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ALLOCUZIONE DI SUA SANTITÀ PIO XI 
AI CARDINALI DI SANTA ROMANA CHIESA
IN RISPOSTA DEGLI OMAGGI E DEGLI AUGURI
ESPRESSI IN OCCASIONE DEL NATALE E DEL NUOVO ANNO


«CON GRANDE, PROFONDO» 

24 dicembre 1938

 

Ai Cardinali di Santa Romana Chiesa
in risposta degli omaggi e degli auguri
espressi in occasione del Natale e del nuovo anno
.

Con grande, profonda commozione del cuore abbiamo udito, raccolto e gustato le belle, buone e affettuose cose che l’Eminentissimo Decano del Sacro Collegio è venuto dicendoCi a nome non soltanto suo, ma anche dell’intero Sacro Collegio e di tutta la Prelatura Romana, secondo il rito così domestico e semplice ed insieme così solenne e magnifico di questa santa Vigilia del Natale del Signore.

Tutto è così buono e filialmente pio e posto in così calda luce di filiale pietà, anche se richiama ed accenna a tristi e dolorose cose, che non Ci resta se non ringraziare di tutto cuore, come facciamo, e presentare a tutti e singoli voi, Eminentissimi signori Cardinali, voi carissimi Prelati, in cambio dei vostri, i Nostri auguri di buon Natale, di buon Anno e di ogni bene — proprio come voi tutti e singoli desiderate, e non soltanto per voi, ma anche per tutte le care cose e per tutte le care persone, che voi portate nel vostro pensiero e nel vostro cuore: care al vostro affetto familiare ed al vostro zelo sacerdotale e pastorale.

Sappiamo e pensiamo quanti preziosi aiuti Noi vi dobbiamo nel governo della Chiesa Universale e nella cultura di tante opere di santificazione e individuale e collettiva, segnatamente nelle Comunità religiose e nella a Noi sempre tanto cara Azione Cattolica, e cogliamo a due mani l’occasione tanto propizia per ringraziarvene con tutta l’anima.

Ed ora potremmo senz’altro aggiungere quella apostolica paterna benedizione che, da quei buoni figli che siete, così piamente desiderate e così ampiamente meritate. Se non che, da una parte ecco già quasi arrivata, con quella del Santo Natale, un’altra vigilia, alla quale da parecchie parti siamo pregati di dedicare un pensiero ed un cenno, che sembrano necessari — è la vigilia del decennale della Conciliazione —, dall’altra, ecco un uditorio del quale non potrebbe certo trovarsi o pensarsi il più opportuno, vogliamo dire il più intelligente, il più illuminato, il più rispondente insomma ad un argomento già così importante in se stesso, e reso ancora più importante, e certo non più facile, dalle circostanze attuali.

Ci affrettiamo a dire, anzi a proclamare da quest’alto luogo che la Nostra celebrazione del detto decennale vuol essere un inno di vivissimo ringraziamento — il Nostro Magnificat, il Nostro Nunc dimittis, il Nostro e vostro Te Deum — a quella divina Bontà, che fin dalla Nostra prima Enciclica Ci chiamava alla memoria e sulla penna la bella parola: Ego cogito cogitationes pacis et non afflictionis, e Ci faceva quasi presago il cuore di quell’ora, che la Divina Provvidenza avrebbe presto fatto suonare, e che sarebbe toccato a Noi di non lasciare suonare invano.

Occorre appena dire, ma pur diciamo altamente, che dopo che a Dio, la Nostra riconoscenza e i Nostri ringraziamenti vanno alle altissime persone — diciamo il nobilissimo Sovrano ed il suo incomparabile Ministro — ai quali si deve se l’opera tanto importante e tanto benefica ha potuto essere coronata da buon fine e felice successo. Diciamo anche le egregie persone — il Cardinale Pietro Gasparri ed il Marchese Francesco Pacelli — che Ci assistettero con l’eroica assiduità di un lavoro, che forse affrettò la loro morte, ed è per questo che con grato animo ne ricordiamo i nomi onorati e cari.

Ma fatta la parte dovuta, troppo dovuta, alla Nostra riconoscenza verso Dio e verso gli uomini, fatta anche la debita parte alle Nostre cordiali congratulazioni all’Italia tutta, a Noi, come di dovere, particolarmente cara fra le parti tutte care della grande Famiglia Cattolica, dobbiamo purtroppo dire, per debito di apostolica sincerità e verità, come per la edificazione, di cui, anche per la Nostra età, siamo a tutti debitori, dobbiamo purtroppo dire che l’auspicato decennale, così come a Noi viene od è fatto venire, non può portare la serena letizia, alla quale sola vorremmo far luogo, ma piuttosto arreca vere e gravi preoccupazioni e amare tristezze. Tristezze amare davvero, quando si tratta di vere e molteplici vessazioni — non diciamo proprio generali — ma certo molto numerose e in luoghi parecchi, contro l’Azione Cattolica, questa risaputa pupilla degli occhi Nostri, la quale — lo si è dovuto riconoscere e confessare anche dalla manomissione delle diverse sedi e dei loro archivi — la quale Azione Cattolica non fa né politica né non desiderate concorrenze, ma unicamente intende a fare dei buoni cristiani viventi il loro cristianesimo, e perciò stesso elementi di primo ordine per il bene pubblico, massime in un paese cattolico come l’Italia, e come anche i fatti hanno dimostrato.

Osservando lo zelo negli strati inferiori, appare troppo chiaro che, quantunque la Azione Cattolica sia distintamente contemplata nel Nostro Patto di Conciliazione, dall’alto devono partire larghi — o piuttosto occulti — gesti di permissione e di incoraggiamento perché quelle vessazioni non cessino nei diversi luoghi da un capo all’altro della Penisola. E non soltanto in piccoli luoghi o poco importanti. Ieri Ci si segnalavano Venezia, Torino e Bergamo; oggi è Milano e proprio nella persona del suo Cardinale Arcivescovo, reo di un discorso e di un insegnamento, che rientra esattamente nei suoi doveri pastorali, e che Noi non possiamo che approvare.

Ma se siamo Noi a richiamare sempre a tutti quanti che non è veramente e pienamente umano se non ciò che è cristiano, e che è inumano ciò che è anticristiano; o riguardi la comune dignità dell’uman genere, o riguardi e tocchi la dignità, la libertà, l’integrità dell’individuo, al quale, salve le debite coordinazioni e cooperazioni, è destinata la Società, come all’individuo uomo è ordinata l’opera stessa di Dio Creatore e Salvatore, al quale ogni uomo deve dire: Deus meus es Tu ed anche Dilexit me et tradidit semetipsum pro me!

Non soltanto amare tristezze al cuore del vecchio Padre per i maltrattamenti della sua beniamina Azione Cattolica, ma vere e gravi preoccupazioni al Capo del Cattolicesimo e Custode della moralità e della verità ha inevitabilmente procurato l’offesa, la ferita inferta al Nostro Concordato, e proprio in ciò che va a toccare il santo matrimonio, che per ogni cattolico è tutto dire. Non abbiamo bisogno di aggiungere parola a questa semplice enunciazione, per dire che quella ferita è andata dritta dritta al Nostro cuore, dritta e dolorosissima. Sappiamo essersi detto che il Concordato non è stato punto vulnerato, ma è rimasto illeso. È lontano quanto può essere da Noi il pensiero di entrare in una discussione del genere: crediamo invece di dover fare una osservazione di elementare evidenza, se nulla vediamo; e l’osservazione è questa: che per ogni patto bilaterale e per la sua osservanza, l’interpretazione non può usurparsi da una parte sola, molto più deve questo valere per una interpretazione così risolutiva e liberativa da ogni impegno.

Ed un’altra osservazione vogliamo pure fare, e questa è un richiamo alla grande e gloriosa memoria di Leone XIII. Ripensando alla recente apoteosi in questa stessa Roma, preparata ad una croce nemica della Croce di Cristo, a questa vulnerazione del Concordato ed alle altre cose sopra accennate, non sembrava soverchio neanche a Noi lo sperare un riguardo almeno alla Nostra canizie; si volle invece andar oltre ruvidamente [1]. E questo richiamo: facciamo sia per onorare la memoria veramente onoranda di quel grande Pontefice, sia per metterCi davanti allo spirito di quel magnanimo perdono, ed imitarne, come di tutto cuore facciamo, il nobilissimo esempio, pregando altresì il buon Dio che si degni illuminare le intelligenze e muovere i cuori nel senso della verità e della giustizia, che sono anche le sole vere e solide basi del benessere degli individui e dei popoli ancora, mentre sta scritto nel libro divino: Miseros facit populos peccatum.

Abbiamo offerto la Nostra ormai vecchia vita per la pace e la prosperità dei popoli; la offriamo di nuovo perché rimanga invulnerata la pace interna, la pace delle anime e delle coscienze, e la fiorente prosperità di questa Italia, che fra i popoli a Noi tutti cari è carissima, come particolarmente cara era la patria Sua a Gesù, che dava Se stesso alla Passione e alla morte per il genere umano.

È questo il nostro voto ed augurio natalizio, ed è con questo che tutti vi benediciamo di nuovo, con tutto quello e tutti quelli che ciascuno di voi porta nel memore pensiero e nell’affetto del cuore.

 


[1] Leonis XIII P.M., Acta, XV, p. 369.

 

© Copyright - Libreria Editrice Vaticana



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