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DISCORSO DEL SANTO PADRE PAOLO VI
AL CONSIGLIO CENTRALE DEL CLUB ALPINO ITALIANO

Lunedì, 29 gennaio 1973

 

Ringraziamo il Senatore Giovanni Spagnolli, Presidente del Club Alpino Italiano, per le nobili parole con cui ha accompagnato l’omaggio del volume «Alpinismo Italiano nel mondo»; salutiamo gli altri dirigenti e membri dell’Associazione, che si sono uniti a questo gesto, da noi tanto apprezzato; e siamo lieti di soffermarci qualche istante con voi, che rappresentate in modo tanto qualificato tutti gli appassionati e gli arditi della montagna, ai quali il vostro Club offre un prezioso punto di riferimento, un centro di coesione, una somma di sussidi, di assistenza e di consigli per facilitarli nell’esercizio della loro attività, che è come un ideale di continue ascensioni verso l’alto.

Il nostro pensiero va, pieno di ammirazione, a queste schiere di valorosi, che, pur senza tralasciare i loro doveri di cittadini, che li impegnano nelle varie professioni della vita quotidiana, seguono il richiamo irresistibile della montagna, dedicandosi nel tempo libero, e talora con rigoroso sacrificio che richiama in certo modo i principii di una severa ascetica, al necessario allenamento e perfezionamento. Meritano senz’altro una citazione d’onore coloro che, nelle più celebri spedizioni, hanno elevato un monumento perenne al coraggio individuale e al lavoro di équipe degli alpinisti italiani: e il presente volume, che sfoglieremo volentieri in qualche breve pausa delle nostre dense giornate, dà certo testimonianza a queste ammirevoli imprese, che non sono soltanto una conquista di primati, bensì anche un contributo al progresso delle conoscenze geografiche non che alla mutua conoscenza tra i popoli. Ma non vogliamo dimenticare tutti gli altri, e sono certo la maggioranza, che fanno della montagna un rifugio e una difesa contro le intossicazioni, ecologiche e spirituali, che il vivere contemporaneo porta con sé; e ricordiamo le Guide valorose e gli specialisti del Soccorso Alpino, pronti gli uni e le altre anche all’olocausto della vita per offrire salvezza e sicurezza ai fratelli; e rammentiamo i pazienti portatori; gli esperti della tutela dell’ambiente naturale alpino, in particolar modo della flora e della fauna; gli istruttori della gioventù alle scalate e alle gare sciistiche sportive; e tutta la folla dei 115.000 soci del Club Alpino Italiano, di ogni età e professione ed estrazione civile, accomunati dall’unico ideale dell’amore per la montagna: e ci fa piacere apprendere che molti sono fra essi i giovani.

Veramente, l’alpinismo, inteso come voi volete, - non come frivola esibizione, bensì come ardua conquista di mete sempre più difficili, nella padronanza di se stessi - può essere una formidabile scuola di maturazione di forti personalità umane; vi si apprende la fraternità, lo spirito di servizio, l’aiuto reciproco e generoso, la semplicità dei modi, il rifiuto di una vita comoda e molle, un continuo allenamento fisico e spirituale: tutte doti che temprano l’uomo e lo educano alla correttezza e alla socialità. Ma tale scuola può e deve essere anche valido sussidio per una vera e autentica formazione cristiana: nel silenzio immenso della montagna, davanti alla maestà possente di quelle vallate che via via si inseguono e s’innalzano fino ai picchi aerei e solitari, nello splendore calmo e ridente della natura come nell’improvviso addensarsi di nebbie e di bufere, l’uomo si sente piccolo, umile, buono, si abilita a valutarsi quale realmente è, creatura minuscola davanti alla onnipotenza di Dio, santo e tremendo, ma Padre buono e provvidente, che si è chinato su di noi per farne i suoi figli. Il linguaggio biblico, specie nei Salmi, chiama Dio col nome di «roccia», di «pietra»: Egli è Colui che non abbandona, Colui al quale ci si può appoggiare e aggrappare, perché in Lui solo v’è la salvezza e la gloria. E l’esercizio dell’alpinismo porta irresistibilmente a Dio: ed è tanto indicativo, appunto, che alpinisti e gente della montagna hanno affrontato faticose ascensioni per collocare sulla cima dei monti l’emblema della Redenzione, la Croce, o l’effigie marmorea del Cristo e della Madre sua Immacolata come le nevi eterne che risplendono nell’azzurro del cielo.

Noi vi invitiamo a ravvivare e a favorire sempre nel vostro Sodalizio, insieme con l’esercizio delle virtù umane, anche questa possibilità di vita cristiana, che sublima l’uomo alle altezze per cui è stato creato; e insieme auspichiamo che dall’ardimento che vi distingue non sia mai disgiunto il senso di rispetto per il gran dono della vita, che non deve mai esser posta in grave pericolo: è uno dei tanti aspetti della deontologia propria della vostra specifica attività.

Siamo assai lieti di avervi incontrati, in questa occasione che vi fa riandare col pensiero ai 110 anni di fondazione del Club Alpino Italiano: assicurate ai Soci tutti che il Papa li stima, li ammira, li incoraggia, mentre ad essi e ai loro familiari di cuore imparte l’Apostolica Benedizione.

                                 



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