Index   Back Top Print

[ EN  - FR  - IT ]

DISCORSO DEL SANTO PADRE PAOLO VI
A JÁNOS KÁDÁR,
PRESIDENTE DEL CONSIGLIO D'UNGHERIA*

Giovedì, 9 giugno 1977

 

La visita che oggi ella ci rende è, senza dubbio, evento di singolare significato e di speciale importanza: essa segna quasi il punto d’arrivo di un lento ma non interrotto processo che, nel corso di questi ultimi 14 anni, è andato a mano a mano avvicinando la Santa Sede e la Repubblica Popolare di Ungheria, dopo il prolungato periodo di distanziamento e di tensioni, la cui eco non è ancor spenta del tutto.

Questo incontro ci offre occasione a serie riflessioni: quali si convengono a chi, per parte della Santa Sede, ha raccolto e portato avanti l’iniziativa di tale avvicinamento - presa già dal venerato nostro Predecessore Giovanni XXIII, sul finire della sua giornata terrena - di fronte a chi, per le responsabilità che l’ordinamento dello Stato gli attribuisce, di analoga iniziativa è stato a sua volta, per parte del Governo ungherese, il principale e più autorevole promotore.

L’iniziativa stessa ed i suoi risultati sono infatti seguiti, da molti, con occhio vigile e non di rado critico, o almeno perplesso, e su di essi incombe il giudizio della storia, dopo quello della nostra coscienza.

Avvezza, com’è, al susseguirsi di alterne vicende che contrassegna il corso della sua storia bimillenaria, la Chiesa Cattolica - e con essa la Santa Sede - non rifugge dalle decisioni anche animose: guidata, non dalla considerazione del vantaggio o della popolarità del momento, ma dalle esigenze profonde della sua missione religiosa, volta all’eterno, così come dalla propria vocazione al servizio dell’uomo, figlio ed immagine di Dio, dei suoi diritti, delle sue legittime aspirazioni ad una vita degna, nella pace, nella giustizia, nella fraternità che non conosce confini.

Crediamo che l’esperienza confermi la validità del cammino intrapreso: il cammino di un dialogo sulle cose, attento alla tutela dei diritti e dei legittimi interessi della Chiesa e dei credenti, ma aperto, insieme, alla comprensione delle preoccupazioni e dell’azione dello Stato nei campi che ad esso sono propri, ed inteso, a favorire, in un clima di vera pace religiosa, l’unità e la leale collaborazione di tutte le componenti della vita sociale, a sempre maggiore vantaggio della comunità nazionale.

Ciò significa che la Santa Sede e la Chiesa in Ungheria sono sinceramente disposte a proseguire per questa strada, con chiarezza e lealtà, debitamente apprezzando quanto lo Stato ha fatto per rendere possibile per parte sua, mediante reciproche intese, i risultati sinora conseguiti, e con il voto che sia possibile procedere verso traguardi più avanzati.

Sappiamo che analogo proposito è stato anche da lei ripetutamente espresso. Questo ci dà animo a confidare che la sua visita, oltre che coronamento, in certo senso, di un importante tratto di cammino già percorso, sia annuncio e promessa di nuovi progressi sulla via dei reciproci contatti, della mutua comprensione e di una positiva cooperazione al servizio di nobili cause che interessano il popolo ungherese, non solo, ma anche altri popoli e l’umanità intera, particolarmente nella difesa della pace e per promuovere il progresso sociale, economico, culturale e morale delle Nazioni.

La Santa Sede sa ed apprezza quanto può fare a questo riguardo l’Ungheria, che la storia e la sua stessa posizione geografica, nel cuore dell’Europa, spingono a quasi naturalmente amare e desiderare la pace. Il Governo ungherese ha voluto, a sua volta, manifestare il conto che fa della prontezza della Santa Sede a dare il suo contributo ad un impegno che è comune dovere, nell’interesse di tutti.

Non possiamo dimenticare, fra l’altro, che proprio da Budapest pervenne per la prima volta alla Santa Sede, nel 1969, l’appello a favore dell’iniziativa per la sicurezza e la cooperazione in Europa che si concretò poi nella Conferenza di Helsinki, alla quale la Santa Sede ha avuto l’onore di partecipare, nella consapevolezza di contribuire così a stabilire una base di alto valore morale e politico per una migliore convivenza fra i popoli del vecchio Continente. Esprimiamo l’augurio che l’Atto finale della Conferenza, il quale reca la firma dei più alti responsabili della vita degli Stati europei, abbia a trovare, in tutte le sue parti, e da parte di tutti i Paesi firmatari, piena e fedele applicazione, perché non restino deluse le attese più vive e la fiducia dei popoli di Europa.

Con questo voto ci è gradito esprimere a lei, alla sua consorte e a tutte le distinte personalità che la accompagnano, il nostro saluto e il nostro auspicio di bene.

Un pensiero augurale particolarmente affettuoso desideriamo poi rivolgere al popolo ungherese a noi tanto caro e sempre presente al nostro ricordo e nella nostra preghiera. Scenda su di esso la benedizione dell’Altissimo! 


*AAS 69 (1977), p.422-424.

Insegnamenti di Paolo VI, vol. XV, p.577-579.

L' Osservatore Romano 10-11.6.1977 p.1.   

                     



© Copyright - Libreria Editrice Vaticana