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DISCORSO DEL SANTO PADRE PAOLO VI
AI VESCOVI DELLA CONFERENZA EPISCOPALE TRIVENETA
IN VISITA «AD LIMINA APOSTOLORUM»

Giovedì, 28 aprile 1977

 

Signor Cardinale Patriarca, e voi tutti, Venerabili Fratelli della Conferenza Episcopale Triveneta!

Accogliete il nostro più cordiale benvenuto in occasione di questa visita «ad limina Apostolorum», che avete preparato con molta cura e avete intrapreso con non minor spirito di fede.

Vi accogliamo perciò con grandissima benevolenza, vedendo in voi rappresentate e come presenti le vostre amatissime popolazioni: da quella del patriarcato di Venezia, la cui gemma e il cui protettore è quel Marco interpres Petri che non può non suscitare nel cuore del Successore del primo Papa un’eco profonda di devozione e di amore; a tutte quelle delle vostre regioni ridenti e operose, tenaci e forti, ricche di storia e di fede cristiana, che vorremmo chiamare per nome ad una ad una; ma vogliamo privilegiare fra tutte la generosa terra del Friuli, le cui sofferenze e la cui volontà di risorgere ci sono ben note, e alla quale ci sentiamo particolarmente vicini, riaffermando tutto il nostro affetto e il nostro appoggio.

Abbiamo visto con grandissimo interesse la relazione da voi stesa circa la situazione delle Diocesi delle Tre Venezie, e l’abbiamo apprezzata non solo perché conferma la costante vitalità di un’antica e radicata tradizione cristiana fra le vostre popolazioni, ma anche perché essa è il frutto di un vostro concorde e fraterno lavoro di studio sulla Chiesa delle vostre Regioni.

Nel ripetervi l’attenzione affettuosa e partecipe, con la quale seguiamo la vostra illuminata attività pastorale, vorremmo che comprendeste a fondo, in questo momento di reciproca effusione dei cuori, quanto noi apprezziamo la vostra saggezza e dedizione, la vostra fermezza e lungimiranza, il vostro impegno instancabile nell’essere maestri della fede, nell’alimentare nelle vostre diocesi una autentica e intensa testimonianza cristiana, nel formare attorno a voi, specie nel clero compatto e paterno, e nel laicato cattolico ben preparato, una riserva di forze di prim’ordine, che innervano e qualificano le forme quotidiane dell’apostolato e della vita ecclesiale.

Volendo ora esprimere il nostro pensiero, la parola riassuntiva, che tutto contiene, è: perseverate! Questo appello ha fondamentalmente per oggetto la vostra carità pastorale, della quale dev’essere norma e misura il frequente invito evangelico alla «vigilanza»: non tanto nel senso negativo del termine, quanto piuttosto in quello positivo e dinamico di chi è sempre in tensione sia nell’ascolto dei segni dei tempi sia nell’applicazione paziente e tenace dei programmi stabiliti. È paradigmatica per noi e per voi la parabola del seme che cresce da sé: sia che il seminatore «dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce; come, egli stesso non lo sa: poiché la terra produce spontaneamente prima lo stelo, poi la spiga, poi il chicco pieno nella spiga» (Marc. 4, 26-28). L’importante è seminare con fiducia, e per fare ciò occorre anche trarre stimolo dai fenomeni negativi, quali possono essere certi settori della stampa, della gioventù, dei costumi, non esclusi certi ambienti di lavoro; anzi, proprio queste constatazioni devono indurre ciascun Pastore all’impegno della semina: la terra poi «produrrà spontaneamente», anche se a mietere saranno altri. A tal fine, non vanno sottovalutate eventuali sperimentazioni di novità pastorali e apostoliche, che di volta in volta possono presentarsi alla vostra prudente saggezza operativa.

Quanto alle priorità, cui dedicare le vostre cure di primi responsabili del popolo di Dio, possiamo elencare le seguenti. In primo luogo si collocano i membri del Clero, come coadiutori più immediati del nostro ministero: essi sono la porzione di Chiesa che più va ascoltata, curata, amata; e qui potrebbe innestarsi un lungo discorso sul tema delle Vocazioni, sia maschili che femminili, la cui promozione istantemente raccomandiamo alle vostre premure apostoliche. In secondo luogo, poniamo il mondo della scuola con i suoi problemi e le sue speranze, con quell’irruenza e quella generosità che sono proprie dei giovani studenti; l’offerta di una tempestiva e integrale educazione cristiana caratterizzerà i vostri sforzi in favore di una società meno senescente, cioè meno pagana. In terzo luogo incontriamo il vasto mondo del lavoro: le sue tensioni e le sue lotte vanno seguite non solo con simpatizzante attenzione, ma pure con l’apporto della superiore visione cristiana, che «attende e affretta . . . nuovi cieli e una nuova terra, nei quali avrà stabile dimora la giustizia» (2 Petr. 3, 12. 13). Ultimo nell’elenco ma non certo nella sollecitudine, ci viene incontro il mondo della sofferenza, che attende da noi quelle cure umane e cristiane, che nessun medico può dare: qui particolarmente il Vescovo eserciterà la sua paternità evangelica, sulle orme di Chi «ha preso le nostre sofferenze e si è addossato le nostre malattie» (Matth. 8, 17; Is. 53, 4).

Infine, a livello più generale ma non meno determinante, riconosciamo con voi che occorre abituare di più i Laici battezzati alla collaborazione e alla corresponsabilità pastorale. Le forme potranno essere quelle da voi preferite, secondo una precisa pedagogia dell’apostolato, che comprenda fiducia e specifica iniziazione. Deve comunque apparire che la Chiesa in tutti i suoi membri è davvero il Corpo in crescita di Cristo risorto, Profeta, Sacerdote e Re.

Terminiamo, ammettendo assieme a ciascuno di voi che gli impegni episcopali non si possono affrontare a cuoi leggero: non per nulla siamo stati «posti a pascere la Chiesa di Dio» da Colui che «se l’è acquistata a prezzo del proprio sangue» (Act. 20, 28). Ma la nostra ultima parola è di sicura fiducia nella promessa del supremo Pastore: «con la vostra perseveranza salverete le vostre anime» (Luc. 21, 19).

La nostra fraterna Benedizione Apostolica vi confermi tutti in questi propositi.

                         



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