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DISCORSO DEL SANTO PADRE PAOLO VI
AI VESCOVI DELLA SARDEGNA
IN VISITA «AD LIMINA»

Lunedì, 7 febbraio 1977

 

Venerabili Fratelli,

E’ con autentica cordialità che Vi salutiamo tutti e ciascuno, accogliendovi oggi «ad limina Apostolorum» come Pastori qualificati della eletta Chiesa di Sardegna.

Il nostro saluto vuole poi prolungarsi come in un colloquio fraterno, nel quale desideriamo intrattenerci, sia pur brevemente, con Voi sullo stato delle vostre comunità cristiane. L’analisi particolareggiata della situazione pastorale delle singole Diocesi sarà ora esaminata innanzi tutto dalla competente Sacra Congregazione per i Vescovi; qui adesso vogliamo piuttosto riflettere insieme su due aspetti della vita socio-ecclesiale, che interpellano la nostra comune responsabilità di Pastori.

In primo luogo, dobbiamo considerare l’evidente fenomeno della evoluzione sociale, che in questi ultimi tempi ha marcatamente segnato e tutt’ora va segnando il costume e la mentalità del nostro popolo. Le cause e le componenti di tale fenomeno vanno ricercate da parte di ciascuno, secondo una diagnosi che deve rispecchiare fedelmente la condizione propria di ogni singola comunità diocesana. È tuttavia innegabile che sono universalmente condivisi alcuni fattori emergenti, come la diffusione dell’istruzione scolastica, il risveglio di determinati bisogni sociali non differibili, e inoltre l’insorgere di seducenti idee di emancipazione non disgiunte dalla ricerca, a volte sfrenata, del denaro e del divertimento.

In secondo luogo, di fronte a tale situazione, ci s’impone un interrogativo: regge ancora sempre la nostra tradizione religiosa e morale? La risposta non può che essere affermativa, date le profonde motivazioni della nostra fede. Ma occorre rendersi conto che sono determinanti alcune condizioni. Innanzitutto, la pratica pubblica della religione cristiana deve poggiare la propria forza di attrazione e di incidenza sia sugli spazi concessi alle dimensioni popolari della Liturgia sia sull’accentuazione zelante e qualificata dell’istruzione religiosa. Inoltre, occorre nel contempo ribadire forme già acquisite di avvicinamento al popolo, ricercandone pure delle nuove. S’inserisce qui la necessità di saper mantenere costanti contatti con le famiglie, particolarmente a livello dei fanciulli, dei sofferenti, dei poveri, dei lavoratori. Anche i Consigli Diocesani Presbiterale e Pastorale devono farsi interpreti sensibili delle rispettive comunità. Né va dimenticato l’importante ruolo che può giocare la buona stampa e ancor più il promuovere la vita associativa, specie tra i giovani. In una parola, ciò che occorre sempre ancora a tutti noi è di «amare la gente» nelle sue molteplici risorse di natura e di grazia.

E infine, non dobbiamo mai nasconderci l’inevitabilità della sofferenza propria del ministero episcopale, nella linea del Buon Pastore che «dà la sua vita» per il suo gregge; d’altronde però la preghiera sarà sempre l’arma segreta, che garantisce vitalità sempre nuova ad ogni nostro impegno.

Ma queste cose a Voi sono sicuramente note, non solo teoricamente, bensì per concreta esperienza vissuta, matrice ricca e feconda di sapienza pastorale. Perciò, in conclusione, è alla fiducia che ci permettiamo di richiamarvi, poiché «se il Signore è con noi, chi sarà contro di noi?» (Rom. 8, 31). Ed è Lui che ci ripete: confidite (Marc. 6, 50; Io. 16, 33).

Con la nostra più affettuosa Benedizione Apostolica.

                              



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