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DISCORSO DEL SANTO PADRE PAOLO VI
AL CLERO ROMANO

Venerdì, 10 febbraio 1978

 

Venerati Fratelli!

Grazie per questa vostra presenza, che già ci dimostra la vostra buona volontà, la vostra affezione, la vostra comunione. Il Signore ve ne renda merito, e dia a questo incontro quaresimale la virtù d’infondere nei vostri animi quella consolazione di cui il vostro ministero può avere bisogno, non solo per il momento liturgico presente, ma per la coscienza abituale della vostra vocazione sacerdotale. Perché è di questa vocazione che noi ora intendiamo semplicemente e brevemente parlarvi, anche se nulla di nuovo noi potremo dire su tema tanto studiato e meditato, e da noi stessi altre volte trattato. Ma è tema che più riguarda l’esperienza spirituale della vita di ciascuno di noi, che non i libri che magistralmente lo descrivono e lo illustrano; ed è tema che a noi sembra rispondere sia al bisogno delle nostre anime, polarizzate verso il mistero pasquale di prossima celebrazione, sia alle necessità del nostro ministero in generale.

Ebbene noi vi diremo che abbiamo meditato sul rapporto ecclesiale e soprannaturale che unisce a voi, Fratelli del clero romano, la nostra persona ed il ministero apostolico, di cui essa è incaricata, e abbiamo cercato una parola che potesse avere risonanza nei vostri cuori agitati dall’esperienza sacerdotale odierna, e che fosse l’eco della voce che Cristo, nostro Maestro, nostro Pastore, nostro Salvatore, nostro Tutto, volesse a noi suggerire; e questa voce è sembrata essere quella pasquale della risurrezione: «Pax vobis»; sì, Pace a voi, nostri Sacerdoti, nostri collaboratori nell’ufficio pastorale in questa benedetta e drammatica sede romana, Fratelli nostri e Figli nostri. Pace a voi!

Noi intendiamo così di corrispondere ad un voto che emana dalla vostra anima tormentata dal problema della vostra condizione di persone speciali, addette al culto e alla professione religiosa, problema, ch’è franato come un macigno sulla coscienza sacerdotale contemporanea, opprimendola e schiacciandola, in alcuni confratelli, con una domanda altrettanto elementare, che terribile: Io, chi sono?
Cioè con la questione così detta della propria identità. La risposta alla questione altro non era che la presentazione nuova della domanda: Io sono prete, sono Sacerdote: ma che cosa significa e che cosa comporta essere Sacerdote? Questo interrogativo, per il fatto stesso della sua radicalità, crea un tormento interiore, e prelude talvolta alle risposte più dubbie e più tristi.

Noi guardiamo con trepidazione a questo stato d’animo di alcuni Sacerdoti, e vorremmo subito confortarli con la risposta serena e sicura che voi stessi, qui presenti, date alle vostre anime, parlando al Signore: Tuus sum ego!, subito gustando quel senso di ebbrezza e di sicurezza che caratterizza la coscienza del Prete umile e fedele.

Noi ci asteniamo ora dal considerare le forme e le proporzioni del fenomeno delle defezioni sacerdotali, che ha afflitto la Chiesa in questi ultimi anni, e che è ogni giorno presente nella nostra pena e nella nostra preghiera. Le statistiche ci opprimono; le casistiche ci sconcertano; le motivazioni ci impongono, sì, riverenza e compassione, ma ci procurano un dolore immenso; la sorte dei deboli, che hanno trovato la forza di disertare il loro impegno, ci confonde e ci fa invocare la misericordia di Dio. Che siano proprio i prediletti della Casa di Dio a contestarne la stabilità e a violarne il costume ha per noi qualche cosa d’inverosimile, che rimette sulle nostre labbra le parole angosciate del Salmo: «. . . si inimicus meus maledixisset mihi, sustinuissem...», «se mi avesse insultato un nemico, l’avrei sopportato: se fosse insorto contro di me un avversario, da lui mi sarei nascosto. Ma sei tu, mio compagno, tu mio amico e confidente! ci legava una dolce amicizia, verso la casa di Dio camminavamo in festa!» (Ps. 54, 13-15). Uno studio calcolato s’è impossessato della psicologia di alcuni, vogliamo credere pochi, confratelli nel sacerdozio per sconsacrarne la figura tradizionale; un processo di desacralizzazione s’è impossessato dell’istituzione sacerdotale per demolirne la consistenza e per coprirne le rovine, una mania di laicizzazione ha strappato le infule esteriori dell’abito sacro e ha divelto dal cuore di alcuni la sacra riverenza dovuta alla loro stessa persona, per sostituirvi una ostentata vanità del profano e talvolta perfino l’audacia dell’illecito e dello spregiudicato (Cfr. F. GALOT, Visage nouveau du prêtre, I, Lethielleux 1970).

Ma oggi noi vorremmo invitare ciascuno di voi, a titolo penitenziale, o meglio a titolo di conversione quaresimale e quasi a preludio della rinascita pasquale, a rievocare il momento interiore nel quale la lampada della vocazione sacerdotale, o religiosa, si è accesa nel vostro spirito. Come fu? Ciascuno lo ridica a se stesso. Non fu certo un momento facile. La consapevolezza del sacrificio non fu assente nel calcolo decisivo e prevalente della scelta suprema del genere di vita preferito: preferito come un’immolazione volontaria, vittoriosa nel confronto delle rinunce che essa comportava, e stranamente amata proprio per l’amarezza di cui riempiva il cuore, qualche cosa di simile alla celebre crisi di S. Agostino nell’orto milanese, quando egli, ancora pagano, narra di sé: «. . . flebam amarissima contritione cordis mei. Et ecce audio vocem de vicina domo, cum cantu dicentis, et crebro repetentis, quasi pueri aut puellae, nescio : tolle, lege; tolle lege» (Cfr. S. AUGUSTINI Confessiones, 1, 8, c. 12; cfr. etiam LEO TRESE, Il sacerdote oggi, Morcelliana, Brescia 1958, et alia scripta eiusdem Auctoris.). Ritorniamo pure con commossa memoria allo schema essenziale della vocazione ecclesiastica, al punto di convergenza delle due voci, che si fanno eco una dell’altra, la voce interiore, personalissima, che si è insinuata nella psicologia sul proprio destino, e che ha uno strano accento di dolcezza e di autorità: «Vieni! Abbi fiducia! Questa è la via della tua verità!». E poi la voce esteriore, benedetta, grave, paterna, piena di sofferenza e di sicurezza, quella dell’uomo di Dio, in funzione di maestro di spirito, che a conclusione di tanti discorsi, sollecitando un tremendo gioco di libertà, si pronuncia: Tu puoi, Tu devi!, voce che si ripete su labbra sommesse, sempre riguardosa della sentenza della libertà personale, ma ormai forte d’un’autorità, che fuga ogni esitazione, ogni dubbio, e conclude entrando nell’anima, come una spada tagliente (Cfr. Hebr. 4, 12): «Sì, figliolo; vieni, prova e vedrai» (Cfr. Io. 1, 39); la voce del Vescovo! (Cfr. Seminarium, 1 (1967); YVES CONGAR, Vocation sacerdotale, pp. 7-16)

Perché questi accenni? Per varie ragioni. La prima: sono belli, sono puri, sono caratteristici. Ciascuno di noi può rifare intorno ad essi la storia della propria vocazione. Ciascuno ha una propria storia a tale riguardo; un proprio dramma; è una pagina autobiografica, che ciascuno di noi deve ricordare, ricostruire, venerare. E la nostra Phase, il nostro episodio del passaggio di Dio, con il commento consueto: Timeo transeuntem Deum!

In secondo luogo: questi ricordi hanno carattere, come dire, divinatorio, che offrono la base umana, personale, di ciò che poi la grazia sacramentale vi ha costruito sopra; un carattere definitivo: «sacerdos in aeternum». Ineffabile cosa. Altro soggetto per incantevoli meditazioni. Esiste una letteratura, anche profana, su questo aspetto dell’ordinazione sacerdotale: irrevocabilmente impressa nelle viscere della nostra personalità, terribilmente incancellabile, e talvolta capace di ineffabile reviviscenza!

E poi ancora. Chi potrà esaurire il tema della riflessione sul mistero dell’identificazione della nostra povera vita con Cristo stesso? Non indarno possiamo e dobbiamo ripetere a noi stessi: Sacerdas alter Christus! Troppe, troppe cose, tutti sappiamo, sarebbero da dire a questo proposito! Noi vorremmo chiedere a voi, proprio come pratica quaresimale, di ritornare con pensiero totale su questo aspetto della nostra personalità sacerdotale!

Affinché abbiate il coraggio paradossale di ripetere, ciascuno per sé: «Christo confixus sum truci» (Gal. 2, 19). E affinché ciascuno senta e converta in ministero sacerdotale questa immolazione che ci assimila a Gesù nostro modello e Salvatore, e sperimenti in sé la felicità del mistero pasquale che noi stiamo vivendo: «superabundo gaudio in omni tribulatione nostra» (2 Cor. 7, 4). Così sia, così sia per tutti voi! Figli carissimi, con la nostra Benedizione Apostolica.                                   



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