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LETTERA ENCICLICA
RERUM ECCLESIAE
DEL SOMMO PONTEFICE
PIO XI
AI VENERABILI FRATELLI PATRIARCHI,
PRIMATI, ARCIVESCOVI, VESCOVI
ED AGLI ALTRI ORDINARI
AVENTI PACE E COMUNIONE
CON LA SEDE APOSTOLICA:
CHE ISTITUISCE UN MUSEO MISSIONARIO
DA ALLESTIRE NEL PALAZZO DEL LATERANO

 

Venerabili Fratelli, salute e Apostolica Benedizione.

Esaminando con attenzione gli annali della Chiesa, a nessuno può sfuggire come, fin dai primi secoli del Cristianesimo, i Romani Pontefici rivolsero le loro principali cure e provvidenze a che si diffondessero la luce della dottrina evangelica e i benefìci della civiltà cristiana ai popoli che ancora « giacevano nelle tenebre e nell’ombra della morte », senza fermarsi mai per difficoltà incontrate o per ostacoli che si frapponessero. E veramente, altro intento non ha la Chiesa se non di rendere partecipe tutto il genere umano dei frutti della Redenzione, dilatando in tutta la terra il regno di Cristo; e il Vicario in terra di Gesù, Principe dei Pastori, chiunque egli sia, lungi dal potersi appagare della semplice difesa e custodia del gregge divinamente affidatogli da governare, ove non voglia venir meno ad uno dei principali suoi obblighi deve altresì procurare con ogni zelo di guadagnare a Cristo quanti ne sono ancora lontani. Orbene, in ogni tempo i Nostri predecessori, com’è noto, eseguirono fedelmente il loro divino mandato d’insegnare e di battezzare tutte le genti; e i sacerdoti da loro inviati, non pochi dei quali, o per esimia santità di vita o per il martirio incontrato, sono pubblicamente venerati dalla Chiesa, si adoperarono, sia pure con vario esito, ad illuminare della nostra  fede l’Europa e poscia regioni fino allora ignote man mano che venivano scoperte ed esplorate. Con varietà di successo, diciamo; perché accadde talora che dopo tanti tentativi e fatiche riuscite quasi inutili, e uccisi o cacciati i Missionari dal campo che avevano cominciato a dissodare, questo o riuscì appena a perdere un poco della sua selvatichezza, o pur essendo già stato cambiato in un giardino smaltato di fiori, in processo di tempo, abbandonato a se stesso, andò a poco a poco nuovamente ingombrandosi di spini e di rovi. Tuttavia è motivo di consolazione il vedere come in questi ultimi anni gli Istituti, che si dedicano alle Missioni tra gli infedeli, hanno raddoppiato il lavoro ed i frutti, e che da parte dei fedeli alle aumentate opere dei Missionari si rispose con l’aumento dei sussidi. Al che certo grandemente conferì la Lettera Apostolica, che l’immediato Nostro predecessore, di s.m., indirizzò all’Episcopato il 30 novembre 1919 « sulla propagazione della fede cattolica nel mondo »; perché in essa, mentre il Pontefice ne stimolava la diligenza e lo zelo nel procurare aiuti, indicava con sapientissimi avvisi ai Vicari e ai Prefetti Apostolici gl’inconvenienti da rimuovere e le opere da praticarsi dai loro dipendenti per rendere più fruttuoso l’esercizio del sacro apostolato.

Quanto a Noi, Venerabili Fratelli, ben sapete che fino dagli inizi del Pontificato Ci siamo proposti di adoperarCi con ogni mezzo per spianare ai popoli pagani l’unica via della salute recando ogni giorno più oltre, per mezzo dei predicatori apostolici, la luce della verità evangelica. In tale proposito Ci parve di fermare il Nostro desiderio su due punti, ambedue, più che opportuni, necessarii, e l’uno strettamente unito con l’altro; vale a dire, il numero molto maggiore di operai evangelici, ben formati e corredati di svariate cognizioni, da inviarsi nelle sterminate regioni ancora prive della cultura cristiana, e la maggiore intelligenza del dovere che stringe i fedeli a cooperare ad un’Opera così santa e fruttuosa con entusiasmo e fervore, con l’assiduità delle preghiere e con la generosità. E non fu questo anche lo scopo per cui volemmo che sorgesse la Mostra Missionaria Vaticana? E, grazie alla benignità del Signore, molti cuori giovanili, come Ci fu detto, al vedersi quasi spettatori della grazia divina e della magnanimità e nobiltà umana, concepirono i primi germi della vocazione apostolica; e l’ammirazione per gli operai evangelici, da cui furono pervase tante schiere di visitatori, Ci fa fin d’ora prevedere, con buoni motivi di speranza, che essa non sarà vana né sterile di frutti. Ma perché non abbiano ad essere dimenticati o a venir meno gli insegnamenti così importanti che gli stessi oggetti delle Missioni nella eloquenza del loro silenzio impartirono, abbiamo ordinato, come già saprete, l’istituzione di un Museo dove collocare con disposizione più opportuna gli oggetti scelti fra i principali. Tale Museo sorgerà nel Nostro Palazzo del Laterano; in quel luogo, cioè, dal quale, concessa la pace alla Chiesa, dai Nostri predecessori furono poi inviati tanti uomini apostolici, mirabili per santità di vita e per lo zelo della religione, in quelle terre che sembravano « già biondeggiare di messi ». Così tutti i Missionari che, gregarii e specialmente capitani, per così dire, visiteranno il Museo, confrontando tra di loro le statistiche e i metodi di ciascuna Missione, ne trarranno ispirazione per opere migliori e più grandi; e anche i semplici fedeli; crediamo, proveranno la stessa commozione di coloro che hanno esaltato la Mostra Vaticana. Intanto, per meglio infiammare all’azione l’ardore accesosi nel popolo cristiano per le Missioni, indirizziamo a Voi, Venerabili Fratelli, il Nostro appello, implorando l’aiuto della vostra operosità. Se mai in altra impresa fu conveniente e necessario che voi vi impegnaste, la dignità del vostro ufficio ed anche il vostro affetto filiale per Noi non vi permettono di non adoperarvi in questa occasione con ogni zelo e diligenza. Certo, per parte Nostra, fino a quando la divina Provvidenza Ci manterrà in vita, questo dovere del Nostro ufficio apostolico Ci terrà in continua sollecitudine, perché ripensando sovente che i pagani sono tuttora circa un miliardo non abbiamo requie nel Nostro spirito [1] e Ci sembra di sentirCi intimare all’orecchio «Grida, non darti posa, alza la tua voce come una tromba » [2].

Non occorre insistere per dimostrare quanto sarebbe alieno dalla virtù della carità, che riguarda Dio e tutti gli uomini, se coloro che appartengono all’ovile di Cristo non si dessero pensiero dei miseri i quali vanno errando lontano. Certo il debito di carità che ci stringe a Dio richiede non solo che procuriamo di accrescere il numero di coloro i quali lo conoscono e lo adorano « in spirito e verità » [3], ma altresì che assoggettiamo al regno dell’amabilissimo Redentore quanti più possiamo, affinché riesca ogni giorno più fruttuosa « l’utilità nel sangue suo » [4] e ci rendiamo sempre meglio accettevoli a lui, mentre sopra ogni altra cosa a lui torna gradito che gli uomini si salvino e giungano al riconoscimento della verità [5]. Che se Gesù Cristo diede come carattere distintivo dei suoi seguaci l’amore vicendevole [6], potremmo noi forse dimostrare ai nostri prossimi carità maggiore o più insigne, che procurando di trarli dalle tenebre della superstizione e d’istruirli nella vera fede di Cristo? Anzi, questo supera qualunque altra opera o prova di carità, come l’anima è più pregevole del corpo, il cielo della terra, l’eternità del tempo; e chiunque esercita quest’opera di carità secondo le sue forze, dimostra di stimare il dono della fede quant’è giusto che lo stimi, e inoltre manifesta la sua gratitudine verso la bontà di Dio partecipando ai poveri infedeli questo stesso dono, il più prezioso di tutti, e con ciò gli altri beni che ad esso vanno uniti. Se nessun fedele può esimersi da tale dovere, potrà forse esimersene il clero, che per una mirabile scelta e vocazione partecipa del sacerdozio ed apostolato di Gesù Cristo, Nostro Signore, potrete esimervene voi, Venerabili Fratelli, che insigniti della pienezza del sacerdozio siete divinamente costituiti pastori, ciascuno per la sua parte, del clero e del popolo cristiano? Certo è che leggiamo aver Gesù Cristo ordinato, non solo a Pietro, la cui cattedra Noi occupiamo, ma a tutti gli Apostoli di cui voi siete i successori: « Andate per tutto il mondo, predicate il Vangelo ad ogni creatura » [7]; dal che appare appartenere sì a Noi la cura della propagazione della fede, ma in modo che anche voi dovete partecipare con Noi a tale impresa e aiutarCi per quanto ve lo permette l’adempimento de1 vostro ufficio particolare. Non v’incresca dunque, Venerabili Fratelli, seguire volonterosamente le Nostre paterne esortazioni, sapendo che Dio ci domanderà un giorno stretto conto di così importante affare.

Anzitutto, con la parola e con gli scritti procurate di introdurre e di gradatamente estendere la santa consuetudine di pregare « il Padrone della messe, perché mandi operai alla sua messe » [8], e d’implorare per gl’infedeli gli aiuti del lume e della grazia celeste; e a ragion veduta parliamo di consuetudine e di usanza stabile e continua, che, come ognun vede, presso la divina misericordia ha più valore ed efficacia che non preghiere indette o una volta sola o di quando in quando. E veramente i predicatori evangelici potrebbero ben affaticarsi, e versar sudori, e dare anche la vita per condurre i pagani alla religione cattolica; potrebbero usare ogni industria, ogni diligenza e ogni genere di mezzi umani; ma tutto ciò non gioverebbe a nulla, tutto cadrebbe a vuoto, se Dio con la sua grazia non toccasse i cuori degli infedeli per intenerirli e trarli a sé. Ora è facile capire che, non mancando a nessuno la possibilità della preghiera, tutti hanno in mano questo aiuto e questo quasi alimento delle Missioni; perciò farete cosa conforme ai Nostri desideri e all’indole e al sentimento dei fedeli, se ordinerete di aggiungere, per esempio, al Rosario della Beata Vergine e ad altre simili preghiere, solite a recitarsi nelle parrocchie e nelle altre chiese, qualche preghiera speciale per le Missioni e per la conversione dei pagani alla fede. A questo intento, Venerabili Fratelli, siano chiamati a cooperare e si infiammino specialmente i fanciulli e le Religiose; bramiamo cioè che negli asili, negli orfanotrofi, nelle scuole, nei collegi giovanili e nelle case e conventi di Religiose salga ogni giorno la preghiera al cielo per far discendere su tanti infelici, su tante popolose nazioni pagane la misericordia divina; ad anime pure ed innocenti che potrà mai rifiutare il Padre celeste? D’altra parte tale usanza dà a sperare che nel tenero cuore dei giovanetti, avvezzatisi a pregare per la salute degli infedeli col primo sbocciare del fiore della carità, possa con l’aiuto di Dio insinuarsi il desiderio dell’apostolato: desiderio che, coltivato con cura, darà forse con l’andar del tempo buoni operai al ministero apostolico.

Tocchiamo qui di passaggio un argomento degno, Venerabili Fratelli, della vostra più attenta considerazione. A tutti sono noti i gravissimi danni recati alla propagazione della fede dall’ultima guerra, mentre dei Missionari gli uni, richiamati in patria, caddero nell’immane conflitto, gli altri allontanati dal campo delle loro fatiche dovettero lasciare per molto tempo il proprio terreno incolto; danni e perdite che si dovettero e si debbono tuttora riparare, né solo per far ritornare le cose allo stato di prima, ma anche per farle progredire e prosperare.

Inoltre, sia che si guardino le sterminate estensioni di luoghi non ancora aperti alla cristiana civiltà, o l’immenso numero di coloro che sono ancora privi dei benefìci della redenzione, o le necessità e le difficoltà da cui i missionari, per la scarsezza del numero, si sentono impacciati e trattenuti, è necessario che i Vescovi e tutti i cattolici si adoperino concordemente perché il numero dei sacri legati cresca e si moltiplichi. Pertanto se in ogni vostra diocesi vi sono giovinetti o chierici o sacerdoti, che diano segno di essere da Dio chiamati a così sublime apostolato, anziché contrastarli in alcun modo, dovete col favore e con l’autorità vostra secondarne le propensioni e i desiderii. Vi sarà lecito, senza dubbio, di mettere a prova spassionatamente gli spiriti per vedere se sono da Dio [9], ma una volta convinti che l’ottimo proposito sia nato e vada maturando per ispirazione di Dio, non penuria di clero né necessità alcuna della diocesi devono disanimarvi e trattenervi dal dare il consenso, mentre quelli delle vostre contrade, avendo, diciamo così, sotto mano i mezzi di salute, sono molto meno lontani dalla salvezza che non siano gli infedeli, massime quelli che persistono nella loro ferocia e barbarie. Offrendosi poi l’occasione di un fatto simile, incontrate di buona voglia, per amor di Cristo e delle anime, la perdita di qualcuno dal clero, se pur perdita debba dirsi; giacché se vi priverete di qualche coadiutore e compagno delle vostre fatiche, il Divino Fondatore della Chiesa certamente supplirà o col versare più copiose grazie sulla diocesi o col suscitare nuove vocazioni al sacro ministero. Nondimeno, perché questa faccenda si leghi bene con le altre cure dell’ufficio pastorale, cercate d’istituire presso di voi l’Unione Missionaria del clero, o, se già è istituita, incitatela col consiglio, con l’esortazione, con l’autorità vostra ad un’azione sempre più viva. Tale Unione, provvidenzialmente fondata otto anni or sono dal Nostro immediato antecessore, fu arricchita di molte indulgenze e posta sotto la giurisdizione della S. Congregazione di Propaganda; diffusasi, poi, in questi ultimi anni, in molte diocesi dell’Orbe cattolico, Noi medesimi l’abbiamo onorata, non una volta sola, con testimonianze di pontificia benevolenza. Tutti i sacerdoti che ad essa appartengono e, nel modo conveniente alla loro condizione, gli alunni delle sacre discipline, secondo lo scopo dell’istituzione, chiedono essi stessi, massime nel Santo Sacrificio della Messa, e stimolano gli altri a chiedere il dono della Fede per le innumerevoli moltitudini d’infedeli; ogni volta, e dovunque per loro si possa, predicano al popolo circa l’apostolato da promuovere presso gl’infedeli, ovvero procurano che di tanto in tanto, in giorni e adunanze stabilite, se ne tratti in comune e fruttuosamente; diffondono nel popolo opuscoli di propaganda; e dove in alcuno riscontrino felicemente i semi di siffatto apostolato, gli procurano i mezzi per la debita formazione ed istruzione; in tutti i modi favoriscono entro i confini della propria diocesi l’Opera della Propagazione della Fede, e le altre due che sono ad essa sussidiarie. Quante offerte poi abbia raccolte sinora l’Unione Missionaria del Clero per aiutare queste stesse opere, quante di più in futuro ne lasci sperare — crescendo la generosità dei fedeli d’anno in anno — voi non l’ignorate, Venerabili Fratelli; parecchi di essi, ciascuno nel proprio territorio, vengono utilizzati come patroni e sollecitatori; è da desiderare tuttavia che ormai non vi sia più ecclesiastico alcuno, il quale non arda della fiamma di questa carità. Infatti all’Opera della Propagazione della Fede, principale fra tutte le altre opere Missionarie, che (salva la gloria della piissima donna la quale ne fu la fondatrice, e della città di Lione), trasferimmo qua, con rinnovato ordinamento, dandole in certo modo la cittadinanza romana, è necessario che il popolo cristiano venga in soccorso con una liberalità pari alle molteplici necessità delle Missioni presenti e di quelle che si aggiungeranno in futuro.

Quante e quanto grandi siano tali necessità e quale sia per lo più la povertà dei banditori del Vangelo, appariva abbastanza dalla stessa Mostra Vaticana; ma forse tanti e tanti non se ne accorsero neppure, abbagliati com’erano dalla quantità, dalla novità e dalla bellezza delle cose esposte. Non abbiate vergogna dunque e non vi rincresca, Venerabili Fratelli, di farvi quasi mendicanti per Cristo e per la salute delle anime; con lo scritto e con l’eloquenza che scaturisce dal cuore, insistete presso i vostri fedeli perché con il proprio fervore e con munificenza moltiplichino e rendano molto più copiosa la messe che l’Opera della Propagazione della Fede raccoglie ogni anno. Siccome poi nessuno è da ritenere più bisognoso e nudo, nessuno più infermo e affamato e assetato di chi è privo della cognizione e della grazia di Dio, non v’è chi non veda che a chi usa misericordia verso uomini che sono i più miseri, non mancheranno certo la misericordia e la rimunerazione divina.

All’Opera principale della Propagazione della Fede si aggiungono, come dicemmo, altre due, le quali, poiché la Sede Apostolica le ha fatte sue, i fedeli cristiani a preferenza di altre opere, che hanno scopi particolari, con offerte date o raccolte da ogni parte debbono aiutare e mantenere, vale a dire l’Opera intitolata della San Infanzia e l’altra di San Pietro Apostolo. Ufficio di quella è, com’è ben noto a tutti, invitare i nostri fanciulli perché si abituino a risparmiare e ad offrire tali somme specialmente per la redenzione e l’educazione cattolica dei bambini degli infedeli, nei luoghi dove si suole abbandonarli od ucciderli; compito di questa è operare con preghiere e collette affinché scelti giovani indigeni possano essere debitamente formati nei Seminari ed assunti ai sacri Ordini, affinché più facilmente coloro che appartengono alla stessa razza possano, con l’andare del tempo, venire convertiti a Cristo od essere rafforzati nella fede.

A questo sodalizio di San Pietro Apostolo, come sapete, poco tempo fa demmo per patrona celeste Teresa del Bambino Gesù, come colei che, mentre viveva quaggiù la vita claustrale, prendeva sotto la sua cura e, per dir così, adottava questo o quel missionario per aiutarlo, come soleva, con le preghiere, con le volontarie o prescritte penitenze corporali e soprattutto offrendo al Divino Sposo i veementi spasimi della malattia, di cui soffriva. E Noi, sotto gli auspici della vergine di Lisieux, Chi ripromettiamo più abbondanti frutti; ed in proposito grandemente Ci rallegriamo che Vescovi in gran numero si siano compiaciuti di farsi soci perpetui dell’Opera, che Seminari ed altre unioni di giovani cattolici si siano impegnati a sostenere le spese del mantenimento e dell’istruzione di qualche chierico indigeno.

Queste due Opere, che giustamente sono chiamate sussidiarie della principale, come dal Nostro antecessore di felice memoria Benedetto XV vennero raccomandate alla sollecitudine dei Vescovi con la Lettera Apostolica sopra ricordata, così Noi non cessiamo di raccomandarvela, fiduciosi come siamo che, per le vostre esortazioni, i fedeli cristiani non soffriranno mai d’esser vinti e superati in liberalità dagli acattolici, che con tanta larghezza soccorrono i propagandisti dei loro errori.

Ma è tempo ormai che rivolgiamo il discorso a Voi, Venerabili Fratelli, Diletti Figli, i quali per avere lungamente, faticosamente e prudentemente esercitato la sacra ambasceria fra i pagani, siete stati fatti degni d’essere preposti ai Vicariati e alle Prefetture con autorità apostolica. E dapprima, per dire dei progressi in genere che le Missioni hanno conseguito in questi ultimi anni e che si debbono alla vostra carità e solerzia, Ce ne rallegriamo sommamente con Voi e con i messaggeri evangelici che Voi reggete e governate. Quali doveri principalmente v’incombessero, e quali inconvenienti si avessero ad evitare nell’adempimento di chi, l’immediato antecessore Nostro vi insegnò con tanta sapienza e magnificenza di eloquio, che non si sarebbe potuto meglio; tuttavia Ci piace, Venerabili Fratelli, Diletti Figli, farvi sapere qual è il Nostro pensiero su certi punti.

Innanzi tutto richiamiamo l’attenzione vostra su quanto importi che gl’indigeni vengano ascritti al clero: se ciò non si fa con tutte le forze, riteniamo che il vostro apostolato non solo riuscirà monco, ma troppo a lungo ne deriveranno ostacolo e ritardo allo stabilirsi e all’organizzarsi della Chiesa in codeste regioni. Volentieri confessiamo e riconosciamo che in qualche luogo si è già cominciato a riflettere e a provvedere con l’erigere Seminari, nei quali giovani indigeni di belle speranze vengono debitamente istruiti e formati per ascendere alla dignità sacerdotale e per ammaestrare nella fede cristiana persone della propria razza; nondimeno siamo ancora troppo lontani dal traguardo a cui è necessario si giunga in tal materia. Voi ricordate quel che il Nostro predecessore di felice memoria Benedetto XV lamentò a questo proposito: « Purtroppo vi sono ancora delle regioni in cui, benché la Fede cattolica vi sia penetrata da secoli, non vi si riscontra che un clero indigeno assai scadente. Parimenti vi sono parecchi popoli, che pure hanno già raggiunto un alto grado di civiltà, sì da poter presentare uomini ragguardevoli in ogni ramo dell’industria e della scienza, e tuttavia, benché da secoli sotto l’influenza del Vangelo e della Chiesa, ancora non hanno potuto avere Vescovi proprî che li governassero, né sacerdoti così influenti da guidare i loro concittadini » [10].

Forse non si è mai sufficientemente considerato per quale via e in qual modo il Vangelo cominciò ad essere propagato e la Chiesa di Dio a stabilirsi fra le genti. Accennando rapidamente a tale argomento mentre si chiudeva ufficialmente la Mostra Missionaria, ricordavamo che dai primi documenti letterari dell’antichità cristiana appariva manifestamente come il clero, messo a capo dagli Apostoli ad ogni nuova comunità di fedeli, non era importato di fuori, ma era preso e scelto dai nativi del paese. Per aver poi il Romano Pontefice affidato a voi e ai vostri coadiutori l’ufficio di predicare la verità cristiana alle genti pagane, non dovete credere che i sacerdoti indigeni siano fatti solo per assistere i missionari nei compiti di minor momento e per completare in qualche modo l’opera loro. A che, di grazia, debbono mirare le Sacre Missioni se non a questo, che la Chiesa di Cristo si istituisca e si stabilisca in tanta immensità di paesi? E da che cosa la Chiesa sarà formata presso i pagani, se non da tutti quegli elementi con i quali già presso di noi si formò, vale a dire dal popolo e dal clero proprio di ciascuna regione, e dai propri religiosi e religiose? Perché mai impedire al clero indigeno di coltivare il campo suo proprio e nativo, che è quanto dire di governare il suo popolo? Per poter procedere ogni giorno più spediti nel guadagnare a Cristo sempre nuovi infedeli non vi gioverà sommamente il lasciare ai Sacerdoti indigeni le stazioni, perché le custodiscano e le coltivino più vantaggiosamente? Anzi, essi riusciranno utilissimi quanto mai, e più di quanto si possa credere, nell’allargare sempre più il regno di Cristo. « Infatti il Sacerdote indigeno — per usare le parole dello stesso Nostro predecessore – avendo comuni con i suoi connazionali l’origine, l’indole, la mentalità e le aspirazioni, è meravigliosamente adatto ad instillare nei loro cuori la Fede, perché più di ogni altro conosce le vie della persuasione. Perciò accade spesso che egli giunga con tutta facilità dove non può arrivare il missionario straniero » [11].

Che dire poi della scarsa conoscenza della lingua per cui i missionarî stranieri riescono talora così impacciati nell’esprimere il loro pensiero che ne restano molto indebolite la forza e l’efficacia della loro predicazione? E a questi si aggiungono altri inconvenienti, dei quali conviene tenere giusto conto, sebbene sembri che possono solo accadere di rado o con facilità essere allontanati. Si supponga che per una guerra o per altri avvenimenti politici nel territorio di una missione si soppianti un governo con un altro, e si chieda o si decreti l’allontanamento dei missionari stranieri di una determinata nazione; si supponga altresì — cosa certo più difficile da avvenire — che gli indigeni, raggiunto un grado più alto di civiltà e quindi una certa maturità civile, vogliano, per rendersi indipendenti, cacciare dal loro territorio governatori, soldati e missionari della nazione straniera da cui dipendono, e che ciò non possano fare se non col ricorrere alla violenza. Quale rovina, domandiamo, sovrasterebbe allora in quei paesi sulla Chiesa, se non si fosse provveduto pienamente alle necessità della popolazione convertita a Cristo disponendo come una rete di sacerdoti indigeni per tutto quel territorio? Ma inoltre — poiché alle presenti condizioni di cose conviene in pieno la sentenza di Cristo: « La messe è molta, ma gli operai sono pochi » [12] — la stessa Europa da cui proviene la maggior parte dei missionarî, abbisogna oggigiorno di clero, e tanto più ne abbisogna quanto più importa, con l’aiuto di Dio, ricondurre i fratelli dissidenti all’unità della Chiesa e strappare gli acattolici dai loro errori; e tutti sanno che se al presente non è minore di prima il numero dei giovani chiamati alla vita sacerdotale o religiosa, assai minore è il numero di coloro che ubbidiscono alla divina chiamata.

Da quanto abbiamo detto, Venerabili Fratelli e Figli Diletti, consegue essere necessario fornire i vostri territori di un numero tale di sacerdoti indigeni, che bastino da soli sia ad estendere i confini della società cristiana, sia a reggere la comunità dei fedeli della propria nazione, senza dover contare sull’aiuto del clero avventizio. E di fatto in qualche luogo, come dicevamo poc’anzi, si cominciò ad aprire Seminari per alunni indigeni, erigendoli in luoghi situati tra Missioni limitrofe appartenenti al medesimo Ordine o Congregazione, dove i singoli Vicari e i Prefetti Apostolici inviano e mantengono a proprie spese giovani scelti, per riaverli un giorno ordinati sacerdoti e pronti per il sacro ministero. Pertanto ciò che qua e là si è da taluno incominciato, desideriamo, anzi ordiniamo, che tutti i Superiori delle Missioni cerchino parimenti di fare, in modo che non venga tenuto lontano dal sacerdozio e dall’apostolato nessun indigeno che dia buone speranze e mostri vera vocazione. Certo, quanti più saranno gli alunni che sceglierete per tale formazione — ed è assolutamente necessario che siano moltissimi — tanto maggiori saranno le vostre spese; ma non perdetevi di animo, confidando nell’amabilissimo nostro Redentore, alla cui provvidenza spetterà fare in modo che, aumentando la generosità dei cattolici, affluiscano alla Santa Sede i mezzi con cui più largamente aiutarvi ad effettuare un’opera tanto salutare.

Se ciascuno di voi deve procurarsi il maggior numero possibile di chierici indigeni, dovete anche studiarvi di indirizzarli e formarli alla santità che si addice al grado sacerdotale e a quello spirito di apostolato congiunto allo zelo della salute dei propri fratelli, in modo che siano pronti a dare persino la vita per i membri della propria tribù e nazione. Importa tuttavia moltissimo che al medesimo tempo questi alunni ricevano una buona e profonda formazione scientifica, sacra e profana, chiara e metodica, e non con corsi troppo accelerati e sommari, ma con il solito corso di studi. Persuadetevi infatti che se nei Seminari formerete soggetti esimi per illibatezza di vita e per pietà, abili ai ministeri e assai esperti nell’insegnamento della legge divina, preparerete uomini che non solo si attireranno in patria la stima anche delle autorità e dei dotti, ma potranno un giorno esser destinati al governo delle parrocchie e delle diocesi, che verranno erette non appena a Dio così piacerà, con buona speranza di frutto. Certo sbaglierebbe chi stimasse questi indigeni come una razza inferiore e di ingegno ottuso. Infatti,una lunga esperienza dimostra che i popoli delle estreme regioni orientali ed australi talora non la cedono ai nostri e possono benissimo gareggiare con essi e tener loro fronte per acume di mente. Che se nel cuore delle terre barbare si trovano uomini di somma lentezza nell’apprendere, ciò si deve alla condizione della loro vita che, avendo esigenze ristrettissime, non li costringe a fare grande uso della loro intelligenza. Se di quanto abbiamo detto voi, Venerabili Fratelli, Diletti Figli, potete essere testimoni, Noi pure possiamo far fede, avendo quasi sotto gli occhi l’esempio di quegli indigeni che, istruiti nei collegi di Roma in ogni genere di discipline, non solo pareggiano gli altri alunni in prontezza di ingegno e nell’esito degli studi, ma spesso anche li superano. Inoltre non dovete permettere che i sacerdoti indigeni siano ritenuti quasi di grado inferiore e quindi addetti soltanto ai più umili ministeri, come se essi non fossero insigniti dello stesso sacerdozio dei vostri missionari, o non partecipassero dello stesso apostolato; anzi abbiate delle preferenze per essi che un giorno dovranno governare le Chiese fondate col vostro sudore e con le vostre fatiche, e le future comunità cattoliche. Non vi sia perciò differenza tra Missionari europei e indigeni; si colmi ogni solco di separazione e gli uni agli altri si uniscano con vicendevole rispetto e carità.

E poiché per l’organizzazione della Chiesa nelle vostre popolazioni è necessario, come abbiamo detto, servirsi degli elementi di cui essa per divino consiglio dispone, dovete per conseguenza stimare come uno dei doveri principali del vostro ufficio l’istituzione di Congregazioni religiose indigene, maschili e femminili. E non è forse giusto che anche i novelli seguaci di Cristo possano professare i consigli evangelici, ove si sentano dalla divina ispirazione invitati e spinti a vita più perfetta? Su questo punto è bene che i Missionari e le Religiose che lavorano nel vostro campo non si lascino condizionare troppo dall’amore per la propria Congregazione, sebbene in sé giusto e legittimo, e sappiano invece guardare le cose con una certa larghezza di idee. Quindi se vi sono indigeni desiderosi di arruolarsi nelle Congregazioni antiche, non sarebbe certamente giusto sconsigliarli o impedirli, purché diano affidamento di poterne assimilare lo spirito e di riuscire a stabilire nella loro patria una prole non degenere, ma neppure dissimile da quella dell’Istituto abbracciato; ma riflettete scrupolosamente e senza motivi di particolare interesse, se non torni più vantaggioso fondare nuove Congregazioni che meglio corrispondano all’indole e alle inclinazioni degli indigeni e alle esigenze delle condizioni di quella data regione.

Né è da tacersi un altro punto importantissimo per la diffusione del Vangelo; quanto cioè giovi moltiplicare il numero dei catechisti, siano essi scelti tra gli europei o, meglio ancora, tra gli indigeni, perché aiutino i Missionari istruendo i catecumeni e preparandoli al Battesimo. Non occorre dire di quali doti essi debbano essere forniti per poter trarre a Cristo gl’infedeli più con l’esempio che con le parole; e voi, Venerabili Fratelli e Figli Diletti, proponetevi fermamente di educarli con ogni cura affinché apprendano bene la dottrina cattolica, e nel trattarla e spiegarla sappiano adattarsi all’ingegno e all’intelligenza degli uditori; a ciò riusciranno tanto più agevolmente quanto più intimamente conosceranno l’indole degli indigeni.

Abbiamo fin qui parlato della scelta e dell’arruolamento dei vostri compagni di fatica. Su questo argomento però Ci rimane ancora da esporre al vostro zelo una proposta, la quale, ove venga effettuata, crediamo gioverà non poco a una più celere diffusione della fede. Di quanta stima Noi nutriamo per la vita contemplativa fa abbondantemente fede la Costituzione Apostolica con la quale ben volentieri, due anni fa, confermammo con la Nostra autorità apostolica la riforma onde si adattò al Codice di Diritto Canonico la regola dei Certosini, regola già fin dagli inizi dell’Ordine approvata dall’autorità pontificia. Orbene, come Noi stessi esortiamo vivamente i superiori maggiori di simili Ordini contemplativi, così voi pure induceteli con ripetute istanze a che, mediante fondazioni di Cenobî, importino nel territorio delle Missioni e diffondano tale forma austera di vita contemplativa; giacché questi uomini impetreranno dal Cielo una mirabile pioggia di grazie su voi e sulle vostre opere. Né è da temere che questi monaci non trovino da voi terreno propizio, mentre gli abitanti, specialmente di alcune regioni, benché pagani la maggior parte, di natura loro tendono alla solitudine, all’orazione e alla contemplazione. A questo proposito, ricordiamo il Cenobio eretto nel Vicariato Apostolico di Pechino dai Cistercensi Riformati della Trappa, dove quasi cento monaci, in maggioranza cinesi, con l’esercizio delle virtù più perfette, con la preghiera continua, con il rigore della vita, col lavoro manuale, come placano la divina Maestà e la rendono propizia a sé e agli infedeli, così con l’efficacia dell’esempio guadagnano questi stessi a Cristo. È dunque evidente che i nostri anacoreti, pur mantenendo intatto lo spirito del loro Fondatore e senza darsi alla vita attiva, possono ognora riuscire di grande utilità al prospero successo delle Missioni. Se i Superiori di questi Ordini accoglieranno le vostre preghiere e stabiliranno case di loro sudditi dove di comune accordo si crederà meglio, faranno un’opera sommamente benefica a favore di tante moltitudini di pagani e a Noi gradita sopra ogni dire.

Ed ora, Venerabili Fratelli e Figli Diletti, passiamo a un argomento che riguarda un migliore assestamento delle Missioni. Se in tale materia l’immediato Nostro predecessore diede già simili avvisi e insegnamenti, desideriamo ripeterli, perché li crediamo giustamente di grande vantaggio per un fruttuoso esercizio dell’apostolato.

Dunque, giacché in gran parte dipende da voi l’esito dell’apostolato cattolico tra i pagani, vogliamo da voi un’organizzazione migliore che renda d’ora innanzi più facile la via alla propagazione della dottrina cristiana e l’aumento del numero di quanti sono già da essa illuminati. Procurate quindi di distribuire i Missionari in modo che nessuna parte del territorio resti senza predicazione, che di nessuna si rinvii l’evangelizzazione ad altro tempo. Perciò spingetevi più innanzi, a tappe, lasciando Missionari in qualche luogo centrale, intorno a cui stabilirete residenze minori, affidate almeno ad un catechista e dotate di una cappella, che i Missionari, di quando in quando, in dati giorni, andranno a visitare per motivi di ministero.

Ricordino inoltre i predicatori del Vangelo che agli indigeni bisogna accostarsi imitando il metodo tenuto dal divino Maestro quando trattava col popolo. Egli, prima d’insegnare alle turbe, era solito sanare gl’infermi: «Curò tutti gli ammalati [13]; Molti lo seguirono ed egli guarì tutti [14]; Ne sentì compassione e guarì i loro malati [15]». Il che ordinò pure di fare agli Apostoli, dandone loro il potere: « Ed in qualunque città entrerete … curate i malati che vi si trovano, e dite loro: Si è avvicinato a voi il regno di Dio [16]; Usciti, giravano per i borghi evangelizzando e curando dappertutto [17])». I Missionari non dimentichino neppure come Gesù si mostrasse benigno ed amabile verso i pargoli e i fanciulli; e quando i discepoli li sgridarono, ordinò loro di non impedirli di andare a lui [18]. E qui viene a proposito rammentare ciò che altra volta dicemmo: che cioè i Missionari che predicano agli infedeli sanno benissimo quanta benevolenza ed affetto si concili anche in quelle regioni chiunque provvede alla salute pubblica e cura gl’infermi, e mostra amore per i bambini e per i fanciulli: tanto può l’esercizio della carità nel conquistare il cuore degli uomini.

Ma per tornare al punto or ora toccato, se va bene che in quei luoghi, dove voi, Venerabili Fratelli e Figli Diletti, avete stabilito la vostra sede e il domicilio, e così pure nelle residenze più importanti per numero di anime, le chiese e gli altri edifici della Missione siano più capaci, bisogna tuttavia schivare la costruzione di templi o di edifici troppo sontuosi e dispendiosi, quasi si trattasse di allestire cattedrali ed episcopî per le diocesi future. Questo si farà a suo tempo, e con maggior vantaggio. Non è forse noto che in certe diocesi, già da tempo canonicamente erette, simili templi e palazzi si sono appena ora costruiti, se pure non sono anche adesso in costruzione? Parimenti non sarebbe giusto né utile riunire e quasi ammucchiare le istituzioni e le opere destinate al vantaggio spirituale e corporale del prossimo in qualche residenza principale o nel luogo dove voi stessi risiedete: perché se sono di grande importanza, richiederanno la presenza vostra e quella dei Missionari e ne assorbiranno talmente l’attenzione da causare il rallentamento e anche la cessazione delle visite nel resto del territorio per la propagazione del Vangelo. E giacché si è fatta menzione di tali opere, oltre gli ospedali e le sale per la cura degli infermi e la distribuzione delle medicine, oltre alle scuole elementari, che dovete aprire dappertutto, è bene che con la fondazione di altre scuole per i giovani che non si diano all’agricoltura, apriate loro la strada dell’insegnamento superiore e specialmente di arti e mestieri. E qui vi esortiamo di non lasciar da parte i maggiorenti del luogo e i loro figliuoli. È verissimo che la parola di Dio e i suoi predicatori più facilmente vengono accolti dai più umili plebei; è vero pure che Gesù affermò di se stesso: « Lo Spirito del Signore … mi ha inviato ad evangelizzare i poveri » [19]; ma oltre che dobbiamo tener presente anche il detto di San Paolo: « Sono debitore ai saggi e agli stolti » [20], la pratica e l’esperienza c’insegnano che una volta condotti alla religione di Cristo i capi del popolo, facilmente le classi più umili tengono loro dietro.

Infine, Venerabili Fratelli e Figli Diletti, per l’esemplare zelo che vi anima per la religione e la salvezza delle anime, accogliete docilmente e con cuore disposto a pronta ubbidienza un’ultima e importantissima raccomandazione. I territori dalla Santa Sede affidati alla cura vostra operosa perché voi li rechiate alla legge di Cristo, sono per lo più di grande estensione. Può dunque accadere che il numero dei Missionari appartenenti al vostro particolare Istituto sia di gran lunga inferiore al bisogno. In tal caso, come nelle diocesi bene stabilite sogliono venire in aiuto ai Vescovi operai appartenenti a diverse famiglie religiose, o di sacerdoti o di laici, e Suore di diverse Congregazioni, così voi, trattandosi della propagazione della fede, della educazione della gioventù indigena e di altre simili utilissime imprese, non dovete esitare ad invitare ed accogliere come compagni di lavoro religiosi e missionari, benché di altro Istituto, siano essi sacerdoti o membri di Congregazioni laicali. Va bene che gli Ordini e le Congregazioni religiose si glorino e della missione tra i pagani loro affidata e delle conquiste finora procurate al regno di Cristo; ma si ricordino che i territori delle Missioni non sono da essi posseduti in forza di un diritto esclusivo e perpetuo, ma che li posseggono a beneplacito della Santa Sede, la quale ha perciò il diritto e il dovere di provvedere che vengano rettamente e pienamente coltivati. Né il Romano Pontefice adempirebbe tale dovere se si restringesse unicamente a distribuire territori di maggiore o minore estensione a questo o a quell’altro Istituto; ma, ciò che più conta, sempre e con ogni diligenza deve procurare che questi Istituti inviino nelle regioni loro affidate tanti e soprattutto tali Missionari, che possano bastare a un lavoro efficace per illuminarle bene in tutta la loro ampiezza con la luce della verità. E poiché il Pastore divino ricercherà il suo gregge dalla Nostra mano, Noi senza esitazioni, quando apparirà necessario o più opportuno ed utile alla maggiore espansione della Chiesa Cattolica, trasferiremo i territori delle Missioni da un Istituto ad un altro, o lo divideremo e suddivideremo, e affideremo al clero indigeno o ad altre Congregazioni i nuovi Vicariati e Prefetture Apostoliche.

Altro non resta che tornare ad esortarvi, Venerabili Fratelli, quanti nel mondo cattolico partecipate con Noi delle sollecitudini e delle gioie dell’ufficio pastorale, di venire in aiuto delle Missioni, con le industrie e coi mezzi che vi abbiamo suggeriti, affinché esse, quasi animate da novello vigore, rendano per l’avvenire più copiosa raccolta. Ai comuni nostri desideri arrida con favore materno la Regina degli Apostoli Maria, la quale, avendo accolto nel suo cuore di Madre tutti gli uomini affidatile sul Calvario, ama e protegge non meno quelli che ignorano di essere stati redenti da Gesù Cristo, che quelli che della redenzione godono felicemente i frutti.

Intanto, come auspicio dei doni celesti e in segno della Nostra benevolenza paterna, a voi, Venerabili Fratelli, al vostro clero e al vostro popolo impartiamo con ogni affetto l’Apostolica Benedizione.

Dato a Roma, presso San Pietro, il 28 febbraio 1926, anno quinto del Nostro Pontificato.

 

PIUS PP. XI 


[1] II Cor., VII, 5.

[2] Isai., LVIII, 1.

[3] Ioan., IV, 24.

[4] Ps. 29,10.

[5] I Tim., II, 4.

[6] Ioan., XIII, 35; XV, 12.

[7] Marc., XVI, 15.

[8] Matth., IX, 38.

[9] I Ioan., IV, 1.

[10] Ep. Ap. Maximum illud.

[11] Ep. Ap. Maximum illud.

[12] Matth., IX, 37; Luc., X, 2.

[13] Matth., VIII, 16.

[14] Matth., XII, 15.

[15] Matth., XIV, 14.

[16] Luc., X, 8-9.

[17] Luc., IX, 6.

[18] Matth., XIX, 13-14.

[19] Luc., IV, 18.

[20] Rom., I, 14.



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