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DISCORSO DI SUA SANTITÀ PIO XII 
AI PARROCI E AI QUARESIMALISTI DI ROMA*

Martedì, 23 febbraio 1944

 

COMPIACIMENTI E CONFORTI PATERNI

L’inscrutabile consiglio divino, che senza alcun Nostro merito Ci volle posti come Padre comune dei fedeli, Ci concesse in passato largamente la gioia di accogliere i Nostri diletti figli e figlie di Paesi lontani, desiderosi di ascoltare una Nostra parola, un Nostro ammonimento un Nostro conforto e una Nostra esortazione al bene. Oggi invece le sfavorevoli condizioni dei viaggi e dei soggiorni hanno avuto per conseguenza che Noi abbiamo dovuto rinunziare a così cara consolazione, come non Ci è nemmeno più dato di salutare le schiere di sposi novelli, che negli anni scorsi convenivano numerose intorno a Noi, per udire dal Nostro labbro la dottrina della Chiesa intorno al gran Sacramento del matrimonio e alla vita coniugale, e impetrare sopra gli inizi della loro convivenza familiare il sostegno della mano divina. Del resto, se non ascoltarono qui dappresso la Nostra parola, vogliamo ben sperare che pur da lungi sia loro giunta la paterna voce dei Nostri messaggi e delle Nostre benedizioni, che avvicinavano i loro cuori al Nostro attraverso le vicende della guerra.

Ma, se Ci affliggono tali rinunzie che il tempo presente richiede da Noi, tanto maggiori sono il compiacimento e il conforto nel vedere qui riuniti, insieme coi predicatori del tempo quaresimale, voi, diletti figli, a cui, sotto la sperimentata e sapiente guida del Venerabile Fratello il Nostro Cardinale Vicario, è affidata la cura spirituale dei fedeli di questa Nostra diocesi. La vostra presenza è per Noi la visione morale del popolo di Roma, città eterna, più che nel tempo, nel destino indefettibile della Chiesa, che qui ha il suo Capo visibile e il suo centro di vita e di espansione della fede, della carità e della speranza nel mondo, con una autorità ed una legge, in cui si comprendono i più alti comandamenti, che Cristo stesso con la sua voce rinsaldò e rinnovò col suo Vangelo. Egli non venne, come affermò, a sciogliere e ad abolire la legge, bensì ad adempirla e condurla a perfezione [1]; e adempiti da Lui con la sua dottrina e col suo insegnamento sono stati i dieci comandamenti, che Iddio proclamò sul Sinai al popolo d’Israele.

IL PRECETTO DELLA CARITÀ

Un comandamento di Cristo, nel quale è la via più eccellente e tutto si racchiude, è il precetto della carità [2]; e ancora commuove l’animo Nostro il ricordare come l’anno scorso vi ebbe più particolarmente congiunti a Noi nell’azione caritatevole, con la quale Ci siamo studiati di fare quanto era nelle Nostre forze — purtroppo limitate — per alleviare le miserie, che insieme coi miseri confluivano a Roma e, non meno dal Nostro cuore che dalla Nostra mano, invocavano un sollievo di conforto e di soccorso; miserie e miseri, che di mese in mese sono andati sempre crescendo ed estendendosi. Della vostra pietosa collaborazione Noi vi ringraziamo; e Ci è grato che il Nostro incontro con voi Ci porga l’occasione di rivolgere una parola di vivo riconoscimento e di lode a tutti quei sacerdoti delle città e delle regioni colpite dalla guerra, che, fedeli pastori, sono rimasti in ogni travaglio e cimento in mezzo al loro gregge. Come poteva non riempirCi di soddisfazione e di letizia l’apprendere quanto coraggioso, franco e sollecito all’aiuto soccorrevole si sia in molti luoghi dimostrato, nella sua parte migliore, il Clero, anche esponendosi ai più gravi pericoli, — un vostro confratello parroco in Roma diede la vita stessa per l’adempimento del suo ministero! — nelle ore di più acerbe strettezze ed angustie? Voi avete distribuito ai miseri il pane e il cibo che sostentano il corpo; ma l’uomo ha non meno bisogno di un cibo e di un pane spirituale che alimenti l’anima di lui.

 IL CIBO SPIRITUALE

Un tale alimento e un tale solido cibo, voi, che avete la cura delle anime, e voi, sacri oratori, lo porgete al popolo dell’Urbe, affinché anche lo spirito, che anima il corpo, si rafforzi con la dottrina di Cristo e con la esortazione alla pratica del bene e alla osservanza dei precetti divini ed ecclesiastici, in cui consiste il crescere e l’avanzarsi dinanzi a Dio in quella perfezione di virtù e di giustizia, che esige il forte carattere del cristiano. Pane veramente soprasostanziale è la parola di Dio, che ogni anno nella preparazione alla S. Pasqua risuona nelle chiese all’orecchio di quanti sentono ancora l’anima loro affamata della dottrina, che è luce all’intelletto per la conoscenza dei propri doveri, per la vittoria contro le passioni, per elevarsi sopra quel mondo materiale, irto di mille pericoli, che tanto impaccia la via della salute.

I. DEI COMANDAMENTI DI DIO IN GENERE

Cultura religiosa e osservanza dei comandamenti

Per le prediche quadragesimali di quest’anno vi è stato prescritto di spiegare ai fedeli il decalogo e di esortarli alla sua osservanza. I dieci comandamenti sono una legge data da Dio stesso, in cui si specchia anche il vigore dell’umana ragione e dell’intelligenza dei sapienti [3]; eppure a chi esamina le condizioni religiose e morali dell’ora presente che cosa si manifesta se non un penoso contrasto fra il più alto grado di formazione religiosa, che oggidì si offre al popolo, da un lato, e, dall’altro, il minor profitto che se ne trae e la meno efficace forza d’impulso, che ne deriva nella pratica della vita? In periodi precedenti della storia della Chiesa ben più semplice era in generale il comune insegnamento religioso; ma vi sopperiva il fatto che tutto il processo della vita umana era dominato e con numerose sante usanze impregnato dal timore di Dio e dall’imprescindibile dovere dei suoi comandamenti.

Dalla metà del secolo scorso, non solo la scienza cattolica con ammirevole slancio è venuta sempre più espandendosi, ma anche lo stesso magistero ecclesiastico ha in modo grandioso esempio, se mai altra volta, esposto e chiarito in ogni suo aspetto, la fede cattolica e fornito norme morali per le più svariate condizioni della vita, così dei singoli, come della comunità, procurando in tutte le possibili forme di portare e diffondere nelle anime tanta ricchezza di luce spirituale. Quando però si domanda, se si è parimenti di altrettanto elevato nel popolo cattolico il grado della istruzione religiosa e della condotta morale, la risposta non può purtroppo suonare affermativa. In lamentevole opposizione con quell’alto sviluppo dottrinale sono venute scemando ed elidendosi l’efficacia e la forza dell’impulso religioso.

Non negheremo, anzi chiaramente appare che non sono mancati, né mancano cattolici, esemplarmente fedeli ai comandamenti di Dio; né fanno difetto eroismo cristiano e santità. In questo campo l’età nostra non la cede a tempi anteriori, e non temiamo di dire che ne sorpassa parecchi. Ma date uno sguardo alle opinioni, condizioni e istituzioni pubbliche, e troverete sventuratamente che sono state più o meno scristianate, mentre la disistima e l’allontanamento dal modo di vivere cristiano si sono largamente diffusi. Una soverchiante corrente antireligiosa si oppone ai credenti, che vogliono informare tutta la loro vita personale, familiare e pubblica, alla legge di Dio; essi incontrano gravi difficoltà e impedimenti a far conoscere e stimare le loro convinzioni; onde non pochi soccombono o si illanguidiscono nella pratica della religione. Per respirare nell’aria corrotta delle grandi città moderne e vivere in esse cristianamente senza assorbirne il veleno, occorre un profondo spirito di fede e la forza di resistenza propria dei martiri.

Di tali condizioni sociali trattammo l’anno passato, additando e dimostrando quel che si richiede a pregar bene e invocare degnamente il divino aiuto. Ma se era necessario di averle presenti alla mente nel parlare della vita di preghiera, è doppiamente indispensabile il ricordarle, allorché si vogliono richiamare in pratica i comandamenti di Dio in tutta la condotta degli uomini.

Erronee dottrine intorno alla natura
del peccato grave

Un fatto, che sempre si ripete nella storia della Chiesa, è che quando la fede e la morale cristiana si urtano contro forti correnti avverse di errori o di appetiti viziati, sorgono tentativi di vincere le difficoltà con qualche comodo compromesso, o altrimenti di schivarle ed eluderle.

Anche in ciò che spetta ai comandamenti di Dio si è creduto di aver trovato un ripiego. Nella materia morale, si è detto, vi è inimicizia con Dio, perdita della vita soprannaturale, grave colpa in senso proprio, solamente quando l’atto, di cui si deve rispondere, è stato posto non solo con la chiara consapevolezza che è contro il comandamento di Dio, ma, anche con la espressa intenzione di offendere con esso il Signore, di rompere l’unione con Lui, di disdire a Lui l’amore. Se questa intenzione è mancata, se, cioè l’uomo da parte sua non ha voluto troncare l’amicizia con Dio, l’atto singolo — si afferma — non può nuocergli. Per portare un esempio: le moltiformi deviazioni del sesto comandamento non sarebbero per il credente, il quale nel resto vuol mantenersi unito a Dio e conservarsi amico di Lui, nessuna grave mancanza, né importerebbero colpa mortale. Stupefacente soluzione! Chi non vede come nella chiara conoscenza che un determinato atto umano è contro il comandamento di Dio, s’include che esso non può essere indirizzato al fine dell’unione con Lui, appunto perché contiene l’aversione, ossia l’allontanamento dell’animo, da Dio e dalla sua volontà (aversio a Deo fine ultimo), aversione che distrugge l’unione e l’amicizia con Lui, come fa propriamente la colpa grave? Non è forse vero che la fede e la teologia insegnano che ogni peccato è un’offesa di Dio e mira ad offenderlo, perché l’intenzione insita nella colpa grave è contro la volontà di Dio espressa nel comandamento di Lui che si viola? Quando l’uomo dice sì al frutto proibito, dice no a Dio proibente; quando antepone se stesso e la sua volontà alla legge di Dio, allontana da sé Dio e il divino volere: in ciò consiste l’aversione da Dio e l’intima essenza della colpa grave. La malizia dell’atto umano viene da questo che non è commisurato alla sua regola, la quale è duplice: l’una prossima e omogenea, cioè la stessa umana ragione; l’altra è la prima regola, vale a dire la legge eterna, che è come la ragione di Dio, la cui luce risplende nella coscienza umana, allorché fa vedere la distinzione fra il bene e il male [4]. Il vero credente non ignora che l’intenzione tendente all’oggetto della colpa mortale non è separabile dall’intenzione che viola la volontà e la legge divina e rompe ogni amicizia con Dio, il quale sa ben conoscere le rette e le male intenzioni degli atti umani e premiarle o punirle con la sua penetrante giustizia.

Vedete dunque come tale soluzione vada a danno della verità e della santità cristiana. Crediamo, per l’onore di coloro, i quali l’hanno messa fuori e la sostengono, che essi stessi la rinnegherebbero, se si volesse tirarne le logiche conseguenze e applicarla in altre materie, per esempio, allo spergiuro e all’assassinio deliberato; poiché anche questi peccati nella maggior parte dei casi si commettono con l’intenzione di farne dei mezzi a un fine, quale sarebbe il bisogno di uscire da una difficile contingenza.

L’osservanza dei comandamenti
nella parola del Redentore

Del resto, voi ben conoscete come suona la parola di Cristo: « Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io stesso ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nell’amore di Lui » [5]. Non vi è dunque che una via per giungere all’amore di Dio e mantenersi nell’unione e amicizia di Lui: l’osservanza dei suoi precetti. Le parole contano poco; quel che vale sono i fatti, e perciò il Redentore diceva: « Non tutti quelli che mi dicono: Signore, Signore, entreranno nel regno dei cieli; ma colui che fa la volontà del Padre mio, che è nei cieli, questi entrerà nel regno dei cieli » [6]. Confessare Dio con l’adempimento della sua santa volontà in tutti i suoi comandamenti e conformarvi, anzi unificarvi la volontà nostra, questa, e soltanto questa, è la via del cielo. San Paolo proclama tale assioma della vita morale con energica forma: « Badate di non errare: né i fornicatori, né gli idolatri, né gli adulteri, né gli effeminati, né quei che peccano contro natura, né i ladri, né gli avari, né quei che sono dediti all’ubriachezza, né i malefici, né i rapaci, avranno l’eredità del regno di Dio » [7]. L’Apostolo delle genti aveva davanti allo sguardo non solo la defezione da Dio con la formale negazione della fede e l’odio formale di Lui, bensì anche ogni grave lesione delle virtù morali, e la sua parola non riguardava soltanto l’abitudine di peccare, ma altresì tutti i singoli atti contro la morale e la giustizia, che sono peccati mortali e portano con sé l’eterna dannazione. Il dare proprio all’uomo religioso quasi una carta d’immunità da ogni colpa in tutto ciò che facesse contro i comandamenti di Dio, non potrebbe certo stimarsi ed essere la redenzione dalla miseria morale, a togliere la quale si trova oggi di fronte la Chiesa.

Condotta rettilinea della Chiesa
contro i traviamenti del paganesimo

Oggi sembra rinato il paganesimo, e già molti lo hanno esaltato contro il cristianesimo nei loro volumi e nei loro carmi; ma la Chiesa, fin dal suo apparire  nel mondo, si accampò con la dottrina del Vangelo e con la virtù eroica dei suoi Apostoli e dei suoi credenti contro ogni sofisma e ogni persecuzione subdola o aperta del gentilesimo. La sua lotta fu sempre mossa per un cammino frontale, contrapponendo ai traviamenti pagani l’illuminata forza dei precetti e delle virtù cristiane. Non solo le Epistole di San Paolo danno una chiarissima testimonianza dell’altezza degli obblighi morali portati dalla religione di Cristo e della lotta che i fedeli dovevano sostenere per adempirli; ma anche alla fine dell’età apostolica le Lettere dell’Apocalisse alle sette Chiese ne sono una non meno manifesta espressione con quel continuo ripetersi: «Vincenti… Qui vicerit …». « Al vincente darò a mangiare dell’albero della vita, darò la manna nascosta; confesserò il suo nome dinanzi al Padre mio e dinanzi ai suoi Angeli. Chi sarà vincitore non sarà offeso dalla seconda morte » [8].

La vita morale dei primi cristiani

Il fervore dei cristiani nei primi secoli li inclinava a professare la loro fede piuttosto troppo che poco apertamente; tanto che talvolta il loro rigore morale varcò i limiti stessi della ragionevole misura richiesta dallo spirito del Vangelo. Con grande severità i Padri della Chiesa non dubitarono di combattere, per i disordini che cagionavano, gli spettacoli, le lotte dei gladiatori, i teatri, le danze, le feste e i divertimenti, che pur sembravano naturali alla società pagana [9]. Non fa quindi meraviglia che la fede venisse radicalmente trasformando e migliorando il costume di chi le si avvicinava; onde Origene poteva nel terzo secolo rinfacciare ai nemici del cristianesimo che coloro i quali nella Chiesa erano di minor stima in paragone degli altri, apparivano pur sempre migliori dei pagani. Chi avesse poi confrontato il Capo di una Chiesa coi Presidi delle città, avrebbe riconosciuto che tra i moderatori della Chiesa di Dio anche coloro che, dirimpetto ai più osservanti, potevano ritenersi per negligenti, sorpassavano nondimeno quanto a virtù i magistrati civili [10]. Se dunque oggi tanto spesso si alza il grido: ritorno al Cristianesimo primitivo! ben si cominci a metterlo in atto con la emendazione e la riforma dei costumi; quel grido non sia qui una voce vana, ma un serio ed effettivo ritorno, quale lo domandano, come proprio è necéssario ai nostri tempi, le esigenze delle azioni e della vita morale.

Lotta contro il peccato – Danni del quietismo

La Chiesa nei secoli successivi ha sempre proseguito nel medesimo cammino, e anche oggi non procede diversamente. Chi non sa come il Nostro Predecessore Pio X di s. m. aprì largamente ai fedeli, e specialmente ai fanciulli, le porte verso le fonti eucaristiche della grazia? Sarebbe però una funesta illusione il credere che l’efficacia del sacramento, l’opus operatum, dispensi le anime dalla cooperazione nel procurare la loro salvezza. Uno degli effetti della Santissima Eucaristia, « tamquam antidotum, quo liberemur a culpis quotidianis, et a peccatis mortalibus praeservemur » [11], consiste appunto nel dare la forza per la lotta contro il peccato. La vita del cristiano, che s’informa all’esempio di Cristo, è vita di combattimento contro il demonio, il mondo e la carne. Il darsi al quietismo non è stato mai un bene, e un bene è oggidì, meno che mai, nella Chiesa come società, e nella vita religiosa di qualsivoglia persona. Possano i fedeli, i quali ascoltano dai pergami la parola di Dio, schiudere con avida brama il loro spirito alla cognizione della verità e della vita soprannaturale, che viene loro offerta; ma a tale cognizione è necessario che facciano seguire l’osservanza dei comandamenti e che, perseverando nelle opere buone, crescano e si rinvigoriscano nella grazia.

 Non è nostra intenzione favorire un duro rigorismo. Chi ha cura di anime sa con benevola comprensione aver riguardo alle persone e alle circostanze, che consigliano mitezza e adattamento nelle cose non essenziali. Ma l’inflessibilità della ragione e del dovere possiede un largo campo irriducibile là dove imperano i comandamenti di Dio, obbliganti sempre e dappertutto alla volontaria sommessione e abnegazione di se stessi e delle proprie passioni, al dominio delle male inclinazioni e al rafforzamento del proprio coscienzioso volere per i momenti delle più gravi risoluzioni.

L’eroismo, Cristo non lo rinvenne in tutti; a chiunque manifestava anche soltanto una traccia di buona volontà porgeva la mano e ispirava coraggio; al tempo stesso però non si astenne dall’enunciare le più alte domande: «Se alcuno vuol tenermi dietro, rinneghi se stesso e prenda ogni giorno la sua croce e mi segua » [12]. « Siate perfetti, come è perfetto il Padre vostro celeste » [13]. Per condurre gli uomini a così alta meta, la Chiesa tutti soccorre, sempre con l’intento di più e più avvicinare alla perfezione del Padre celeste quanti credono in Cristo e praticano i suoi insegnamenti e comandi.

Il decalogo fondamento dell’ordine morale

Essa sta sul monte, visibile a tutti, « madre de’ santi, immagine della città superna »‚ mentre pur apparisce che lo scristianamento intorno a lei ha guadagnato e guadagna terreno. Ma questo fatto, per quanto doloroso, deve forse scoraggiarvi nel vostro ministero e nel vostro apostolato? La Chiesa è là sul suo fondamento, inflessibile alle defezioni e alle persecuzioni, perché essa è la forza di Dio e di Cristo. Fu detto che, se Dio non vi fosse, bisognerebbe inventarlo [14]: senza un Dio che abbia segnato agli uomini la distinzione e i confini del bene e del male, non splenderebbe alla ragione una legge di moralità su questa terra. Là ove domina la fede in un Dio personale, rimane saldo l’ordine morale, determinato dai dieci precetti del decalogo; altrimenti, o prima o poi, miseramente crolla. Soltanto là ove quest’ordine illumina la mente, dirige il cuore e impera alle passioni, la vita dei singoli individui e delle comunità ha sostegno e vigore, e si mostra degna della creatura ragionevole. Poiché esso solo assicura e nobilita la dignità umana, i cui lineamenti si identificano con quelli del decalogo; cosicché solamente se opera entro quell’ordine, entro quel limite dei dieci comandamenti, la libera volontà grandeggia nella virtù e nei suoi atti, come « lo maggior don, che Dio per sua larghezza – fesse creando » [15] all’uomo. Quando invece esce da quei confini e fa lecito ogni suo libito [16], voi la vedete tramutarsi in un torrente impetuoso, che ha lasciato il suo alveo e, varcati gli argini, si riversa attraverso la regione, recando devastazione e morte. Non è forse vero che senza quei legami la libera volontà è più pericolosa e audace che il naturale istinto degli animali selvatici o feroci? Le masse umane, che non conoscono Dio nella religione, non si possono alla lunga frenare e reggere se non col terrore; ma il terrore è la fine e la morte della dignità e della libertà umana.

Oggigiorno la umanità, che non ha chiusi gli occhi sopra i movimenti sociali, vede e contempla tale concatenazione di tristi cause ed effetti e le amare e dolorose loro conseguenze. Se la elevata prosperità materiale delle ultime generazioni tenne in qualche modo lontani i rovinosi mali derivanti dall’allontanamento da Dio, o almeno li ricoprì, quando umanamente parlando vi sarebbe potuto essere motivo di scoraggiamento; al presente, in questo tempo di miseria, senza nome e soccorso, che ha fatto scomparire ogni alta floridezza economica, ecco che in mezzo al disfacimento dei pubblici ordinamenti, mentre la convivenza umana avrebbe tanto più bisogno delle forze religiose e morali, si fa invece tristemente sentire la diminuzione della fede in Dio e della osservanza dei suoi comandamenti. Ciò che ci insegnano l’esperienza e la contemplazione di quest’ora tragica è quasi un insegnamento intuitivo dell’ammonimento della Sacra Scrittura, la quale proclama che l’uomo, libero di risolversi, deve sapere quel che egli sceglie, acqua o fuoco, vita o morte: ciò che preferisce gli sarà dato [17]. Il tempo, che sì fieramente volge e trascina nel sangue e nel dolore tanti popoli e nazioni, è veramente tale da far sentire e ascoltare i comandamenti di Dio non come voce di molesta coazione, secondo che si amava di rappresentarli nei giorni di prosperità esteriore e di benessere materiale, ma come lieta novella, come promessa, di protezione, salvezza e redenzione; e così possiate voi annunziarli al popolo!

II. DEI COMANDAMENTI DI DIO
IN PARTICOLARE

Il principio di autorità

Se noi guardiamo ora i comandamenti di Dio singolarmente, si può ben dire che ognuno di essi è divenuto un grido di allarme: ognuno addita gravi pericoli morali. I tempi passati hanno veduto anch’essi seri disordini: chi potrebbe negarlo? Ma alcune colonne, che sostenevano l’ordine etico, innanzi tutto la fede in Dio, l’autorità dei genitori e dei pubblici poteri, rimanevano pur sempre salde e intatte. Oggi voi vedete tutto l’edificio della morale minato, insidiato e sconvolto. Un segno caratteristico di tale decadenza è che col venir meno della fede in Dio, e con la simultanea esagerazione ed abuso che non di rado si fa della potestà pubblica, non solo le forme concrete, ma anche il principio stesso di autorità divengono « pietre di scandalo » e incontrano rifiuto.

Crediamo tuttavia che a risanare e migliorare tale stato di cose due rimedi particolarmente gioverebbero. In primo luogo, si restituisca l’autorità dei genitori in tutti i suoi diritti, anche colà ove essi fossero stati ristretti o assorbiti, per esempio nel campo della scuola e dell’educazione. Poi tutti coloro che hanno una pubblica autorità, tutte le classi dirigenti fino ai datori di lavoro e agli educatori della gioventù, precedano essi stessi con l’esempio di una vita timorata ed esercitino il potere morale inerente al loro ufficio conforme alle leggi della giustizia e dell’amore. A tale modello di probità il mondo rimarrebbe ammirato, vedendo quali prodigi di pubblica tranquillità e fiducia potrebbero scaturirne.

Il rispetto del diritto e della vita umana

Nel terreno della reciproca lealtà e veracità regna e si espande un’aria viziata, entro la quale le persone di buona fede si sentono mozzare il respiro. Chi avrebbe aspettato che dopo tutta l’altera civiltà e la superiore cultura, che furono vanto delle età precedenti, il rispetto verso il diritto avrebbe incontrato pericoli e cimenti e violazioni, quali soltanto i periodi più oscuri della storia conobbero? Ma anche in tale materia la chiave di ogni soluzione è data dalla fede in un Dio personale, che è fonte di giustizia e ha riservato a sé il diritto sulla vita e sulla morte. Non altro che questa fede varrà a conferire la forza morale di osservare i dovuti limiti di fronte a tutte le insidie e le tentazioni di varcarli; tenendo presente allo sguardo che, eccettuati i casi della legittima difesa privata, della guerra giusta e guerreggiata con giusti metodi, e della pena di morte inflitta dall’autorità pubblica per ben determinati e provati gravissimi delitti, la vita umana è intangibile.

Ma troppo lungo sarebbe, se volessimo trattare con voi di ogni comandamento in particolare. Ci restringeremo pertanto ad alcune indicazioni che Ci sembrano nel momento presente tra le più importanti per la cura spirituale dei fedeli. Sui comandamenti chiamati « della prima tavola »‚ che riguardano Dio [18], stimiamo opportune due osservazioni.

Il culto da rendersi a Dio

La prima concerne il senso stesso del culto da rendersi a Dio, senso che negli ultimi cento anni si è venuto oscurando anche in mezzo ai fedeli. Se infatti in ogni tempo accade che nel santuario della vita religiosa personale gli uomini cerchino e si studino di far avanzare il proprio interesse, questo si vide oltre misura verificato e provato sotto l’influsso della superba e vanitosa cultura materialistica, che signoreggiò le moderne generazioni. Si vollero ridurre i rapporti tra Dio e l’uomo all’aiuto di Dio nelle occorrenze materiali e terrene; per il resto l’uomo volle fare da sé quasi che più non avesse bisogno del sostegno divino. Il culto di Dio divenne un concetto dell’utile; la religione dalla sfera dello spirito cadde in quella della materia. La pratica religiosa non usava che chiedere favori al cielo per i bisogni della terra, facendo quasi i conti con Dio; la fede vacillava, se l’aiuto non rispondeva al desiderio. Che religione e fede avanti ogni altra cosa importino adorazione e servizio di Dio; che vi siano comandamenti di Dio, i quali obbligano sempre, in ogni luogo e in tutte le circostanze; che per il cristiano la vita futura domini e determini la terrena; questi concetti e queste verità, che reggono e guidano l’intelletto e la volontà del credente, erano divenuti estranei al pensiero e al sentimento dello spirito umano.

A tale traviamento qual rimedio conviene opporre? Fa d’uopo che le grandi verità e i grandi concetti della fede ritornino, come vita e realtà, in tutte le classi del popolo, nelle superiori ancor più che in quelle diseredate e provate dall’indigenza e dalla miseria di quaggiù. Bisogno più urgente di questo nell’educazione religiosa non vi è forse al presente, che non solo lo esige, ma facilita anche il provvedervi, perché quanto adesso di mali e di sventure l’umanità sperimenta per la decadenza della morale e della giustizia, viene ad essere una correzione terribilmente aperta e dolorosa della falsa idea di Dio e della religione stravolta nella sua pratica.

È stato detto che il prodigio di questi anni sono i milioni dì fedeli che onorano Dio e lo servono, sottomessi ai suoi comandamenti, sebbene siano venuti a trovarsi in condizioni di strettezze indicibili. Certamente così devoti e impavidi cristiani, vanto della Chiesa, vi sono, e voi stessi, diletti figli, ne conoscete non pochi; adoperatevi con zelo, affinché crescano sempre più in numero tra i credenti affidati alle vostre cure.

La santificazione delle feste

Il culto di Dio, che nel corso della vita umana dovrebbe iniziare e chiudere ogni giornata, impone però doveri speciali per la santificazione delle feste; e qui cade la seconda Nostra osservazione. Non si può certo far rimprovero alla Chiesa di voler applicare il precetto domenicale con eccessiva durezza, a lei che lo determina e lo regola con quella « benignitas et humanitas » [19], di cui le diede esempio il suo divin Fondatore. Ma contro la profanazione e il tramutamento laico del sacro giorno della domenica, che con ritmo crescente lo vengono spogliando del suo carattere religioso, e in tal guisa allontanano gli uomini da Dio, la Chiesa, custode della legge divina, deve opporsi e far fronte con santa fermezza. Anche qui l’opera zelante della cura pastorale, pur usando ogni mitezza nei casi di necessità e ogni riguardo verso anormali situazioni economiche e sociali non possibili a mutarsi d’un colpo, ha da essere ampia e procedere nella seguente direzione: Sospensione delle opere servili nella domenica e nelle altre feste di precetto, specialmente in pubblico. Le orribili distruzioni causate dalla guerra appariscono alla pietà cristiana come una spaventosa manifestazione dei danni che l’aver profanato la domenica ha portato con sé. Ma se dalla vita pubblica noi entriamo nella privata, chi non vede quanto convenga che anche la famiglia sia educata a limitare il lavoro domenicale allo stretto necessario, così da permettere e accordare a tutti, anche ai domestici, il riposo festivo?

Fronte ha da far la Chiesa anche contro l’assorbimento e la distrazione derivanti dallo « sport » eccessivo, cosicché non rimane più tempo per la preghiera, per il raccoglimento e per il riposo; i membri della famiglia vengono l’uno dall’altro forzatamente separati, i figli rimangono alienati e fuori della vigilanza dei loro genitori. Fronte senza timore contro quei divertimenti, i quali, come il cinematografo immorale, tramutano la domenica in giorno di peccati. Finalmente deve darsi il debito riposo e ristoro festivo, che torna sopra ogni altra cosa a vantaggio dell’elevazione religiosa, del rinnovamento spirituale e del concorde avanzamento della vita di famiglia.

È vero che il ritorno alla santificazione delle feste nelle grandi città moderne domanda a chi ha cura delle anime uno zelo eroico e un lavoro quasi sovrumano; però da tale ritorno molto dipende quel più e quel meglio che si fa non solo per la salute delle anime dei fedeli, ma anche per la salvezza della famiglia e per il risanamento della vita sociale contro le forze dissolventi del malcontento, della irritazione e del decadimento dello spirito nelle cose puramente terrene e materiali.

Roma centro e madre della civiltà cristiana
e i pericoli che la minacciano

Per la città di Roma la santificazione delle feste prende anche e possiede una sua nota e un suo aspetto speciale. Roma è il centro della Chiesa cattolica; città santa, per la copia dei suoi monumenti cristiani e dei suoi ricordi storici, per le sue Basiliche, per le sue funzioni sacre e solenni, a cui in tempo di pace da ogni parte affluiscono i fedeli, che nel loro concetto e nel loro cuore la venerano come ispiratrice, animatrice e glorificatrice di santità. Quale penosa delusione sarebbe per tutti coloro, nella cui patria il precetto domenicale viene pienamente rispettato, osservato e mantenuto, se qui in Roma non trovassero altro che una delle tante grandi città, le quali con la loro profanazione delle feste sono corresponsabili nel disfacimento dell’ordine mondiale cristiano?

Noi abbiamo fiducia che un tale danno non sia mai per verificarsi e che il genuino e vero popolo romano non cesserà di rifulgere quale esempio di religione e di pietà. Ma in questo incontro con voi, e in vista della crescente minaccia che incombe sull’Urbe, non possiamo tralasciare di dire apertamente: Se le metropoli di Atene e del Cairo per ragioni storiche e religiose furono risparmiate da attacchi bellici per convergente riguardo di ambedue le Parti belligeranti, Noi non rinunziamo alla fiduciosa speranza che queste vorranno e sapranno ben comprendere e riconoscere quanto più la Eterna Città abbia diritto di reclamare un eguale rispetto della sua incolumità. Sarebbe per i secoli una macchia e un’onta non mai cancellabile, se infine anche Roma, unica e incomparabile nello sviluppo politico e culturale del genere umano, e già per quasi venti secoli centro e madre della civiltà cristiana, dovesse, per motivi, considerazioni o difficoltà militari, con buon volere sempre e in ogni caso superabili, cadere vittima della furia devastatrice di questa terribile guerra; durante la quale già tanti meravigliosi edifici, in Italia e all’estero, nell’uno e nell’altro campo dei combattenti (ultima per tempo, ma non per l’altissimo pregio di antiche memorie, la celebre Abbazia di Monte Cassino), sono rimasti, spesso irrimediabilmente, danneggiati o distrutti.

Non moechaberis! – Il « matrimonio in film »

Dio, il nome di Dio e il culto di Dio costituiscono la « prima tavola »; il prossimo, i doveri e i diritti della vita umana appaiono nella « seconda tavola »‚ la quale con la prima forma il decalogo, quasi a quel modo che l’amore di Dio e l’amore del prossimo si uniscono a fare un amore solo che da Dio si riversa sul prossimo. Più numerosi sono i precetti contenuti in questa « seconda tavola », che meriterebbero molte osservazioni; ma come potremmo Noi omettere di ricordare le parole « Non moechaberis » [20]? È dir troppo, se Ci rammarichiamo che contro tale comandamento proprio i Paesi, che si vantano più civili, presentano uno spettacolo di più profonda devastazione morale, e se aggiungiamo che le sue vestigia sono visibili fin nella eterna Città? Noi ben sappiamo — e ne parlammo ampiamente in altra occasione — quanto anche le riforme economiche e sociali convenga che efficacemente influiscano a salvare il matrimonio e la famiglia; ma tale salvezza, in fin dei conti, rimane un dovere e un ufficio religioso, il cui processo curativo ha da prendere le mosse dalla radice. L’intera concezione del campo della vita, che rientra nel sesto comandamento, è infettata da ciò che si potrebbe chiamare « il matrimonio in film »‚ il quale altro non è se non una irriverente e impudica mostra delle contaminazioni del matrimonio e delle infedeltà coniugali, che trascina a vedere le nozze svincolate da ogni legame morale, soltanto come scena e fonte di piacere sensuale, e non come opera di Dio, come santo istituto, ufficio naturale e felicità pura, in cui l’elemento spirituale sempre sovrasta e domina, come scuola e in pari tempo trionfo di un amore fedele fino alla tomba, fino alla porta dell’eternità. Far rivivere tale visione cristiana del matrimonio fra i fedeli non è forse un dovere della cura delle anime?

È necessario che la vita coniugale venga di nuovo rivestita e circondata di quel rispetto, di cui la sana e incorrotta natura e la rivelazione fin dal principio l’adornarono: rispetto per le forze, che Dio ha mirabilmente infuse nella natura per suscitare nuove vite, per edificare la famiglia, per la conservazione del genere umano. L’educazione dei giovani alla castità dei pensieri e degli affetti, alla continenza prima del matrimonio, non è l’ultima meta, a cui tende e mira la pedagogia cristiana, ma ben la dimostrazione della sua efficacia a formare lo spirito contro i pericoli che insidiano la virtù. Il giovane, che affronta e vittoriosamente sostiene la lotta per la purezza, osserverà anche gli altri comandamenti di Dio e sarà atto a fondare una famiglia secondo i disegni del Creatore. Come si potrebbe invece sperare e attendere castità e fedeltà coniugale da un giovane, che non seppe mai vincere se stesso e signoreggiare le sue passioni, disprezzare i cattivi inviti e i mali esempi‚ e che si è permesso avanti le nozze ogni disordine morale?

Se il curatore di anime — come ne ha obbligo sacro innanzi a Dio ed alla Chiesa — vuole ottenere vittoria contro i due cancri della famiglia, l’abuso del matrimonio e la violazione della fede coniugale, deve formare, crescere e istruire coi lumi della fede una generazione, che fin dai primi anni abbia appreso a pensare santamente, a viver castamente, a dominare se stessa.

Pensare santamente soprattutto della donna. Il « matrimonio in film » ha in questa materia agito nel modo forse più funesto; ha tolto all’uomo il rispetto della donna, e poi alla donna il rispetto di se stessa.

Possano l’educazione e la cura delle anime ricondurre le menti e i cuori all’antico e puro ideale della donna, additando loro l’Immacolata Vergine e Madre di Dio Maria, la tenera e fiduciosa venerazione verso la quale è stata in ogni tempo conservazione e salvezza dell’onore femminile!

Il settimo comandamento

Un’ultima parola dobbiamo aggiungere sul settimo comandamento, considerando le presenti condizioni economiche, che il turbine della guerra ha così disastrosamente sconvolte. In tale argomento ci giova far Nostra la severa ammonizione di San Paolo: « Nessuno soverchi o faccia frode al proprio fratello negli affari, perché il Signore fa giustizia di tutte queste cose » [21]. Se un tale ammonimento tornerebbe già opportuno in una normale e tranquilla disposizione di vita sociale, riesce ancor più conveniente e necessario nelle odierne confuse e agitate circostanze della convivenza fra gli uomini, per un duplice motivo.

Primieramente i tempi di scosse e di perturbamenti economici, quali sono i presenti, esigono doppiamente l’esatta osservanza del settimo e del quinto comandamento concernenti i beni e la vita del prossimo, perché altrimenti troppo grande diviene il pericolo che lealtà e fedeltà di agire e di trattare vicendevolmente svaniscano a tal segno da rendere poco meno che impossibile e insopportabile il vivere civile. Quando un argine è minacciato di rottura dall’impeto della corrente, non s’indebolisce, ma si rafforza.

In secondo luogo nelle immense miserie, nella mancanza di abitazione e di alimenti, in cui le atrocità della guerra hanno precipitato milioni di viventi umani, non fa meraviglia che la disonestà nel maneggio degli affari, il temerario e perverso sfruttamento delle difficoltà presenti, e particolarmente l’imposizione di prezzi esorbitanti e l’illecito accaparramento delle cose necessarie alla vita, divengano, molto più facilmente che in età quiete e pacifiche, oltraggio alla comunità del popolo e violazioni di giustizia che gridano verso Dio. Ognuno vede e comprende quanto sia necessario di prevenire simili tentazioni e vigilare se stessi, non solo con la coscienziosa probità nei rapporti di mio e tuo, ma altresì con imperturbato e vivo senso e generosa mano per tutto ciò a cui inclina e sospinge la carità cristiana e che la giustizia sociale domanda.

Dalle opere di misericordia: dar da mangiare agli affamati, dar da bere agli assetati, vestire gli ignudi, alloggiare i pellegrini, visitare gli infermi e i carcerati, — oh, come tutti questi dolori e affanni dalla vicina realtà risuonano nell’ora presente alle nostre orecchie! — non dipendono forse, secondo la solenne assicurazione di Cristo, nell’estremo giudizio la benedizione o la maledizione, il gaudio o il dolore per tutta l’eternità [22]? Sì: alla gloria o alla infelicità eterna mena la trascuranza o l’atto della misericordia; e lo stesso crediamo di poter affermare per ciò che riguarda le opere compiute od omesse della giustizia sociale.

La dottrina sociale della Chiesa

Questo Noi rileviamo anche rispetto ad alcune nuove e pericolose dottrine e tendenze, che trovano buon viso e sequela fra non pochi giovani che si professano cattolici. Vogliamo sperare che coloro, i quali si lasciano trasportare da siffatte idee, siano mossi da rette intenzioni: Ci vediamo però nella necessità di rammentar loro la grave ammonizione del Nostro immortale Predecessore Pio XI nella sua Enciclica « Quadragesimo anno »: « Qui apostoli esse volunt inter socialistas, christianam veritatem plenam atque integram aperte et sincere profiteantur oportet, neque ulla ratione erroribus conniveant. Id imprimis satagant, si vere Evangelii praecones esse velint, ut socialistis ostendant eorum postulata, quatenus iusta sunt, ex principüs christianae fidei multo validius defendi et ex viribus christianae caritatis multo efficacius provehi ».

La Chiesa, società universale dei fedeli di ogni lingua e di ogni popolo, ha la sua propria dottrina sociale, da lei profondamente elaborata dai primi secoli all’età moderna, e nel suo svolgimento e perfezionamento studiata da ogni lato e sotto ogni aspetto. Il valore e la dignità della natura umana, redenta ed elevata all’ordine superiore dal sangue di Cristo e dalla grazia divina che la destina al cielo, stanno permanentemente innanzi agli occhi della Chiesa e dei cattolici, che sono sempre gli alleati e i propugnatori di ciò che è secondo natura; e perciò hanno ritenuto ognora come fatto innaturale che una parte del popolo, — chiamata con duro nome, che ricorda distinzioni romane antiche, « proletariato » — debba rimanere in una continua ed ereditaria precarietà di vita. Essi possono rivendicare a sé l’onore di aver combattuto in prima fila ogniqualvolta si è trattato di mitigare o migliorare quell’infimo stato del popolo per via legislativa. Ma la Chiesa, amica e custode com’è di ogni benessere familiare, pur lodando e accogliendo i provvedimenti di aiuto e di sollievo, tende, di là da essi, al raggiungimento di un ordine economico, che per la sua stessa struttura crei alla classe lavoratrice una condizione sicura e stabile: tutto ciò secondo le massime della giustizia sociale espresse ed esposte dal medesimo Nostro Predecessore: « Sua igitur cuique pars bonorum attribuenda est: efficiendumque, ut ad boni communis seu socialis iustitiae normas revocetur et conformetur partitio bonorum creatorum, quam hodie ob ingens discrimen inter paucos praedivites et innumeros rerum inopes gravissimo laborare incommodo cordatus quisque novit ». Le vie a questa meta i Papi in Atti molteplici e gli uomini cattolici di dottrina e di azione sociale hanno luminosamente additate con non minor forza di convincimento che maturità di riflessione e di giudizio.

Ma ciò che più importa è che la comunanza dei fedeli nell’ampia opera sua non dubiti di porre risolutamente e coraggiosamente in pratica i principi della dottrina sociale della Chiesa e sappia difenderli e propagarli; cosicché — come notavamo dapprima circa la discrepanza tra la cognizione religiosa e il fatto religioso — non abbia qui a verificarsi che le vedute sociali dei cattolici siano forti e la loro azione sociale debole. A nessun fedele sia dato motivo od occasione di ricorrere ad altri maestri di dubbia fede e di falsa scienza e di cercare altrove ciò che la Chiesa copiosamente offre: il campo, il disegno, l’ordine, l’esempio di attività sociale e di cristiana carità per la salvezza del genere umano dalla sua profonda miseria e per il suo rinnovamento nello spirito e nella forza di Gesù Cristo.

IL DECALOGO ARRA DI SALVEZZA
NELL’ORA PRESENTE

La presente ora apocalittica, che come uragano di distruzione e pioggia di sangue passa sopra la terra, chi ben ne consideri gli effetti religiosi e morali, non può a meno di ritenerla bisognevole di una nuova proclamazione del decalogo, che il divino Maestro, rispondendo a chi lo aveva interrogato quale fosse il più gran comandamento della legge, compendiò nella sua infinita sapienza in due precetti, dicendo che il massimo e primo è amare Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutta la mente; e che il secondo è simile al primo: amare il prossimo come se stesso, perché in questi due comandamenti gravitano tutta la legge e i profeti [23]. In quest’ora Dio e l’uomo, tutto ciò che è religioso e spirituale, che rimaneva come fuori del mondo e della visione degli uomini, sembra che risorga e riacquisti in mezzo agli universali dolori e lamenti una speciale vivacità e un senso più profondo, che penetrano e scuotono le più oscure latebre del cuore e i più riposti pensieri delle menti. Le verità religiose più semplici e una volta per tutti indiscusse, la divina Provvidenza che governa il mondo, la giustizia fra le genti che affanna pensatori e popoli, sono divenute grandi questioni, « pietre di scandalo »‚ intorno alle quali dibattono, si dividono e divergono gl’intelletti e le volontà operose degli spiriti, che a difenderle e sostenerle, per informare ad esse la propria vita, sentono la necessità di grande coraggio e di somma prontezza.

Nel mondo di oggi i dieci comandamenti di Dio sono i dieci scaglioni per salire la montagna della vita cristiana e della perfezione nella sequela di Cristo: duri e massicci scaglioni che, saliti, elevano l’uomo sopra l’oscuro abisso del decadimento morale. Sono quasi monti che si innalzano l’uno sopra l’altro, verso i quali l’umanità, che vuol salvarsi e ascendere a conquistare la vita, ha da sollevare e tener fissi gli occhi, perché dal superarli col soccorso divino può venire soltanto la salute e la gloria del trionfo. Tocca a voi, diletti figli, di contribuire a rendere gli uomini atti a ricevere questa salvezza, conducendoli sul monte del Signore, affinché Egli insegni loro le sue vie ed essi seguano i suoi pensieri [24].

Si degni lo Spirito Santo, « dator munerum, lumen cordium », nell’immensa sua liberalità, porre sulle vostre labbra quelle più giuste e appropriate parole, che illuminano le menti come fiaccole di verità e commuovono i cuori come fiamme di amore, e farle fruttificare con la pienezza della sua grazia!

Con tale augurio, e in pegno dei più eletti favori celesti, impartiamo a voi tutti, diletti figli qui presenti, a tutto il clero di Roma, a tutti i Nostri cari diocesani, con particolare affetto la Nostra paterna Apostolica Benedizione.


[1] Matth. 5, 17.

[2] Cf. Rom. 13, 8-10; 1 Cor. 12, 31.

[3] Cf. S. Th. 1a 2ae p. q. 100 a. 3.

[4] Cf. S. Th. 1a 2ae p. q. 71 a. 6.

[5] Io.,15, 10.

[6] Matth., 7, 21.

[7] 1 Cor. 6, 9-10; cf. Gal. 5, 19-20.

[8] Apoc. 2, 7. 11. 17. 26; 3, 5. 12. 21.

[9] Cf. Hefele, Beiträge zur Kirchengeschichte, Archäologie und Liturgik, Tübingen 1864, 1. Band, Ueber den Rigorismus in dem Leben und den Ansichten der alten Christen, pag. 16 e segg.

[10] Cf. Origen, Contra Celsum, III, 29-30.

[11] Conc. Trident. Sess. XIII cap. 2.

[12] Luc., 9, 23.

[13] Matth., 5, 48.

[14] Cf. Fiòdor Dostojevskij, I fratelli Karamàzov (traduzione dal russo) lib. 2 n.. 6 e lib. 5 n. 3

[15] Par. 5, 19-20.

[16] Cf. Inf. 5, 56.

[17] Cf. Eccli. 15, 17-18.

[18] Cf. Catech. ad parochos, p. III, 4 praecept. n. 3.

[19] Cf. Tit. 3, 4.

[20] Exod. 20, 14.

[21] 1 Thess. 4, 6.

[22] Matth. 25, 34-46.

[23] Matth., 22, 34-40.

[24] Cf. Mich., 4, 2.


*Discorsi e Radiomessaggi di Sua Santità Pio XII, V,
  Quinto anno di Pontificato, 2 marzo 1943 - 1° marzo 1944, pp. 185-207
  Tipografia Poliglotta Vaticana

 



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