo episcopale, la parte introduttiva, dove in sintesi, breve ma densa e vigorosa, si descrive la condizione problematica del Sacerdote ai nostri giorni; e vedrete con quale occhio, con quale cuore la Chiesa consideri la situazione presente del clero: realismo ed amore configurano questo studio grave, ma insieme riguardoso ed ottimista.

Ma ora facciamo attenzione ad una cosa importante. In tutta questa situazione problematica, interna ed esterna, circa il nostro Sacerdozio, una questione emerge sulle altre, e in certo senso tutte le riassume; ed è quella che ormai è diventata moneta corrente nella complessa discussione che ci riguarda: la questione circa la così detta identità del Sacerdote: chi è il Sacerdote? chi è il Prete? esiste davvero nella religione cristiana un Sacerdote? e qual è la figura che, se esiste un ministro del Vangelo, essa deve assumere? Tutte le tentazioni della primitiva contestazione protestante si sono fatte vive e insinuanti; e fors’anche - mistero questo, ma non fantastico - quelle più profonde di origine preternaturale, quelle del dubbio, non come via alla ricerca, ma come risposta sconsolata della verità mancata, dell’incertezza, fino alla cecità, assunta come un atteggiamento drammatico e aristocratico d’uno spirito ormai privo di luce interiore; tentazioni che si sono insinuate fino alla cella della coscienza intima del Sacerdote, per confondere in lui la beata certezza interiore del suo statuto ecclesiale: Tu es Sacerdos in aeternum; e per sostituirvi una assillante domanda: io, chi sono? Non bastava la risposta della Chiesa, data da sempre, a noi comunicata dagli anni del Seminario, accesa come una lampada inestinguibile nel centro della nostra anima, e acquisita e connaturata con la nostra mentalità personale? Interrogazione, a prima vista, altrettanto superflua che pericolosa, sì; ma il fatto è ch’essa è stata lanciata, come una freccia, nel cuore di molti Sacerdoti, di non pochi giovani specialmente alle soglie dell’ordinazione, e di alcuni altri Confratelli giunti alla pienezza della maturità. La tendenza dei Confratelli, che si sono trovati in questo frangente, di dubitare di sé, dell’autorità della Chiesa, una tendenza per sé ipoteticamente legittima, ma presto trasformata in tentazione e in deviazione per l’impossibilità di trovarci una soddisfacente risposta, è stata quella di cercare la definizione dell’identità del Sacerdote all’anagrafe profana, o fuori di casa nostra, l’anagrafe della sociologia specialmente, ovvero della psicologia, oppure del confronto con denominazioni cristiane, staccate dalla radice cattolica, o infine in quella d’un umanesimo, che appare assiomatico: il prete è anzitutto un uomo; un uomo completo, come tutti gli altri . . .

MEDITARE IL PENSIERO DEL SALVATORE

Non ci indugiamo in questa analisi, se non per inseguire spiritualmente i Sacerdoti che ci hanno abbandonato con un addolorato rimpianto: come non amarli ancora? E se non per ricordare anche a voi, carissimi Confratelli, che, vi diremo con Gesù Signore: permansistis mecum in tentationibus meis (Luc. 22, 28), quanti insegnamenti abbia riservato la Chiesa in questi ultimi tempi proprio ai suoi Sacerdoti, e quanti altri una vasta letteratura li abbia confermati e divulgati, sia nel campo biblico, teologico, storico, spirituale, che in quello pastorale. La lettura di qualche buon documento sul Sacerdozio cattolico sarà provvido conforto non solo alla vostra cultura, ma anche alla pace e al fervore del vostro spirito. Citiamone uno, ad esempio, di J. COPPENS, e d’altri autorevoli collaboratori: Sacerdote et Celibat, Louvain 1971.

Noi qui ci limitiamo ad una affermazione fondamentale: la definizione dell’identità del Sacerdote dobbiamo cercarla nel pensiero di Cristo. Solo la fede può dirci chi noi siamo e quali dobbiamo essere. Il resto, cioè quanto ci può dire la storia, l’esperienza, il contesto sociale, le necessità dei tempi, ecc., con l’assistenza responsabile e sapiente della Chiesa lo vedremo dopo, come derivazione logica al confronto, al commento, all’applicazione della fede. Ci parli dunque il Signore. Questo il tema del nostro presente colloquio, che ciascuno di voi può in seguito svolgere da sé, nel cenacolo interiore dell’incontro divino.

Dunque, domandiamo umilmente al nostro Maestro Gesù: noi, chi siamo? Non dobbiamo forse renderci conto come Egli ci pensa e ci vuole? Qual è, davanti a Lui, la nostra identità?

Una prima risposta ci è subito data. Noi siamo dei chiamati. Il nostro Vangelo comincia dalla nostra vocazione. (Ci sembra lecito ravvisare nella storia degli Apostoli quella di noi Sacerdoti). Per quanto riguarda dunque i primi che Gesù scelse come suoi, la storia evangelica è chiarissima e bellissima. L’intenzione del Signore è palese, e, considerata nel quadro messianico e poi nel quadro dell’economia del cristianesimo, interessantissima. È Gesù che prende l’iniziativa; Egli stesso lo farà notare: Non vos me elegistis, sed Ego elegi vos (Io. 15, 16; 15, 19; cfr. Io. 6, 70); e le scene semplici e deliziose, che ci presentano la chiamata dei singoli discepoli, rivelano l’attuazione precisa di scelte determinate (Cfr. Luc. 6, 13), sulle quali ci piacerà meditare. Chi Egli chiama? Non sembra ch’Egli abbia riguardo alla classifica sociale dei suoi eletti (Cfr. 1 Cor. 1, 27), e non sembra nemmeno che Egli voglia profittare di chi con superficiale entusiasmo si esibisce (Cfr. Matth. 8, 19-22).

LE INESTINGUIBILI LUCI DELLA VOCAZIONE

Questo disegno evangelico ci riguarda personalmente. Ripeto: noi siamo dei chiamati. La famosa questione della vocazione tocca la personalità e il destino di ciascuno di noi. Quale sia stata la vicenda e l’educazione della nostra vocazione costituisce ciò che vi ha di più interessante nella storia personale della nostra vita. Sarebbe insipiente volerla ridurre ad un complesso di circostanze banali ed esteriori (Cfr. LEO TRESE, Il Sacerdote oggi, c. 1). Sono piuttosto da notare le cure sempre più studiate e accurate con cui la Chiesa coltiva e seleziona e assiste le vocazioni sacerdotali; è questo un coefficiente di certezza per confermare la nostra identità, spesso oggi sofisticamente vivisezionata per dichiararla inautentica, mentre è ben difficile oggi che una vocazione ecclesiastica sia fondata su motivi interiori ed esteriori onestamente impugnabili (non varrebbe per noi la sentenza pascaliana: «La cosa più importante nella vita è la scelta d’una professione: il caso la decide» (Cfr. Pensées, n. 97). Per noi non è stato il caso a decidere.

Piuttosto dobbiamo pensare ad alcuni aspetti di questa vocazione, venuta a battere alla nostra porta. Essa ha segnato il momento più alto per l’impiego della nostra libertà, che ha pensato, riflesso, voluto, deciso. Essa ha provocato la grande scelta della nostra vita; analoga al «si» di chi contrae matrimonio la nostra risposta, contro la volubilità dell’uomo senza ideali più grandi di lui, ha impegnata l’esistenza: la forma, la misura, la durata della nostra offerta; è perciò la pagina storica della nostra vicenda umana, la più bella, la più ideale: guai svalutarla! Ed ha subito qualificato la nostra vita col suo formidabile sì, come quella d’un segregato dallo stile comune con cui gli altri conducono la propria; lo dice di sé S. Paolo: Segregatus in evangelium Dei; un sì, che in un solo momento ci ha avulsi da ogni nostra cosa: relictis omnibus secuti sunt Eum (Luc. 5, 11); un sì che ci ha messo nel reparto degli idealisti, dei sognatori, dei folli, dei ridicoli in apparenza; ma viva Dio, anche in quello dei forti, di coloro che sanno perché vivono e per Chi vivono, scio cui credidi (2 Tim. 1, 12); di coloro che si sono proposti di servire e di dare la vita, tutta la vita per gli altri: a tanto siamo chiamati; segregati, sì, dal mondo, ma non separati da quel mondo per il quale dobbiamo essere con Cristo e come Cristo ministri di salvezza (Cfr. Ench. Cler. 104, 860, 1387, etc.).

SIAMO I DISCEPOLI DEL MAESTRO DIVINO

Vi sarebbe ancora qualche cosa di più da osservare a riguardo della vocazione : siamo chiamati, dicevamo. Chiamati da Cristo, chiamati da Dio; il che vuol dire amati da Cristo, amati da Dio. Vi pensiamo? «Io so, dice il Signore, quali Io ho scelti» (Io. 13, 18); un disegno divino preconcepito si è fissato sopra ciascuno di noi, per cui si può dire di noi ciò che il Profeta Geremia riferisce ad Israele da parte di Dio: «Ti ho amato d’un amore eterno e perciò ti ho attirato a me pieno di benevolenza» (Ier. 13, 3). Un’identità registrata nell’anagrafe del cielo, in libro vitae (Cfr. Apoc. 3, 5). Dunque: siamo chiamati, ma a qual fine? La nostra identità si arricchisce d’un’altra nota essenziale: siamo discepoli. Siamo, direi per antonomasia, i discepoli. Il termine discepolo è correlativo ad un altro termine, che non può mancare, quello di maestro, Chi è il nostro Maestro? Oh! è proprio il caso di ricordare: Unus est . . . Magister vester, omnes autem vos fratres estis . . . Magister vester unus est, Christus (Matth. 23, 8-10). Gesù ha tenuto a che gli fosse riconosciuto questo titolo di Maestro (Cfr. Io. 13, 13). Gesù ha fatto scuola, dopo aver parlato alla folla, per tutti, al gruppo dei suoi seguaci qualificati, ai discepoli, riconoscendo loro una prerogativa di somma importanza: «A voi è dato conoscere i misteri del regno dei cieli, ciò che non è dato agli altri» (Matth. 13, 11): per il fatto che i chiamati sono discepoli, essi saranno elevati alla funzione di maestri, non di dottrina propria, è chiaro, ma di quella rivelata loro da Cristo, analogamente, nonostante l’infinita distanza, a quanto Cristo ha detto di sé: Mea doctrina non est mea, sed Eius qui misit me (Io. 7, 16). Perciò, nella misura in cui siamo discepoli, possiamo anche dire che la nostra identità sacerdotale comporta una connotazione di magistero: siamo discepoli e siamo maestri; ascoltatori della Parola di Cristo, e annunciatori della Parola medesima.

Questo nostro profilo comporterebbe un lungo e paziente studio circa la sua designazione nel Vangelo. Sarà per tutti interessante ed obbligante di compierlo sia per conoscere il pensiero del Signore su noi stessi, sia per prendere di noi medesimi una corrispondente consapevolezza: quella dell’alunno che dovrà fare il maestro.

ASCOLTARE LA VOCE DELLO SPIRITO DI CRISTO

È una qualifica molto impegnativa quella su cui adesso noi fermiamo l’attenzione, cioè la prima, la qualifica di discepoli. Essa comporta, voi lo sapete, carissimi Confratelli, un duplice dovere fondamentale per la vita del Sacerdote in cerca di autenticità: il primo è quello del culto dell’insegnamento di Cristo, un culto che si ramifica in diverse direzioni, tutte rivolte a scopi essenziali per la nostra definizione sacerdotale; diciamo in fretta: ascoltare; ascoltare la voce dello Spirito di Cristo, cioè le ispirazioni che abbiano carattere di vera provenienza soprannaturale (Cfr. Apoc. 2, 6 et ss.; Mt. 10, 19; Io. 14, 26); ascoltare quindi la voce della Chiesa, quando essa parla nell’esercizio del suo magistero, sia ordinario che straordinario (Cfr. Luc. 10, 16); ascoltare l’eco della voce del Signore in chi ci parla in nome del Signore, come fa il Vescovo, e così il maestro di spirito, o qualche amico buono e illuminato; ascoltare anche la voce del Popolo di Dio, quando ci richiama ai nostri doveri, o chiede talvolta da noi qualche servizio conforme al nostro ministero (ma ciò con la dovuta prudenza, necessaria in simile contingenza, essendo facile in questo campo l’esaltazione, la pretesa pubblicitaria, o l’insinuazione d’interessi o di metodi profani). Ascoltare mediante lo studio della scienza sacra (spesso i professionisti laici nel campo proprio sono più informati nelle materie di loro competenza, che non noi nelle dottrine religiose) (Cfr. Luc. 16, 8). Ascoltare finalmente mediante l’orazione mentale, la meditazione: bene sappiamo come essa abbia ragione di alimento per la nostra vita personale e spirituale (Cfr. Io. 8, 31). Davvero ripetiamo con Gesù: beati qui audiunt verbum Dei et custodiunt illud (Luc. 8, 21; cfr. 11, 28). E poi, per essere veri discepoli: imitare! Quanto vi sarebbe da dire su quest’altra conseguenza del fatto che noi siamo della scuola di Cristo, proprio in questo tempo in cui siamo assaliti dalla secolarizzazione, e dal tentativo di far perdere al Clero i suoi connotati esteriori e, purtroppo, anche quelli interiori. Il così detto «rispetto umano», che ha fatto cadere perfino Pietro, potrebbe tentare anche noi a simulare ciò che non siamo, e a farci dimenticare l’esortazione di S. Paolo: nolite conformari hic saeculo! (Rom. 12, 2), mentre l’«imitazione di Cristo» dev’essere lo studio pratico per la nostra condotta. Non diciamo ora di più su tema così conosciuto e così aderente alla esigenza intrinseca dell’identità sacerdotale. Vi è ancora una nota essenziale, nel pensiero di Gesù, per la nostra identità. Ed è che da discepoli Egli ci ha promossi apostoli. State a sentire, quasi in sintesi di ciò che andiamo dicendo, l’evangelista S. Luca: Cristo vocavit discipulos suos et elegit duodecim ex ipsis, quos et apostolos nominavit (Luc. 6, 13). Non ci pare abusiva, servatis servandis, l’applicazione di questo sovrano titolo di apostoli ai Sacerdoti; anzi, la ricerca in questo titolo stesso delle potestà e delle funzioni proprie del Sacerdote di Cristo.

«SACERDOS ALTER CHRISTUS»

Ciascuno di noi può dire: sono apostolo. Apostolo, che cosa vuol dire? Vuol dire inviato, mandato. Mandato da chi? e mandato a chi? La risposta all’una e all’altra domanda ce la dà Gesù stesso, la sera della sua risurrezione: sicut misit me Pater, et Ego mitto vos (Io. 20, 21). Pensate. Vi è davvero di che rimanere sbalorditi: donde viene il mio Sacerdozio e dove tende? e che altro è se non un tramite di vita divina, il quale serve, per estensione della missione salvifica, divino-umana di Cristo, a comunicare i misteri divini all’umanità? Così ci si consideri, dirà San Paolo, come dispensatores mysterioriorum Dei (1 Cor. 4, 1). Siamo ministri di Dio (2 Cor. 6, 4). Cioè servitori; non avremo mai dato sufficiente pienezza di significato a questo termine, relativo tanto alla nostra persona ed ancor più alla nostra missione, come Cristo volle definire la sua (Cfr. Matth. 20, 28), e com’Egli volle fosse la nostra, in profonda umiltà, in perfetta carità: . . . et vos debetis alter alterius lavare pedes! (Io. 13, 14) Ma insieme quale dignità, quali potestà comporta tale servizio: è quello d’un ambasciatore! Pro Christo . . . legatione fungimur, tamquam Deo exhortante per nos (2 Cor. 5, 20). E con i poteri sacramentali che faranno di noi strumenti dell’azione stessa di Dio nelle anime. Non è più la sola nostra attività umana che ci caratterizza, ma è l’investitura della virtù divina operante nel nostro ministero. Compreso il senso ed il valore sacramentale del nostro ministero, cioè del nostro apostolato, una collana di altre definizioni possono dare spirituale, ecclesiale ed anche sociale figura al Sacerdote cattolico, così da identificarlo unico fra tutti, sia dentro che fuori della società ecclesiastica. Egli è non solo il Presbitero che presiede al momento religioso della comunità, ma è veramente l’indispensabile ed esclusivo ministro del culto ufficiale, compiuto in persona Christi ed insieme in nomine populi, l’uomo della preghiera, il solo operatore del sacrificio Eucaristico, il vivificatore delle anime morte, il tesoriere della grazia, l’uomo delle benedizioni. Egli, il Sacerdote-apostolo, è il teste della fede, egli è il missionario del Vangelo, egli è il profeta della speranza, egli è il centro di promozione e di recapito della comunità, egli è il costruttore della Chiesa di Cristo fondata su Pietro. Ed ecco poi il suo titolo proprio, umile e sublime: egli è il Pastore del Popolo di Dio, è l’operaio della carità, il tutore degli orfani e dei piccoli, l’avvocato dei poveri, il consolatore dei sofferenti, il padre delle anime, il confidente, il consigliere, la guida, l’amico per tutti, l’uomo «per gli altri», e, se occorre, l’eroe volontario e silenzioso. A ben guardare nel volto anonimo di questo uomo solitario, senza focolare proprio, si scorge l’uomo che non sa più amare come uomo, perché tutto il suo cuore lo ha dato, senza più nulla ritenere per sé, a quel Cristo che ha dato se stesso fino alla croce per lui (Cfr. Gal. 2, 20), e a quel prossimo ch’egli s’è prefisso d’amare alla misura di Cristo (Cfr. Io. 13, 15); è questo infatti il senso della sua intensa e beata immolazione celibataria, in una parola, è un altro Cristo. Questa finalmente è l’identità del Sacerdote; l’abbiamo udito ripetere tante volte: è un altro Cristo. Allora: perché dubitare? perché temere?

                                              



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