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DISCORSO DEL SANTO PADRE PAOLO VI
AGLI ARCIVESCOVI E VESCOVI DELLA LOMBARDIA
IN VISITA «AD LIMINA APOSTOLORUM»

Giovedì, 21 aprile 1977

 

Signor Cardinale e Confratelli carissimi della Conferenza Episcopale Lombarda!

Particolarmente cordiale è il benvenuto che, accogliendovi quest’oggi, rivolgiamo a ciascuno di voi, tanto evidenti ne sono le ragioni per i vincoli personali specialissimi che ci uniscono all’amata vostra e nostra Terra. Siamo di Brescia, e già questo fatto non può non determinare un rapporto preferenziale con l’intera Regione; a Milano, poi, in qualità di Arcivescovo abbiamo esercitato il sacro ministero per oltre otto anni, trovandovi e sviluppandovi - per quanto ci fu dato - un patrimonio ecclesiale prezioso, e maturandovi un’esperienza che, certo per un provvidenziale disegno del Signore, si è collocata tra il servizio del nostro primo periodo romano e quello, posteriore e formidabile, della successione di Pietro.

Bastano questi due dati a spiegare l’interesse vivissimo che riserviamo ad ogni vicenda della Lombardia, interesse che, per quanto attiene alla vita religioso-morale, si fa vigile sollecitudine e compartecipazione alle vostre ansie, alle vostre responsabilità, e alle speranze di voi, Pastori assai esperti ed impegnati nell’attività ministeriale. Del vostro zelo abbiamo avuto consolante conferma, leggendo il testo dell’esauriente, se pur sintetica, relazione che, sotto il titolo di «sguardo complessivo alla Regione Lombarda», ci ha rimesso, prima della visita odierna, il caro e venerato vostro Presidente e nostro Successore nella sede dei SS. Ambrogio e Carlo.

Il quadro, che risulta da siffatta sintesi, è a voi familiare e costituisce un motivo di rinnovata applicazione nel lavoro pastorale: di ciascuna Chiesa voi conoscete troppo bene i problemi, le difficoltà, le promesse e le attese, sicché non riteniamo necessario insistere sui vari punti, e ci basta e ci resta quel fondamentale dovere, contenuto nella grave parola da Cristo rivolta al suo primo Vicario: Confirma fratres tuos (Luc. 22, 32). È questa, infatti, una parola pregnante e dal significato esteso (come riconoscono gli esegeti), sulla quale ci sembra di non riflettere mai abbastanza per enuclearne tutta la carica potenziale in ordine alle attribuzioni specifiche del nostro ufficio apostolico. Rinunciando ad una sottile analisi filologica ed al pur necessario richiamo del concreto contesto (era per Gesù quello dell’imminente Passione), l’imperativo del confirmare, dinanzi a voi che ci siete fratelli ad un titolo ecclesiale ed insieme affettivo, si traduce da parte nostra in una parola di lode e di conforto, la quale, tralasciando le «cose», va diretta alle vostre persone e si rivolge ai vostri «animi».

Sì, Fratelli, noi dobbiamo elogiare lo zelo che vi distingue nel vostro apostolato e si rivela in tante iniziative esemplari e valide, non di raro, anche per altre regioni e contrade. Ed a questo meritato riconoscimento uniamo la solidarietà corroborante e sentita che, prima che alle difficoltà oggettive quali emergono dalle varie situazioni, si volge ai riflessi soggettivi, cioè alle tribolazioni e alle pene che quelle stesse difficoltà possono procurarvi.

Tale esplicito e penetrante riferimento all’interiore vostra sensibilità ci porta ad aggiungere, per facile associazione d’idee, una seconda parola sulla « psicologia pastorale », intendendo con essa la fisionomia tipica ed autentica che profila dal vivo e fa riconoscere il Pastore d’anime. Non presumiamo di dire alcunché di nuovo; e tuttavia non vi dispiaccia sentirvi ripetere anche da noi qualche cosa che riguarda la vita pastorale vostra e del vostro carissimo ed ottimo Clero.

Quali sono le linee e gli aspetti salienti nella figura del Vescovo? quali ne debbono essere le virtù e le disposizioni spirituali? Dicendo Vescovo, si pensa subito ad un Maestro autorevole e qualificato, ma prima e soprattutto - è lezione ripetuta ed illustrata del Concilio Vaticano II - è da pensare al Pastore. Proviamo a verificare questa nota primigenia come «test» nell’accennata psicologia. Ecco: chi è Pastore, più d’ogni altro, è dedicato e consacrato agli altri, senza risparmio di energie, senza limiti di tempo. Pastore è un uomo che è orientato e, per così dire, proiettato verso i fratelli e, nella misura che a questo dovere ideale si sforza di corrispondere, iam non sibi vivit: davvero non vive più per se stesso, perché sa dimenticare le sue cose, il suo bene particolare, la sua salute e, se necessario, anche la sua vita. Il Pastore è posto, pertanto, in uno stato di perfezione per la carità, alla quale tutto è donato, sospinto dall’insuperato modello del buon Pastore, che «dà la sua vita per le pecorelle» (Io. 10, 11); egli anzi, è in uno stato di maggiore perfezione come «perfector» rispetto ai «perfetti» (Cfr. S. THOMAE Summa Theologiae, II-IIæ, q. 185, a. 1, ad IIum; a. 3, c.). Questi tratti - voi comprendete - si addicono al vero Pastore, ed occorre sempre studiarli e riprodurli, anche a rettifica di quanto poteva risultare nella psicologia episcopale d’altri tempi: è chiaro, infatti, che sarebbe oggi deviante ed anacronistico un quadro di tipo feudale ed autoritario, mentre bisogna, invece, accentuare l’essenziale e, diciamo pure, l’evangelica dimensione del servizio, ch’è implicita nel concetto stesso di autorità.

Ma il Vescovo - l’abbiamo accennato - è anche Maestro della Fede: è fidei praeco et . . . dottor authenticus (Lumen Gentium, 25),4 operando egli in un settore delicato e geloso nel quale non sono ammesse incertezze e defezioni, ed al quale si può giustamente anche applicare la preghiera da Gesù fatta per Pietro: ut non deficiat fides tua (Luc. 22, 32). Quale importanza, Fratelli, ha oggi questo servizio alla dottrina della fede, e quale virtù interiore esige un tal magistero! È servizio che richiede studio costante, fedeltà personale, sapienza e prudenza; è magistero da indirizzare, con accorta e differenziata pedagogia, ai piccoli ed agli adulti, agli umili ed ai dotti, ai praticanti ed ai lontani. Nasce da qui la prevalente importanza che assumono oggi i doveri della catechesi e della predicazione, due attività distinte, ma cospiranti allo stesso fine, nelle quali è lecito e necessario introdurre nuovi metodi e forme, in uno stile che le renda incisive ed adeguate al moderno contesto socio-culturale.

Da ultimo, il Vescovo è il Sacerdote della Liturgia, ed anche qui il settore operativo appare tanto vasto quanto rilevante, perché urge, tra l’altro, utilizzare sempre meglio la grande riforma conciliare. Se nella liturgia è stata riscoperta la prospettiva comunitaria e si è insistito sul concetto di partecipazione attiva e cosciente, dovere del Vescovo sarà quello di valorizzare e di far valorizzare ogni singola celebrazione che avviene nella sua Chiesa, affinché essa risponda a dette finalità e s’inquadri nella globalità della sua azione pastorale. Le possibilità al riguardo sono veramente molte: ci si deve, ad esempio, rivolgere ai diversi gruppi sociali e professionali; si deve curare, oltre che la retta dizione ed il rispetto dei sacri testi, il canto liturgico, secondo una tradizione che la Chiesa, lungi dal mortificare, dovrà piuttosto accrescere ed arricchire di nuovi e geniali apporti creativi: tradizione - ci piace aggiungere - che nella Chiesa Ambrosiana ci offre esempi paradigmatici di incomparabile bellezza e capacità formativa.

Abbiamo, dunque, parlato di voi come Pastori, Maestri e Sacerdoti in termini che vi sono noti, ma con intenti di mutua apertura nel calore della fraterna comunione, che vige tra noi. Vi diremo, come per chiudere le tre funzioni in una parola riassuntiva e comprensiva, di aspirare alla santità nella coerenza di un quotidiano sforzo ascetico. Il Sancti estote dell’Antico Testamento (Cfr. Lev. 11, 44. 45) si spoglia per noi di ogni significazione legalistica o rituale, perché nel Nuovo esso è divenuto chiamata ad interiore e genuina e integrale perfezione di vita, alla luce del precetto luminoso del Discorso della Montagna: Estote ergo vos perfetti, sicut et Pater veste? Caelestis perfectus est (Matth. 5, 48). E se ciò vale per ogni membro del Popolo di Dio, non vale forse, a più forte ragione, per coloro che debbono pascerlo e condurlo a salvezza?

La Benedizione Apostolica, che con viva predilezione vi impartiamo, sostenga il vostro ministero e vi concili la celeste protezione del Signore.

                               



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