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DISCORSO DI SUA SANTITÀ PIO XII
AL SACRO COLLEGIO
NEL GIORNO DEL SUO ONOMASTICO*

Martedì, 2 giugno 1942

 

Le parole, che il venerando Decano del Sacro Collegio con l'ardore e la dolcezza a lui propria Ci ha rivolte in nome di voi tutti, Venerabili Fratelli e diletti Figli, mentre testimoniano, al ritorno della festa del Nostro celeste Patrono e Predecessore nel supremo officio pastorale, l'assicurazione dei vostri fervidi voti, delle assidue vostre preghiere e della vostra instancabile collaborazione nel governo della Chiesa universale, destano nel Nostro cuore un'eco non solo riconoscente e duratura, ma singolarmente profonda. In questo abisso del cuore anche Noi, come Paolo, chiniamo le ginocchia dinanzi al Padre del Signor Nostro Gesù Cristo, da cui ogni paternità in cielo e in terra prende nome; e, mediante la fede, radicati e fondati nelle carità, comprendiamo dei misteri di Cristo la larghezza e la lunghezza e l'altezza e la profondità (Eph. 3, 14-18); a quel modo che queste vostre parole e ancor più i nobili sentimenti, di cui sono l'espressione, risuonano in perfetto accordo col grandioso concento del mondo cattolico, la sovrannaturale armonia del quale Ci manifesta l'altezza della sua intrepida fede sopra tutte le divisioni terrene, la profondità del suo sincero amore, la larghezza della sua assoluta fedeltà, la lunghezza della sua perseverante fiducia e speranza. Fra le voci del popolo cristiano, del Clero, dell'Episcopato dei vari riti, si eleva con nota eminente l'omaggio del Senato della Chiesa Romana, che segna e simboleggia la unanimità di pensiero e di affetto di quanti sulla terra sono congiunti e vivono nella fede di Cristo e nella fedeltà alla Chiesa da Lui fondata, unanimità che si palesa in tutta la sua trionfante concordia, nella sua aperta spontaneità, nella sua santa origine, nella sua inconcussa fermezza riposante su fondamenti divini.

L'intima sostanza di tali sentimenti di venerazione, di dedizione e di amore Noi ben sappiamo, Venerabili Fratelli e diletti Figli, che vale, non già per alcun merito della Nostra debole e indegna persona, ma perché da più alta fonte scaturisce e discende, per la quale voi Ci chiamate e vedete in Noi il Padre comune e il Vicario di Cristo, e pensate al carattere sacro, alla sublime finalità e potenza delle somme chiavi, al supremo ministero e magistero apostolico, che l'inscrutabile consiglio divino, dopo la dolorosissima dipartita del Nostro venerato e glorioso Predecessore Pio XI, pose sulle Nostre spalle. Da quel giorno, già lampeggiante dei baleni della vicina bufera, non ignari né improvvidi del cumulo dei crescenti doveri e sollecitudini, angustie e travagli, che quest'ora di formidabili eventi doveva versare nell'amaro calice del Nostro Pontificato; da quel giorno più di una volta, il Nostro pensiero è corso alle parole, con le quali la santa franchezza di un Bernardo di Chiaravalle richiamava alla mente del Papa Eugenio III — dal silenzio della solitudine e del raccoglimento tratto sul Seggio di Pietro — l'altissima dignità, ma ancor più il grave peso del suo officio: Altiorem locum sortitus es, sed non tutiorem; sublimiorem, non securiorem. Terribilis prorsus, terribilis est locus irte. Locus, inquam, in quo stas, terra sancta est; locus Petri est, locus Principis Apostolorum, ubi steterunt pedes eius. Locus illius est, quem constituit Dominus dominum domus suae, et principem omnis possessionis suae (Epist. 238 ad Dominum Papam Eugenium prima - Migne PL t. 182 col. 429). In questo luogo di Pietro, Principe degli Apostoli, presso il suo sepolcro, a lui aperto da una croce rovesciata dal suo immenso amore venerabondo della Croce del Redentore divino, il palpito del Nostro cuore, se pur si umilia, s'innalza nell'aura del martirio e del sacrificio per la Sposa di Cristo, sul cui volto il sangue di Lui, che la imporpora, fa più fulgido e bello il sangue dei mille e mille martiri suoi figli, misto a quello dei suoi Pontefici.

Nella straordinaria gravezza dell'ora presente la Nostra coscienza .sente la responsabilità, che Ci lega dinanzi all'Eterno Sommo Sacerdote e Pastore, per le anime da Lui affidateCi in custodia; ma quanto più viva la sentiamo, tanto più consolante e letificante opera nell'animo Nostre l'esperienza, la quale sempre più vi si radica e conferma: che cioè la misteriosa forza della grazia divina, come non viene meno in mezzo al fermento e al furore di questo mondo, scosso dalla febbre di una crisi per la vita e per la morte, così è ora, quale anima e quale difesa e conforto, più che mai vicina alla sua Chiesa. In questo procelloso mare, fra i crescenti flutti dell'odio, le onde dell'amore, che trasportano e volgono i fedeli verso la rupe ch'è la Sede di Pietro, divengono l'olio sparso che tranquilla i marosi, che allontana il naufragio; segno promettitore di vittoria sopra le tempeste, albore di salvezza e di rinnovamento, mormorio di placido zeffiro, alla cui voce insinuante troppo duro apparirebbe chi chiudesse l'orecchio.

Quale occulta potenza, inafferrabile a mani terrene, inaccessibile a lusinghe mondane, inattaccabile da qualsiasi arma di lotta, fa ravvisare a milioni e milioni di anime nella Chiesa di Cristo la loro gioia e il loro vanto, la loro salute e la loro felicità, la costanza della loro fede e del loro amore, la meta della loro fedeltà e la luce della loro speranza? Chi insegna loro a durare a lei fedeli, mentre in non pochi luoghi il sentire cum Ecclesia non è che un pati pro Ecclesia? Chi le trae e spinge ad amare questa Chiesa — per la quale, come già per il suo divin Fondatore, gli Erodi e i Pilati moderni tengono preparate la veste di scherno e la corona di spine —, se non il contemplare in lei la Sposa di Cristo, nella sua materna passione misticamente imitante i dolori del Redentore, e perciò tanto più amabile e degna di fervente e incondizionato amore? Aquae multae non potuerunt exstinguere caritatem (Cant. 8, 7) : possiamo, Venerabili Fratelli e diletti Figli, esclamare anche oggi con fiducia, ardenti di riconoscenza verso l'Onnipotente, che ancora in questa violenta bufera del pelago umano, passeggia e doma le acque furenti, e vigila, e fra le tenebre guida la nave di Pietro, operando con la sua grazia un tale miracolo spirituale d'incrollabile fede, di serena speranza e di forte amore, giorno per giorno, in milioni dei suoi eletti. A tanta riconoscenza verso Dio Ci muove la paterna e commossa gratitudine, che viva proviamo anche per coloro, i quali, cooperando alla grazia, danno al mondo l'esempio di una generosità e di una grandezza di animo, che ricordano í valorosi e gli eroi delle più belle età del passato.

Giammai forse la pacifica azione di queste forti e fedeli anime per la conservazione e la diffusione del regno di Dio non fu così rilevante, così vitale, così efficace e vivida di promesse, come si palesa oggidì. A una Chiesa, cui non è mai che vengano meno né integri annunciatori della verità, né specchiati modelli di eroiche virtù, né luminose guide dello spirito, né franchi e sagaci plasmatori e maestri di nobile umanità e di operosa carità, né candidi gigli d'innocenza, né purpuree rose di fronti preste a confessare la fede anche col sacrificio della vita; a una tal Chiesa Dio, non dubitate, ha segnato il tempo, in cui si rivolgeranno innumerevoli intelletti e innumerevoli cuori, i quali ancora prestano ascolto ad altre voci e tengono dietro ad altri ideali o piuttosto idoli fallaci. Quel giorno deve venire e verrà — perché sillaba di Dio non si cancella, — in cui la umanità traviata dall'errore e dall'inganno sarà pronta a porgere orecchio con nuovo interesse e con nuova speranza al sermone della montagna dell'amore e della fraternità non mendace. Quando poi questa umanità, dianzi tanto altera della sua ricchezza, e oggi più che mai conscia della povertà del suo spirito, vaneggiante nel suo smarrimento davanti all'inevitabile e decisivo bivio del suo avanzamento, tornerà a vedere nel fulgido orizzonte di un Cristianesimo genuino, immutabilmente profondo e ricco e largo di proficue e vaste forme di vita familiare e sociale, risplendere ammonitore e invitante e attraente Cristo, luce del mondo, vero Dio e vero uomo, mentre spenti giaceranno i fuochi fatui dei falsi profeti; allora i molti di buona volontà e di chiara veduta non tarderanno a comprendere che la salutifera missione della Chiesa di Cristo non è un sogno del passato, non è uno stanco risveglio, bensì il prolungarsi di un presente che dura da secoli, che rinnova sé ogni giorno e con sé rinnova ogni civiltà cui si accompagna e sa perfezionare; di un presente che pianta un avvenire ricco di promesse, apportatore com'è di nuovi semi, generatori di sani frutti mirabili per feconda maturità.

Allora sulla soglia di un nuovo e vero ordinamento dei popoli risonerà la parola del Maestro, al cui Cuore infiammato di amore, segno e fonte di grazia è dedicato questo mese: Ecce sto ad ostium et pulso (Apoc. 3, 20). Quale sarà a tale divina voce la risposta della Cristianità? quale quella della intiera famiglia umana?

Il nostro dovere, Venerabili Fratelli e diletti Figli, prediletti cooperatori nel Nostro ministero apostolico, il dovere di tutti i membri dell'Episcopato, di tutti gl'insigniti del sacerdozio, di tutte le anime consacrate a Dio nello stato religioso, di tutti i laici che collaborano all'apostolato gerarchico, anzi di tutti i fedeli, è di preparare spiritualmente, con la preghiera e con l'esempio, con la purificazione e con la penitenza, con l'opera e col sacrificio, questo futuro incontro fra Cristo e un mondo più che mai bisognoso del suo lume e della sua grazia, del suo soccorso e della sua salvazione, così che su tale incontro rifulga alfine l'ora provvidenziale di nuove concordi conoscenze e di benefiche comuni attuazioni.

Con questo voto nel cuore e con questa preghiera sul labbro ricambiamo gli auguri, da voi offertiCi, con sentimenti d'immutata stima e di viva riconoscenza, in questo giorno che rende così dolce all'animo Nostro l'innalzare l'auspicio di celesti favori e la fiducia di protezione e di aiuto al Nostro grande Patrono e santo Pontefice Eugenio I; mentre impartiamo a ognuno di voi, e a tutti coloro che sono inclusi nella vostra intenzione, la Benedizione Apostolica.


*Discorsi e Radiomessaggi di Sua Santità Pio XII, IV,
  Quarto anno di Pontificato, 2 marzo 1942 - 1° marzo 1943, pp. 107-111
  Tipografia Poliglotta Vaticana

 



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