Index   Back Top Print

[ IT ]

VISITA DI PAOLO VI
AL PONTIFICIO COLLEGIO GERMANICO-UNGARICO
NEL IV CENTENARIO DELLA FONDAZIONE

Mercoledì, 10 ottobre 1973

 

Siamo venuti volentieri in questa sede per ricordare insieme a voi, venerati e carissimi Superiori, Alunni ed ex Alunni del Collegio Germanico-Ungarico, il quarto Centenario di vita del vostro e Nostro Istituto, che, scaturito da una luminosa intuizione apostolica di S. Ignazio di Loyola e realizzato dalla volontà dei nostri Predecessori, è tra i più antichi dell’Urbe e vuole essere tuttora - come ha ricordato testé il Preposito Generale della Compagnia di Gesù - un operoso centro di formazione alla vita sacerdotale e pastorale.

STORIA GLORIOSA

Si tratta, infatti, di una ricorrenza particolarmente significativa dal punto di vista storico-religioso, la quale s’inscrive nel gran moto di ripresa della Chiesa, dopo la dolorosissima lacerazione della «Communitas Christiana» nella prima metà del secolo XVI. Il Collegio Germanico, per la sua origine, ci riporta al Concilio di Trento, lo stringe, per così dire, da due parti, perché, se l’odierna celebrazione rievoca il gesto munifico compiuto da Gregorio XIII a pochi anni dalla conclusione di quella singolare assise, è vero, però, che la primitiva fondazione risale al pontificato di Giulio III ed è, quindi, anteriore di oltre un ventennio.

Ci piacerebbe insistere su questa vicenda che vide il nuovo Collegio annesso e parallelo, in felice convivenza, al Collegio Romano, sviluppatosi, a sua volta, dalla «Scuola di grammatica, d’umanità e di dottrina», che S. Ignazio aveva aperto gratuitamente per i ragazzi romani, fin dal febbraio del 1551. Ma accenniamo soltanto a quel che avvenne nel 1573, perché fu allora che il Collegio, superate felicemente le difficoltà di carattere organizzativo ed economico che ne avevano fatto temere la chiusura, ebbe la sua «nova institutio» ed iniziò la stagione del suo rigoglioso sviluppo.

Come sapete, Papa Gregorio XIII, accogliendo le istanze del Card. Otto Truchsess, Vescovo di Augusta, e di S. Pietro Canisio, provvide personalmente alla sua ristrutturazione ed al suo retto funzionamento fornendo generosamente i mezzi necessari, assegnando la sede che fu, dopo il palazzo della Valle, il più bel!o ed ampio palazzo di S. Apollinare, attribuendo alcuni Cardinali come Protettori, e sollecitando i Nunzi a scoprire ed a segnalare i giovani più meritevoli delle varie diocesi germaniche.

Noi siamo andati a rileggere i principali Documenti, emanati dai Sommi Pontefici in favore del vostro Collegio, quasi per cogliere dal vivo non solo le finalità istitutive, ma l’iniziale disegno, altresì, e lo spirito informatore, che fu quello di dar vita, nel quadro del più vasto proposito dei Padri Tridentini di curare la preparazione di un Clero irreprensibile per tutta la Chiesa, ad un Seminario che accogliesse ed educasse i giovani di quella che era chiamata l’«amplissima Germaniae provincia». Vi abbiamo trovato alcune espressioni, che ci piace ora riproporvi nella loro immutata freschezza. Scrive Giulio III che è di sommo interesse per la Chiesa avere «ubique, sed praesertim in Germania» uomini «exemplari vita et litterarum scientia praediti», e che è necessario incrementare «litterarum simul et Christianae pietatis studia, e quibus acquiritur . . . scientiae cum caritate coniunctae margarita» (Bolla Dum sollicita, del 31 agosto 1552). Questo ideale abbinamento di pietà e di cultura è come il fiore e la perla - la «margarita», appunto - che adorna, fin dalle origini, il Collegio Germanico. Da parte sua, Gregorio XIII, che giustamente è considerato il mecenate ed il secondo fondatore, riprende e sviluppa questo progetto, spiegando che il Collegio era eretto perché i giovani «non per se solum boni doctique evaderent, sed ad patriam remeantes, habendis concionibus ac disputationibus, refellendis haeresibus, fideique orthodoxae veritati dilucidandae et defendendae, ac praeterea exercendae animarum curae, aliisque piis et Sanctis operibus apti et idonei essent» (Bolla Postquam Deo, del 6 agosto 1573). La formazione personale, incentrata sul binomio della pietà e della buona cultura, assumeva in tal modo un preciso colorito ed indirizzo pastorale, per il concreto esercizio dell’apostolato. Lo stesso Pontefice nell’aprile del 1580 univa al Germanico il Collegio Ungarico, da poco istituito.

LUMINOSI TITOLI D'ONORE

Ben presto i fatti confermarono ampiamente le speranze riposte dai Romani Pontefici nella nascente istituzione, la cui funzione si rivelò provvidenziale ed il cui contributo fu decisivo per la salvaguardia della retta fede, per l’incremento del costume cristiano e per la sopravvivenza stessa della Chiesa cattolica in tutto il Centro Europa.

Se le statistiche hanno almeno un valore indicativo, come non ricordare a titolo d’onore che, tra le molte migliaia di alunni, vi furono un Pontefice - Gregorio XV -, più di trenta Cardinali, numerosissimi Arcivescovi e Vescovi, personaggi di grande levatura, quali lo storico della Chiesa Card. Joseph Hergeröther, il teologo Mathias Joseph Scheeben, il compianto Cardinale Stepinac? E come dimenticare che ben cinquanta alunni subirono il martirio per la causa della fede, tra i quali i Beati Marcus Crisinus e Robert Johnson? Sono, questi, altrettanti elementi di un quadro che illustrano le alte benemerenze acquisite dall’Istituto.

Ora, quelle finalità formative e pastorali, cui abbiamo sopra accennato, non hanno perduto né di attualità né di importanza per quel che la Chiesa è chiamata a compiere ai nostri tempi. Non avremmo, del resto, fatto questa rapida rievocazione senza ricavarne una lezione, che può essere, deve essere, anzi, ancor valida e stimolante. Il ricordo del passato del Collegio, che si onora di aver ospitato un’eletta schiera di ecclesiastici insigni, formatisi sotto la guida premurosa dei Religiosi della Compagnia di Gesù, deve servire a maturare la vostra riflessione, a sorreggere il vostro impegno, a perfezionare, in quanto necessario, ordinamenti e strutture perché l’istituto, nel solco della sua nobile tradizione, risponda sempre meglio alle ,attese della Chiesa. dei Pastori e dei fedeli dei vostri Paesi.

L'AUTENTICO SPIRITO APOSTOLICO

Il primo insegnamento, che risulta dallo sguardo retrospettivo, è la spirituale fecondità dell’innesto di questa istituzione germanica nel cuore stesso della cattolicità: se in Germania e nei Paesi limitrofi fu contenuto il pericoloso movimento centrifugo che si era determinato a seguito della crisi luterana, e fu ridata vitalità nuova alla Chiesa ivi esistente (l’abbiamo già accennato) ciò avvenne, in gran parte, per l’opera indefessa dei Pastori usciti dal vostro Collegio. Roma sviluppò in essi una mentalità universale e cattolica, indicò le linee essenziali dell’azione da svolgere, mentre essi, imbevuti di autentico spirito apostolico, spiegavano le loro preziose energie per la causa dell’evangelizzazione, offrendo il contributo di una diretta conoscenza delle persone e delle situazioni locali.

I frutti, che di qui sono maturati nei Paesi mitteleuropei, sono ancora oggi sotto lo sguardo di tutti, e ci lasciano pieni di ammirazione. Basti ricordare: la ricchezza del movimento liturgico e pastorale; la cura di comunità fiorenti per l’ardore della fede e delle opere; la generosità germinata come un fiore dai vari ceti delle vostre comunità, a tutti i livelli, che provvedono in tutto il mondo un aiuto concreto e continuo alle esigenze delle Chiese povere, provate, bisognose di mezzi; l’incremento delle vocazioni missionarie, che ha raggiunto punte elevate: sono singoli aspetti dell’azione svolta nello vostre diocesi da Pastori illuminati e zelanti, da un clero intelligente e fervoroso, alla cui formazione questo Collegio ha fornito un sussidio di primo ordine.

UNA VITALITÀ PERENNE

Di qui emerge un secondo insegnamento. Non basta aver cognizione dell’ambiente storico in cui si vive; ancor più occorre sentire la continuità di un patrimonio di saggezza e di virtù, collaudato da un’esperienza plurisecolare, di cui il vostro Collegio è il fortunato erede. Del resto, il culto delle sane tradizioni fa parte della genuina pedagogia ecclesiastica. Inserirvi, perciò, in questo flusso continuo, cari alunni, significa mettere a profitto vostro e della Chiesa queste ricchezze d’incomparabile valore, e significa anche conservare al Collegio Germanico-Ungarico la sua fisionomia, la sua nobiltà, la sua particolare e provvidenziale funzione nel contesto ecclesiale di oggi.

Il momento presente - non è certo il caso di richiamare i fermenti - richiede una rinnovata volontà di avvalorare e di applicare i principii fondamentali che hanno favorito, in questi secoli, una fioritura così splendida di anime, totalmente donate al bene della Chiesa, le quali han lasciato un’orma indelebile nella storia religiosa delle proprie Nazioni. Il quarto Centenario di una istituzione come questa fa seriamente pensare; è segno di una vitalità perenne, rimasta intatta pur nelle trasformazioni del tempo che evolve; richiama in primo piano l’indole, la funzione, il compito, la responsabilità dei seminari nella vita della Chiesa. Oggi, come allora: per gli studi specifici, che devono essere compiuti in una visuale cristocentrica, ecclesiologica, speculativa insieme ed aperta alle istanze dell’aggancio della cultura odierna, per la linea serenamente e fortemente formativa della disciplina; per l’atmosfera pastorale, orientata verso le anime secondo le esigenze concrete di ciascuna diocesi, secondo il genio proprio di ciascun popolo. Conviene perciò guardare in dietro per attingere nuova energia per balzare in avanti.

È vero che, per andare incontro alle nuove esigenze dei tempi, il vostro Collegio non può rimanere ancorato a norme adatte alla vita di qualche secolo fa, ma controproducenti nel clima odierno. I giovani, che oggi si preparano al sacerdozio, presentano in se stessi bisogni ed esigenze che sarebbe temerario non tenere nel debito conto. Già il Concilio Vaticano II, consapevole della «importanza somma della formazione sacerdotale», perché «l’auspicato rinnovamento di tutta la Chiesa in gran parte dipende dal ministero sacerdotale» (Optatam totius, Proemio), aveva tracciato le linee per una rinnovata pedagogia ecclesiastica: linee riprese e sviluppate nel documento Ratio fundamentalis institutionis sacerdotalis, pubblicato il 6 gennaio 1970 dalla Sacra Congregazione per l’Educazione Cattolica. Non ignoriamo le difficoltà di questa impresa che richiede educatori responsabili, dotati di saggio discernimento e di un prudente equilibrio. Bisogna, però, tener ben presente che nella formazione sacerdotale vi sono norme che restano, nella loro sostanza, immutabili nei secoli, e domani come oggi conserveranno tutto il loro valore, perché scaturiscono dalla natura stessa dell’Ordine sacro.

A questo riguardo, permetteteci, giovani carissimi, di chiarire alcuni punti che, se fraintesi, potrebbero avere funeste conseguenze per la Chiesa.

ESSERE SEMPRE L’UOMO DI DIO

Nella formazione dei candidati al sacerdozio si richiede oggi una maggiore apertura ai problemi della società e dell’uomo -moderno. Ciò è legittimo purché non si cada nell’esagerazione opposta. Se il sacerdote deve vivere nel mondo, non deve essere del mondo; per cui, se l’eccessiva separazione è dannosa, non lo è meno la tendenza a sopprimere ogni differenziazione da esso, come purtroppo spesso avviene, nel linguaggio, nel modo di agire e così via, con l’intento di essere più vicini al mondo. Non facciamoci illusioni: se il sacerdote non sa mantenere quella distinzione che è necessaria per essere l’uomo di Dio, il ministro di Cristo, il testimone di una vita trascendente e spirituale, diventa a poco a poco il sale insipido, di cui parla Gesù nel Vangelo.

Si rileva oggi altresì che sono sempre più apprezzati i valori della libertà, della personalità, della responsabilità. Giustamente, quindi, per un efficace aggiornamento dei metodi educativi nei seminari, si richiede di instaurare un clima di maggiore libertà e responsabilità, che sono le condizioni indispensabili per lo sviluppo della personalità dell’aspirante al sacerdozio. Ciò tuttavia non giustifica l’atteggiamento di coloro che vorrebbero soppressa ogni struttura, abolito ogni regolamento, lasciata piena libertà alle iniziative personali, fiduciosi in una bontà naturale che ignora il peccato originale e le sue conseguenze. Certamente il giovane deve essere educato alla libertà; ma la vera libertà è una conquista, per raggiungere la quale l’uomo, e molto più l’aspirante al sacerdozio nel periodo della sua formazione, ha bisogno anche di aiuti esterni. Com’è dannosa una eccessiva passività nell’educando, così lo è pure la pretesa di chi vuole autoeducarsi senza alcun aiuto dell’educatore. Perciò la disciplina nella vita di seminario, come ammonisce il Concilio, «deve considerarsi non solo come un sostegno della vita comune e della carità, ma anche come un elemento integrativo della formazione, necessario per acquistare il dominio di sé e per assicurare il pieno sviluppo della personalità» (Optatam totius, 11).

Oggi anche si pone fortemente l’accento sulla vita del sacerdote come vita di servizio, sull’esempio di Cristo «uomo per gli altri», secondo una felice e ben nota espressione. Va però precisato che il servizio del sacerdote, che voglia restare fedele a se stesso, è servizio squisitamente ed essenzialmente spirituale. Questo oggi occorre ben ricordare, contro le molteplici tendenze a secolarizzare il servizio sacerdotale, riducendolo ad una funzione prevalentemente filantropica e sociale. È nell’area delle anime, delle loro relazioni con Dio e dei loro rapporti interiori con i propri simili, che si qualifica la specifica funzione del sacerdote cattolico.

CONSOLIDARE E RENDERE PIÙ VIVA ED OPEROSA LA FEDE

Ecco, figli carissimi, alcuni dei sentimenti che ci ispira l’odierna fausta circostanza. Continuate a progredire senza sosta in quella indispensabile formazione cristiana e sacerdotale, apostolica e culturale, che la Chiesa si aspetta da voi. L’ospitalità romana che qui vi è offerta, non solo ve ne facilita, in certo senso, il conseguimento, ma dà alla vostra preparazione una specificità e tipicità inconfondibili, effetto di quella forte esperienza spirituale che particolarmente a Roma, presso la Tomba del Principe degli Apostoli, un sacerdote o un aspirante al sacerdozio può fare. Approfittate, adunque, di questo tempo di grazia per consolidare la vostra fede, per renderne più viva, sincera ed operosa - secondo proprio l’esempio di Pietro - la vostra professione. Potrà così il vostro Collegio continuare ad essere, come è stato nel passato, vivaio di apostoli, punto di collegamento di Roma cattolica con i vostri Paesi, testimonianza vivente della loro devozione e fedeltà alla Sede Apostolica.

In questo senso formuliamo i nostri più fervidi auguri per il miglior avvenire del Collegio Germanico-Ungarico, mentre a tutti i Superiori ed Alunni, presenti ed assenti, di cuore impartiamo la nostra Apostolica Benedizione.

Wir möchten Sie schließlich zu diesem denkwürdigen Jubiläum Ihres Kollegs Germanicum-Hungaricum auch noch in Ihrer Muttersprache von Herzen beglückwünschen.

Insbesondere grußen Wir in Ihrer Mitte die Neupriester und ihre Angehörigen.

Ihr heutiges «Adsum» am Weihealtar faßt auf ktirzeste Weise zusammen, was das eigentliche Ziel Ihrer Priesterausbildung hier im Germanicum-Hungaricum ist und Sie als Frucht der Kollegsjahre in Ihrem persönlichen Leben zu verwirklichen haben: vorbehaltlose Bereitschaft und selbstlosen Einsatz im Dienst und zum Wohl der Kirche und der Menschen. Und dies alles im Geiste Ihres großen Kollegsgründers, des heiligen Ignatius, zur größeren Ehre Gottes: «ad maiorem Dei gloriam»!

                                                  



© Copyright - Libreria Editrice Vaticana