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DISCORSO DI PAOLO VI
AI PARTECIPANTI ALLA IX ASSEMBLEA GENERALE
DELLA CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA

Sabato, 17 giugno 1972

 

Venerati Fratelli nell’Episcopato!

Eccoci di nuovo insieme, in questo ormai tradizionale incontro, che conclude la settimana di lavori della Conferenza Episcopale Italiana; insieme per rivederci, per incoraggiarci, per prendere nuovo slancio nel carisma a noi commesso dallo Spirito Santo di reggere la Chiesa in Dio (Cfr. Act. 20, 28) e di servire gli uomini sull’esempio di Cristo (Cfr. Matth. 20, 28; Phil. 2, 7; Io. 13, 15); insieme noi con voi, come Pietro tra gli Apostoli: noi, che prendiamo motivo di viva consolazione dalla vostra compattezza, dal vostro riaffermato impegno di dedizione a Dio e alle anime, dalla vostra fedeltà a tutta prova; e voi, che attingete dalla presenza a Roma, presso i trofei degli Apostoli Pietro e Paolo, l’ispirazione, il proposito, il programma dell’unità, perché come affermarono già i Vescovi italiani del III Concilio di Aquileia, dalla centralità della Chiesa Romana «in omnes venerandae communionis iura dimanant» (Provisum (Ep. XI S. Ambrosii); Ballerini, V, 270-271). In questa comunione vissuta esistenzialmente ogni giorno, e qui a Roma resa visibile e operante, è bello trovarsi insieme: tutti pertanto vi salutiamo con affetto; con tutti vorremmo scambiare il saluto della pace «in osculo sancto» (1 Cor. 16, 20); e di ciascuno sentire la voce, che ci porta l’eco delle vostre Chiese.

Ma ci sia almeno concesso di salutare espressamente, come simbolo e fautore di codesta «veneranda communio» dell’episcopato italiano, il Signor Cardinale Antonio Poma; poiché si è pensato di anticipare il periodo di rinnovamento di tutti gli uffici della CEI, egli ha voluto porre nelle nostre mani il suo incarico; e noi, che abbiamo accettato le sue dimissioni, amiamo, in questa pubblica assemblea, confermarlo per un nuovo triennio Presidente della Conferenza; a lui i nostri voti cordiali per il complesso lavoro, che si aggiunge alle sue responsabilità pastorali, ed è da lui svolto con la comune soddisfazione. Il Signore lo assista nel nuovo periodo, che si apre alla sua attività stimolatrice e coordinatrice: è l’augurio con cui vogliamo accompagnare la sua conferma. I nostri voti vanno altresì ai Vice-Presidenti, eletti in numero di tre secondo il nuovo Statuto, con l’assicurazione della nostra stima e benevolenza più cordiale.

I. Attività e programmi della C.E.I.

Abbiamo seguito con vivo interesse la mole di lavoro, compiuto nel triennio decorso, di cui la relazione di Monsignor Enrico Nicodemo ha dato un quadro esauriente e puntuale: e ci è gradito esprimere il nostro riconoscimento più sincero per quanto l’Episcopato italiano, nell’urgenza dei vari problemi pastorali, ha saputo compiere con iniziative, che ben rispondono alle necessità dei tempi.

E anzitutto merita lode la elaborazione del nuovo Statuto, già menzionato, che provvede alla strutturazione della Conferenza Episcopale Italiana, in una maniera più adeguata alle crescenti esigenze della cura pastorale nel mondo moderno, con la molteplicità delle questioni che una situazione sempre più complessa e articolata pone di fronte alla coscienza dei Vescovi. L’aver sentito il bisogno di modificare le precedenti norme, dopo gli anni, non molti in verità, della loro verifica, è segno di giovinezza, di vitalità e, soprattutto, di responsabilità coerente e matura.

LA TRADUZIONE ITALIANA DELLA BIBBIA

Ma vi sono altri punti che, nell’attività triennale testé conclusa, meritano il nostro plauso e incoraggiamento. Ne accenniamo alcuni, non certo per stabilire una graduatoria di merito, sì bene per sottolineare quanto vediamo rispondere alle nostre più vive preoccupazioni. E vogliamo dire anzitutto la nuova traduzione italiana della Bibbia, sulla quale abbiamo già avuto modo di esprimere il nostro apprezzamento, nell’udienza del 17 marzo di quest’anno. L’intento di avere un testo ufficiale, valido nei criteri ermeneutici come nella resa linguistica moderna, adatta all’uso liturgico, è stato, ci sembra, felicemente raggiunto. Questo testo è un vero punto di partenza per una stabile soluzione del problema tuttora aperto della preparazione dei libri liturgici in edizioni definitive: ed è questo un altro argomento che è per noi fonte di soddisfazione, per il quale formuliamo voti ardentissimi. L’introduzione della riforma liturgica, nel mirabile arricchimento della conoscenza della Parola di Dio, ha portato con sé, per forza di cose, una certa fretta che, come si sa, non sempre favorisce la bontà dei metodi e dei risultati; vi è pertanto bisogno di una unificazione delle traduzioni dei libri necessari al culto, e specie per quanto riguarda la celebrazione della Messa. Le progettate edizioni definitive porranno fine a una pluralità di sperimentazioni che, a lungo andare, potrebbero indurre nell’animo dei fedeli qualche disorientamento.

Ci ha poi particolarmente interessato quanto è stato esposto sull’elaborazione e la pubblicazione del documento di base per il rinnovamento della catechesi in Italia, da cui prendere l’avvio per la preparazione, ormai tanto sentita, dei nuovi catechismi: «Vae mihi est, si non evangelizavero!» (1 Cor. 9, 16). Voi avete sentito acutamente la vostra responsabilità di maestri, ai quali è commessa la formazione spirituale del Popolo di Dio, in tutti i suoi strati, e particolarmente dei giovani, degli adulti - mondo del lavoro e della cultura - dei piccoli, dei poveri. La preparazione del documento-base ne è l’indice prezioso.

L’APPROFONDIMENTO DI TEMI SINODALI

E ancora vorremmo citare l’impegno dei Vescovi per l’approfondimento e la divulgazione dei temi del recente Sinodo, specialmente sull’argomento del sacerdozio ministeriale; né ci sfugge l’importanza dello studio compiuto circa l’applicazione della «Ratio institutionis sacerdotalis», per la validità e l’efficacia della formazione del clero di domani, per la cura delle vocazioni, tuttora inadeguate alle gravi e sempre crescenti esigenze della cura d’anime, affinché i giovani seminaristi possano riuscire veri uomini di Dio quali li vuole il popolo cristiano, pronti, nella quadratura intellettuale e spirituale e morale, a servire Cristo nei propri fratelli, e a collaborare alla consacrazione del mondo.

«EVANGELIZZAZIONE E SACRAMENTI»

Ci basti avere accennato per sommi capi. Ma vogliamo altresì esprimere la nostra compiacenza per il programma prestabilito per il nuovo triennio, di cui ha ampiamente riferito il Cardinale Presidente. Esso è imperniato sul tema generale «Evangelizzazione e Sacramenti», che tanto interessa oggi la discussione teologica e, soprattutto, la perfetta efficienza di una vera pastorale d’insieme; l’argomento indica ai Vescovi una necessaria unità di programmi e di metodi, pur lasciando loro ampia libertà di applicazione secondo le esigenze delle singole situazioni locali, e pone al centro del comune interesse, diciamo pure all’attenzione dell’uomo della strada, sia la centralità della catechesi come Kerigma, annuncio del piano della salvezza, sia l’insostituibile funzione santificatrice dei Sacramenti nella compagine ecclesiale, che applicano ai singoli fedeli, nei vari momenti della loro vita individuale e sociale, tutta la ricchezza e l’efficacia concreta del disegno salvifico di Dio. L’Evangelizzazione prepara alla vita sacramentale (Cfr. l’episodio di Filippo: Act. 8, 27-38), e, viceversa, la celebrazione sacramentale porta a pienezza di comprensione l’annuncio della Parola di Dio (Cfr. Presbyterorum Ordinis, 4; 5).

Auguriamo pertanto a tale piano pastorale, che è il risultato di attenti studi, di comuni riflessioni e di continue consultazioni, di poter conseguire felicemente i suoi scopi, per il bene della Chiesa in Italia.

II. Caratteristiche del lavoro pastorale odierno

Tutti questi temi, relativi all’azione passata e futura della Conferenza Episcopale Italiana, hanno una ricchezza e complessità, che a prima vista sembrano sgomentare le povere forze umane, chiamate a spendersi nei campi più disparati, ma al tempo stesso richiamano il comune denominatore di alcune costanti del lavoro pastorale odierno, sulle quali non sarà infruttuoso soffermare, sia pur brevemente, l’attenzione:

LAVORARE INSIEME

a) E, prima di tutto, vogliamo dire la caratteristica oggi sentita e quanto mai utile e necessaria del lavorare insieme: è, questa, una istanza felice dei nostri tempi, in cui le esigenze comunitarie e sociali trovano eco particolare nell’uomo di oggi; essa si riflette pertanto anche sulla vita pastorale. Lavorare insieme: questo dovere della mutua collaborazione è stato messo particolarmente in luce nel concetto di collegialità del Concilio Vaticano II (Cfr. Lumen Gentium, 23) ed è sottinteso a tutta l’impostazione pastorale degli atti conciliari, particolarmente del decreto sul ministero pastorale dei Vescovi; talché è oggi inconcepibile, come del resto non lo è mai stata, un’azione pastorale solitaria, slegata, indipendente, che ignori le varie forme di collaborazione e di consultazione: ne va di mezzo la fecondità del proprio ministero.

Certo, il lavorare così è più complicato, perché suppone conoscenza di metodi e volontà di applicarli, rispetto ed efficienza delle strutture previste dal Concilio: dalla Conferenza Episcopale si passa ai rapporti con le Chiese locali, e in queste il Vescovo è aiutato dai suoi sacerdoti e dal laicato cattolico, espressi nella formazione e nel funzionamento dei Consigli Presbiterali e dei Consigli Pastorali. Ma questo lavorare insieme è altresì più conforme allo spirito della Chiesa, che è per definizione un’accolta, una eletta di chiamati alla partecipazione della grazia divina in Cristo Gesù; è più rispondente allo spirito di carità, di comunione, che il Signore ci ha inculcato, e che è stata norma costante della prima comunità apostolica (Cfr. Act. 2, 43-47).

ESERCIZIO PASTORALE DELL’AUTORITÀ

Questa necessità di lavorare insieme impone, inoltre, un esercizio più pastorale dell’autorità, che tenga nel debito onore la collaborazione, il dialogo, la ponderazione della diversità dei pareri, perché emerga la soluzione migliore; ma non deve peraltro paralizzare l’autorità dei singoli Vescovi e Pastori; né alterare inoltre la concezione costituzionale della Chiesa, come se in essa l’autorità provenisse dalla base o dal numero, e non le fosse invece stata affidata da Cristo per volontà del Padre (Cfr. Lumen Gentium, 18-20).

PIENA FIDUCIA

Per quanto riguarda la Santa Sede, essa, come per tutte le altre Conferenze Episcopali nazionali, ha già fatto pienissima fiducia alla CEI, come pure alle Conferenze regionali, e conserverà sempre la sua assistenza sia alla Conferenza sia ai singoli Vescovi, non che alle opere, da essi alimentate e sostenute con tanto zelo: e ci è gradito darvene assicurazione in questa sede, perché sappiate che i vostri problemi suscitano particolare rispondenza nel nostro cuore.

CONCILIARE LA TRADIZIONE COL RINNOVAMENTO

b) Un’altra caratteristica dell’odierno lavoro pastorale è quella di conciliare la tradizione col rinnovamento. Le due realtà esistono: da una parte vi è la ricchezza della tradizione ricevuta, a cui i vari secoli della vita della Chiesa hanno portato il loro successivo arricchimento, e a cui hanno attinto come a un sacro deposito eminenti figure di Santi, di Pastori, di Dottori, e intere generazioni, ricavandone la linfa vitale per lo splendore irraggiante della santità della Chiesa; dall’altra vi è l’ansia del rinnovamento, viva in ogni tempo e che nel nostro ha preso impulso caratteristico dall’«aggiornamento» voluto dal Concilio. Però la tradizione rischia di sclerotizzarsi senza un continuo progredire alla luce della Rivelazione e del Magistero; dal canto suo il rinnovamento può miseramente travestirsi in una insana smania di novità secolarizzanti e desacralizzanti, che già San Paolo vedeva come pericolo dell’azione pastorale: «devitans profanas vocum novitates» (1 Tim. 6, 20).

Le due impulsioni non devono diventare tensioni, che l’esasperazione del momento può anche rendere insanabili, come la storia della Chiesa dimostra; si vede dunque quanto impegnativo, quanto necessario, quanto urgente sia l’accordo fra i due impegni: di salvaguardare, da una parte, la positività, il tesoro, la genuinità della tradizione e, dall’altra, di promuovere il rinnovamento, perché la Chiesa non sia impari alle nuove esigenze dei tempi, risponda all’ansia degli uomini, e li guidi come Madre e Maestra alla conoscenza delle vie di Dio. Il Vangelo è novità di vita (Cfr. Rom. 7, 6), è fermento vivificante (Cfr. Matth. 13, 33): compito dei Vescovi è quello di conservarne intatta la fragranza, applicandolo alle mutate attitudini dell’uomo e della società, per annunciare la Parola di Dio in tutta la sua forza splendida e trasformatrice. Ciò richiede uno sforzo immane, una vigilanza non mai interrotta, uno studio attento della mentalità e della cultura moderna; richiede equilibrio, prudenza, fermezza; richiede soprattutto grande invitto amore alla Chiesa e agli uomini.

Noi siamo certi che questi problemi vitali per l’efficacia del vostro ministero episcopale trovano in voi eco pensosa, e vi inducono a continuare nella fedele attuazione dei vostri programmi pastorali.

III. Problemi particolari

Ma abbiamo davanti agli occhi anche alcuni problemi particolari, propri, in genere, della odierna cura d’anime e, in particolare, della situazione italiana; ve li esponiamo con tutta semplicità nel desiderio che l’azione della Chiesa in questa Nazione, a noi tanto cara, e ricca di tante esperienze pastorali, di eccezionali figure di santi, e di mirabili opere, continui a operare in profondità, e sia veramente una presenza viva, stimolante, efficace.

LA TESTIMONIANZA DEL SACERDOTE

1. E innanzitutto ci riferiamo ai due grandi temi del Sinodo dei Vescovi celebrato nello scorso autunno, sul Sacerdozio ministeriale e sulla Giustizia nel mondo. Essi meritano studio: e ci ha fatto piacere che due particolari relazioni di questa IX Assemblea Generale siano state ad essi dedicate, per la loro applicazione alla condizione specifica della Chiesa in Italia. Le indicazioni che il Sinodo ci ha sottoposte sono di grande importanza, come tutti sappiamo. Ora, il clero italiano, che ha tradizioni tanto luminose, deve brillare anche oggi per la sua totale fedeltà al Vangelo, affinché sia il sale che non deve svanire (Cfr. Matth. 5, 13), e per la sua vera identità che, come dicemmo ai Parroci e Quaresimalisti di Roma, il 17 febbraio scorso, «dobbiamo cercare nel pensiero di Cristo: solo la fede può dirci chi siamo e quali dobbiamo essere»: e, cioè, dicevamo, dei chiamati e degli apostoli (Cfr. AAS 64, 1972, pp. 224 ss.). Per corrispondere al pensiero di Cristo, il sacerdote è obbediente al Vescovo, come Gesù è stato obbediente al Padre, ed è venuto per compiere la Sua volontà (Cfr. Hebr. 10, 5; Ps. 39, 7-9); il sacerdote è povero, come Cristo è stato povero, perché questa testimonianza gli dà la vera libertà di spirito e l’interesse per gli altri, e la credibilità davanti agli altri; il sacerdote vuole vivere il suo celibato come un atto di esclusivo amore a Cristo e di totale offerta, che lo renda disponibile a tutti, e consumato nell’esercizio del suo ministero.

Ma altresì il tema della giustizia ha anch’esso bisogno di essere approfondito e applicato, perché le continue esortazioni del Magistero Pontificio ottengano reale esecuzione, e siano risolti i gravi problemi sociali che oggi aspettano ancora una risposta, come abbiamo noi stessi indicato nella Lettera Apostolica «Octogesima adveniens», del 14 maggio 1971.

2. Ancora, il problema del sacerdozio, a cui abbiamo accennato, richiede ai Vescovi di essere messo al primo posto: occorre intensificare i rapporti, anche personali e diretti, col proprio Clero, affinché questo si senta seguito, si senta conosciuto, e soprattutto si senta amato. Il presbiterio diocesano, di cui il Vescovo è il padre (Cfr. Christus Dominus, 28), e per i cui membri deve essere come un fratello e un amico (Cfr. Presbyterorum Ordinis, 7), non è un’immagine di documenti astratti, ma dev’essere calato nella realtà quotidiana: occorre dare molto del nostro tempo ai presbiteri, ascoltarli, promuoverne il dialogo confidente e sincero, anche se ciò possa costare qualche sacrificio, e far rivedere certe abitudini non più consone col preminente dovere della cura pastorale dei propri sacerdoti.

L’ASSISTENZA SPIRITUALE AI LAVORATORI

3. Per quanto, poi, riguarda la Liturgia, vorremmo sottolineare per parte nostra, come del resto non abbiamo mancato di fare in varie circostanze, fin dall’inizio del Pontificato, la necessità che sia favorito con tutti i mezzi il canto del popolo nella partecipazione ai sacri Misteri. Tutta la tradizione patristica ci conforta in questa convinzione: chi canta prega, e chi prega conserva la vita religiosa, la fede, la morale, ne percepisce l’intima bellezza, se ne entusiasma nella fusione dei cuori che il canto sa suscitare con la sua potente e suggestiva pedagogia: «ab iracundia mitigat, - diremo con Sant’Ambrogio, il grande apostolo del canto liturgico - a sollicitudine abdicat, a moerore allevat . . . Cantatur ad delectationem, discitur ad eruditionem» (S. AMRR. In Ps. I Enarr., 9; PL 14, 968).

IL QUOTIDIANO CATTOLICO

4. Ci stanno poi grandemente a cuore altri problemi, di particolare rilevanza nel momento presente, e che vorremmo aver tempo di sviluppare con voi, data l’importanza che hanno per la cura pastorale. Vi accenniamo purtroppo brevemente, lasciando alla vostra sagacia e alla vostra sensibilità di svilupparne e integrarne il contenuto. E sono anzitutto gli interessi sociali e l’assistenza alle categorie lavoratrici, che richiedono la presenza solerte della Chiesa, con la preparazione di particolari e specializzate équipes di sacerdoti, che vediamo crescere di numero, ma sono tuttora impari alle gravi esigenze della cura pastorale tra i lavoratori. Vi è il problema del quotidiano cattolico, che tanto ci assilla, e ha da trovare in voi, Vescovi d’Italia, un appoggio che auspichiamo sempre più valido e determinante. L’estensione dell’edizione anche all’Italia meridionale e alle Isole è prova tanto importante di questo interessamento, che raccomandiamo vivamente, facendo pienamente conto sulla vostra buona volontà, sulle vostre energie, e sulle capacità organizzative, insite nelle singole diocesi. Vi è infine il problema della carità da sostenere come l’impegno più grande e credibile della Chiesa nel tempo odierno, ove, nonostante le esigenze di una più grande giustizia, rimane pur sempre il campo aperto alla carità, in tutte le forme che essa oggi riveste, sia assistenziali, sia educative, nella comprensione delle necessità che gli ammalati, gli orfani, i migranti, i giovani, i deviati, ecc., pongono ogni giorno, talora con drammatica evidenza, davanti ai nostri occhi. La vitalità di una diocesi si dimostra anche dal modo con cui ha risolto i suoi problemi di carità, specie nelle grandi e medie città, ove oscure miserie, spirituali e materiali, possono vivere celate e dimenticate dalla fretta, dalla indifferenza, dal disinteresse dei molti.

CONCORDE UNITÀ DI AZIONE

Venerati Fratelli!

Altre grandi questioni restano aperte, e chiedono a voi tutti vigilanza continua, e concorde unità d’azione: basti accennare alla scuola e all’educazione, al Concordato e alla sua revisione, alle circoscrizioni diocesane, alla rinascita dell’Azione Cattolica, ai problemi della famiglia, alla difesa della vita.

Il peso di questa amplissima responsabilità pastorale potrà sembrare talora troppo duro e faticoso: ma abbiamo fiducia! Cristo è con noi, che Egli ha scelto come suoi amici, e depositari della sua missione di Pastore, di Sacerdote, di Profeta. Egli ci aiuterà a compiere il nostro quotidiano dovere: Pax vobis: Ego sum, nolite timere (Luc. 24, 36). E la Madonna, venerata nei cento e cento santuari delle ridenti contrade italiane, ci assisterà in questa missione; Lei, che «in modo del tutto singolare ha collaborato all’opera del Salvatore, con l’obbedienza, la fede, la speranza e l’ardente carità, per restaurare la vita soprannaturale delle anime» (Lumen Gentium, 61) ci sarà accanto per rendere fecondo il nostro ministero.

È questo invito alla fiducia che vorremmo lasciarvi come ricordo del nostro odierno incontro, e come pegno dell’affetto che abbiamo per tutti voi. Sosteniamoci a vicenda con la preghiera; e tutti ci benedica Dio onnipotente, Padre, Figlio e Spirito Santo. Amen.

                                             



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