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DISCORSO DI PAOLO VI
ALL’AMMINISTRAZIONE CAPITOLINA

Sabato, 18 gennaio 1975 

 

Si rinnova oggi la sincera, reciproca soddisfazione di questo consueto e gradito scambio di auguri all’inizio dell’anno nuovo. È l’incontro del Vescovo di Roma con i responsabili della civica amministrazione dell’Urbe unica al mondo; e nelle sue parole, Signor Sindaco, per le quali Le esprimiamo la nostra riconoscenza, abbiamo sentito vibrare la comune consapevolezza della singolarità e della gravità dell’immane compito, che grava sulle vostre spalle.

Comprendiamo le vostre preoccupazioni, vi siamo vicini con tutta la nostra sollecitudine, disposti, non da oggi, a fare quanto è nelle nostre possibilità e competenze per contribuire, come dicevamo nello scorso anno, «sul piano pastorale che è specificamente nostro . . . al benessere della città, alla sua coscienza civile, morale e religiosa, alla sua costante elevazione sul piano umano e spirituale, conforme alla sua vocazione storica e alla sua funzione secolare» (AAS 66, 1974, p. 73).

L’udienza di quest’anno avviene in un momento particolare, che non possiamo non rilevare subito, cogliendo la condizione storica e spirituale che ce ne fa obbligo; è infatti in corso l’Anno Santo, cominciato con i migliori auspici per la frequenza continua e già cospicua di pellegrini, che, come sappiamo, frequentano ogni giorno i sacri riti indetti nelle quattro Basiliche e negli altri luoghi di preghiera di Roma. Abbiamo ancora nel cuore l’immagine splendida e commovente del rito di apertura della Porta Santa, di cui siamo stati, per ineffabile grazia del Signore, l’umile strumento, come già il nostro Predecessore Pio XII, di v.m., venticinque anni fa, e gli altri Pontefici che, via via nel corso dei secoli, sono stati i protagonisti di una così semplice, eloquentissima, straordinaria cerimonia. Quest’anno, il concorso, non ancor mai verificatosi in tale proporzione, dei mezzi audiovisivi ha fatto convergere si può ben dire gli occhi di tutto il mondo verso la Basilica di San Pietro: e perciò ancora una volta è stata al centro dell’attenzione universale questa nostra Roma, la città fatale, portatrice di un destino sovrumano nella sua vicenda umana, nella sua significanza giuridica, nella sua missione unificatrice, guidata da Dio al suo supremo compimento con l’accoglimento e l’irradiazione del Vangelo, mediante la funzione da Cristo stesso affidata a Pietro, primo Vescovo, che da qui ancora parla al mondo per annunciare il Nome nel quale, soltanto, gli uomini possono essere salvati (Cfr. Act. 4, 12).

I mesi che seguiranno vedranno accrescersi il numero dei romei, che sulle orme della fede dei Padri, verranno a questa città per il Giubileo: e noi, mentre vi ringraziamo sinceramente per quanto farete per rendere più confortevole ai pellegrini di ogni popolo e continente il loro soggiorno romano, ci permettiamo di ripetervi quanto ci stia a cuore che la città, pur consapevole delle sue enormi difficoltà di carattere amministrativo, urbanistico, scolastico, igienico-sanitario, eccetera, e orientata concordemente in tutte le sue componenti responsabili a risolverle, dia a questi nostri fratelli l’immagine fedele delle sue tradizioni sacre, del suo vivo senso familiare, della sua ospitalità generosa, della sua gentilezza accogliente e incoraggiante, della sua serietà morale. I pellegrini hanno il diritto di attendersi tutto questo, anche perché essi associano al pensiero della Città tutto il bagaglio ideale delle loro cognizioni sacre e profane, insieme con l’ottimismo della loro speranza, delle loro legittime attese. Roma è anch’essa una città dell’anima, ove i pellegrini devono trovarsi di casa. Come ha delicatamente scritto un moderno autore tedesco, saggista e romanziere, a chi ha visitato Roma «rimane una eternamente durevole aspirazione di rivederla, che è più di ogni pienezza, una nostalgia di Roma come immagine di quel desiderio di un ritorno a casa, che è stato deposto nel cuore dell’uomo» (WERNER BERGENGRUEN, Römisches Erinnerungsbuch, Abschied, Herder 1949).

Non sono sognatori o utopisti coloro che vengono qui a visitare i monumenti di Roma antica, a pregare nelle Basiliche e chiese sacre alle memorie insanguinate degli apostoli e dei martiri, a compiere le traiettorie obbligate di un pellegrinaggio che è spirituale prima d’essere geografico; ma sono persone, voi lo sapete, che vengono a ritemprare lo spirito alle sorgenti stesse della fede cristiana, che ha in Pietro il confessore e il garante attraverso i secoli; esse vengono al centro da cui trae conforto e incoraggiamento ogni certezza.

A questa visione di serenità e di speranza fanno riscontro pur troppo, fenomeni molto preoccupanti e penosi, quali l’aumento impressionante della criminalità e di ogni genere di violenza, le pressioni faziose esercitate per intimorire e soffocare la voce di quanti non sono reputati partecipi di proprie ideologie, la situazione terroristica che si vuol introdurre dappertutto, perfino nelle scuole, la sfacciata esibizione specialmente della corruttela morale, e via di seguito. Sono tutti problemi gravi, che non rammentiamo solo per i riflessi negativi che possono avere per Roma per la celebrazione dell’Anno Santo, solo temporanea, ma per il suo proiettarsi nel domani, per la sicurezza dei suoi cittadini, per la libera crescita della sua gioventù, per la sanità delle sue famiglie. Non vi è il tempo né è il momento di soffermarsi oltre su fenomeni tanto dolorosi, anche perché nobilissimi sforzi si stanno compiendo da chi di dovere per trovarvi gli efficaci rimedi: ma se vi abbiamo accennato, è per l’amore che portiamo a questa nostra Città, alla quale, anche per il tramite dei nostri collaboratori sul piano pastorale, va tutta la nostra sollecitudine di padre e di Vescovo: è per il desiderio di vederla operosa, unita, sicura, in costante progresso sociale, economico, culturale; è per supplicare tutte le forze valide e sane a reagire in maniera compatta, convinta, generosa, richiamandosi a quella fedeltà ai principii religiosi e morali, che soli possono far grande un popolo.

Siamo disposti per parte nostra, ripetiamo, a dare rutto il nostro possibile contributo per un’opera ormai indilazionabile: e chiediamo al Signore Gesù, per intercessione di Maria Salus Populi Romani, e dei Santi Apostoli Pietro e Paolo, la forza e l’assistenza necessaria perché anche la nostra diletta Roma sappia produrre quei frutti di riconciliazione e di rinnovamento, che l’Anno’ Santo propone a tutti gli uomini di buona volontà.

A Lei, Signor Sindaco, all’intera Amministrazione Capitolina, ai collaboratori, nonché a tutta la popolazione, che rappresentate davanti ai nostri occhi, impartiamo di cuore l’Apostolica Benedizione.

                                                                                             



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