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 DISCORSO DI SUA SANTITÀ PIO XII
AI PARROCI E AI QUARESIMALISTI DI ROMA*

Sala del Concistoro - Mercoledì, 16 marzo 1946

 

Paterno saluto

Ci torna sempre sommamente gradito di vedervi qui riuniti intorno a Noi, diletti figli, in questa ricorrenza del tempo e della predicazione quaresimale. Il Nostro primo pensiero va al Venerabile Fratello il Signor Cardinale Vicario, che con ferma volontà e illuminato zelo esercita il suo alto ufficio; e a lui volentieri associamo i fedeli collaboratori nel governo della Nostra amatissima diocesi di Roma. Ma queste parole di saluto paterno s'indirizzano anche a voi, sacri oratori, e a voi, parroci dell'Urbe, che dovete portare — non pochi in assai larga misura — il Pondus diei et aestus (Matth. 20, 12), le privazioni e le penose rinunzie di questi aspri e duri anni. Il Signore, che vede le vostre opere, la fatica e la pazienza vostra (cfr. Apoc. 2, 2), ve ne darà la ricompensa.

Contrasti di miserie e di angosce, di conforti e di speranze

Anni ardui, anni sconcertanti per le vicissitudini degli avvenimenti più straordinari e disparati, per l'alternarsi e il confondersi del bene e del male, anni trascorsi nelle miserie e nelle angosce, ma al tempo stesso, col superno presidio della Provvidenza divina, in mezzo agli attestati della sua infinita misericordia. Anni difficili e pieni di contrasti, anche per lo zelante pastore, cui la cura delle anime ha imposto singolari esigenze e ha cagionato amare delusioni, ma ha procurato altresì soprannaturali conforti e prove della fecondità dell'opera sua.

Testimoni non di rado impotenti della marea crescente dei corrotti costumi, voi avete elevato a Dio il grido angoscioso ciel Salmista: « Mi trovo immerso in un fango profondo, e non vi è dove fermare il piede . . . Mi sono stancato col gridare, e le mie fauci son divenute rauche » (Ps. 68, 3-4). E davanti al decadimento delle anime che vi erano affidate, forse anche fra quelle a voi più care, avete esclamato gemendo : « Hanno messo nel mio nutrimento il fiele, e nella mia sete mi hanno abbeverato con l'aceto » (ibid. 22). Ma voi avete potuto osservare come il flagello della guerra, dovunque ha infierito, ha portato con sé i medesimi o almeno simili effetti. Per quanto doloroso sia un tale spettacolo, tuttavia i vostri cuori si sono aperti alla speranza che il sole della pace, levandosi sull'orizzonte, farà gradualmente abbassare quelle grandi acque. Ed infatti appariscono qua e là sintomi di resipiscenza, segni di notevole miglioramento.

Urgenti doveri

Ciò nondimeno, le conseguenze della guerra vi mettono sempre di fronte a numerosi e gravi doveri. Noi pensiamo soprattutto alla protezione della fanciullezza abbandonata, al risanamento delle profonde ferite inflitte specialmente alla santità del matrimonio, alla fedeltà coniugale; al qual proposito ripetiamo qui ciò che, or è un anno, ricordammo intorno alla questione del divorzio, che cioè il matrimonio fra battezzati validamente contratto e consumato non può essere sciolto da nessuna potestà sulla terra, nemmeno dalla Suprema Autorità ecclesiastica. A questi urgenti doveri si aggiunge l'altro, non meno grave, di ravvivare il senso del diritto e della giustizia in tutta la vita sociale e di promuovere sempre più le opere di carità cristiana.

 L'azione caritatevole

Noi stessi vogliamo proseguire, finché Ce ne sarà data la possibilità, la Nostra azione caritatevole verso gl'infelici che la guerra ha gettati nella indigenza in Roma e fuori. In Roma Ci piace di riconoscere la vostra valida cooperazione, e ve ne ringraziamo, sicuri come siamo che la continuerete con la stessa costanza e lo stesso zelo. L'organizzazione del soccorso per le vittime della guerra, anche fuori di Roma, ebbe il suo inizio e il suo sviluppo grazie alla instancabile solerzia delle varie Opere da Noi volute, fra le quali merita di essere segnalata la Pontificia Commissione di Assistenza. Molto si è già conseguito, al di qua e al di là dei confini d'Italia, con la cura per il rimpatrio dei profughi, con la istituzione di numerosi Refettori Pontifici, con la distribuzione di milioni e milioni di minestre, con l'assistenza ai prigionieri, ai reduci, ai danneggiati dalla guerra. Questa attività caritativa, sostenuta dalla benevolenza e dal concorso di tanti illustri Pastori, è andata ininterrottamente progredendo. Noi la menzioniamo per rendere umili e profonde azioni di grazie al Signore, datore di ogni bene, e per esprimere anche in questa occasione la Nostra riconoscenza verso tutti coloro, in Europa e nel mondo intero, che per amore di Dio hanno fatto a gara nel prestarCi il loro generoso aiuto. In questa nobile emulazione l'Episcopato e i cattolici di America si trovano in prima fila. Il movimento dei nostri magazzini, che, mercé loro tutti, si sono venuti senza sosta riempiendo a mano a mano che si vuotavano a sollievo dei poveri, è, per usare l'espressione dell'Apostolo S. Paolo, la prova visibile del loro amore e la giustificazione della Nostra lode (cfr. 2 Cor. 8, 24).

Valore e dignità della cura diretta delle anime

A misura che si svolgeva la serie degli avvenimenti di questi ultimi anni, già prima della fine della guerra, ma anche più dopo, soprattutto nel corso dei mesi passati, l'attenzione e l'attività Nostre sono state straordinariamente assorbite dalla sollecitudine di rispondere ai bisogni e alle istanze di tanta parte della Cristianità. Innumerevoli anime tendono con speranza e fiducia gli occhi e il cuore verso la Chiesa. Ma appunto questo spettacolo, sempre presente al Nostro spirito, Ci spinge a considerare particolarmente la cura diretta, immediata, delle anime, nella vita parrocchiale, nella quotidiana azione del sacerdote all'altare, sul pergamo, nel confessionale, nell'insegnamento, fra la gioventù, al letto dei malati, nei colloqui personali. Questo assiduo lavoro è stato ed è dappertutto e in tutti i tempi la base fondamentale e come la solida armatura che assicura la perenne vitalità della Chiesa.

Con tale lavoro la Chiesa apporta realmente alla restaurazione della società umana il prezioso contributo, di cui parlavamo in un Nostro recente discorso. Esso invero consiste nel formare l'uomo stesso, l'uomo completo, immagine e figlio di Dio, l'uomo preparato e pronto ad osservare fedelmente nell'ordine naturale e soprannaturale la consegna ricevuta da Dio, suo Creatore e suo Padre. Ma un tale uomo, come lo forma, come lo prepara la Chiesa se non soprattutto con la quotidiana cura delle anime? Questa educazione spirituale mira evidentemente in primo luogo alla vita soprannaturale ed eterna, ma al tempo stesso assicura alla società umana la dignità e l'ordine, la felicità e la pace. In tal guisa, nell'oscuro e incessante lavoro compiuto nel mondo intero dai sacerdoti su ciascuna delle anime in particolare, si appresta e si disegna l'ardua e grande opera della Chiesa per il maggior bene della umanità.

Così parlando a voi, diletti figli, Noi intendiamo di dare al vostro lavoro la lode che merita. Ma, anche più, abbiamo a cuore d'incoraggiarvi e spronarvi a stimarlo voi stessi in grado sempre più alto, per compirlo con una perfezione sempre crescente, fino alla più semplice confessione che ascoltate, al più elementare catechismo che impartite ai fanciulli.

Sollecitudine verso coloro che vivono lontani dalla Chiesa

Solleciti delle presenti condizioni della vita cristiana in Roma, vi esortiamo ancora una volta a non restringere, come pastori di anime, il vostro zelo a coloro che già da sé prendono parte alla vita della Chiesa, ma ad andare in traccia, con non minor ardore, dei traviati che vivono lontani da lei. Essi sono, come sapete, esposti a grave pericolo; non però irrimediabilmente perduti. Molti, forse i più, possono ancora essere guadagnati e richiamati sul retto sentiero. Tutto sta a prender contatto con loro. Ciò che essi attendono dal sacerdote, è il disinteresse e il senso di giustizia. Né l'uno né l'altro vi fanno difetto, diletti figli, a voi che li attingete ogni mattina dal Cuore stesso del Redentore. Fate dunque dell'accostare coloro che si sono alienati dalla Chiesa, del vivere insieme con gli affaticati e gli oppressi, lo scopo dominante dei vostri pensieri, il segreto e come l'anima della vostra operosità sacerdotale e apostolica.

II

La predicazione della fede

Il tema assegnato alla predicazione quaresimale di quest'anno è la prima parte del Simbolo Apostolico. Del « Credo » Noi abbiamo parlato già negli anni passati. Oggi vorremmo dire qualche breve parola sulla predicazione stessa della fede.

Che essa rappresenti una vera necessità, non abbiamo bisogno di dimostrarlo. Voi stessi ben conoscete quanto profonda sia la ignoranza religiosa, come molteplici e spesso grossolani siano gli errori e gli equivoci sulle verità più elementari della fede, e ciò non soltanto in mezzo al semplice popolo, ma altresì fra coloro che si lusingano di essere « intellettuali ». Questi ultimi si mostrano esigenti anche per ciò che riguarda la forma: occorre quindi che l'insegnamento religioso, parlato o scritto, sia presentato in uno stile agile e chiaro; altrimenti a che giova dire o scrivere le migliori cose, se non si riesce a farsi leggere od ascoltare?

La vera eloquenza

Le buone letture religiose sono in aumento. Senza dubbio non è alla portata di tutti il praticare lodevolmente un'attività letteraria, che richiede capacità e attitudine speciale; ma da ogni sacerdote, da ogni pastore di anime, da ognuno di voi, si attende una parola accurata e degna. E ciascuno di voi può realmente darla. Infatti non è tanto questione di arte, di facondia, di abilità oratoria, quanto piuttosto di intima convinzione personale. Quando S. Paolo negava di predicare con artifizio e ricercatezza, ciò ch'egli respingeva erano appunto gli ornamenti superflui, le sottigliezze vane, le ampollosità, le frasi d'effetto, tutta la farragine che disdice alla dignità e alla maestà del pergamo. Ma la forza dello Spirito, che era in lui, che dava alla sua parola potenza ed efficacia (cfr. 1 Cor. 2, 1-4), metteva in valore tutti i doni della sua ricca natura. Paolo, mosso dallo Spirito, restava pur sempre lui stesso. Da una tale unione dello Spirito e della natura nasceva la sua incomparabile, inimitabile eloquenza. In una misura modesta, anche la più modesta che si possa supporre, ogni predicatore partecipa di questa eloquenza, purché, assistito dallo Spirito Santo, rimanga tuttavia lui stesso, e purché, grazie all'uso che egli fa dei doni della sua natura, la parola sgorghi dalle sue labbra con un calore, un colorito, un suono suo proprio, che danno alla verità, identica in tutti, una forma personale e spontanea.

Il santo Curato d'Ars non aveva certo il genio naturale di un Segneri o di un Bossuet, ma la convinzione viva, chiara, profonda; da cui era animato, vibrava nella sua parola, brillava nei suoi occhi, suggeriva alla sua fantasia e alla sua sensibilità idee, immagini, paragoni giusti, appropriati, deliziosi, che avrebbero rapito un San Francesco di Sales. Tali predicatori conquistano veramente il loro uditorio. Chi è pieno di Cristo, non troverà difficile di guadagnare altri a Cristo.

Noi Ci auguriamo che la nobile brama di conquistare gli uomini per darli a Cristo non sia per voi l'origine di una altrettanto facile quanto funesta illusione. Grande sarebbe infatti l'errore del pastore delle anime, che dedicasse tutta la sua attenzione e tutti i suoi sforzi ai grandi discorsi per circostanze solenni, piuttosto che alle sue prediche domenicali e ai suoi catechismi settimanali; che si contentasse di affidare ai suoi vicari questa parte, la più umile, ma non sempre la più facile, del suo ministero. Prendete come esempio quei Paesi, ove il catechismo in chiesa e nella scuola è considerato uno dei più onorifici uffici del sacerdote, ove il parroco riserva a se stesso, dopo una seria preparazione, il privilegio d'insegnarlo in persona la domenica a giovani e ad anziani nella chiesa piena di popolo.

Oggetto della predicazione della fede

L'oggetto della predicazione della fede è la dottrina cattolica, vale a dire, la rivelazione con tutte le verità che essa contiene, con tutti i fondamenti e le nozioni che presuppone, con tutte le conseguenze che essa porta per la condotta morale dell'uomo, di fronte a se stesso, nella vita domestica e sociale, nella vita pubblica, anche politica. Religione e morale nella loro stretta unione costituiscono un tutto indivisibile; e l'ordine morale, i comandamenti di Dio valgono egualmente per tutti i campi dell'attività umana, senza eccezione alcuna; fin dove questi giungono, si estende anche la missione della Chiesa, e perciò anche la parola del sacerdote, il suo insegnamento, le sue ammonizioni, i suoi consigli ai fedeli affidati alle sue cure. La Chiesa cattolica non si lascerà mai chiudere nelle quattro mura del tempio. La separazione fra la religione e la vita, fra la Chiesa e il mondo è contraria alla idea cristiana e cattolica.

Diritti e doveri del sacerdote nelle questioni
riguardanti la vita pubblica

Concludiamo con alcune proposizioni più precise e concrete :

1°) È un diritto, e al tempo stesso un dovere essenziale della Chiesa di istruire i fedeli, con la parola e con gli scritti, dal pulpito o nelle altre forme consuete, intorno a tutto ciò che concerne la fede e i costumi, ovvero che è inconciliabile con la sua propria dottrina, e quindi inammissibile per i cattolici, sia che si tratti di sistemi filosofici o religiosi, o degli scopi che si propongono i loro fautori, o delle loro concezioni morali riguardanti la vita così dei singoli come della comunità.

2° L'esercizio del diritto di voto è un atto di grave responsabilità morale, per lo meno quando si tratta di eleggere coloro che sono chiamati a dare al Paese la sua costituzione e le sue leggi, quelle in particolare che toccano, per esempio, la santificazione delle feste, il matrimonio, la famiglia, la scuola, il regolamento secondo giustizia ed equità delle molteplici condizioni sociali. Spetta perciò alla Chiesa di spiegare ai fedeli i doveri morali, che da quel diritto elettorale derivano.

3°) L'articolo 43 del Concordato del 1929 vieta agli ecclesiastici in Italia « d'iscriversi e militare in qualsiasi partito politico ». La Chiesa intende di far rispettare fedelmente questa disposizione, pronta anche a reprimere e a punire eventuali infrazioni di tale obbligo da parte di singoli ecclesiastici, e non pensa in alcun modo, dal canto suo, d'ingerirsi in questioni meramente politiche, nelle quali lascia ai cattolici, in quanto tali, piena libertà di opinione e di azione. Ma, d'altra parte, non può rinunziare al diritto suaccennato, né potrebbe ammettere che lo Stato giudichi unilateralmente il sacerdote nell'esercizio del suo mini stero, applicando anche sanzioni punitive, né in ogni caso che lo deferisca al magistrato penale senza intesa con l'Autorità ecclesiastica, come prescrive l'articolo 8 del Concordato medesimo.

4°) Il sacerdote cattolico non può essere semplicemente equiparato ai pubblici ufficiali o agli investiti di un pubblico potere o funzione civile o militare. Questi sono impiegati o rappresentanti dello Stato, da cui, salva sempre la legge divina, dipendono e del quale curano i legittimi interessi; lo Stato perciò può emanare disposizioni attinenti alla loro condotta anche nelle questioni della politica. Il sacerdote invece è ministro della Chiesa ed ha una missione che, come abbiamo già accennato, si estende a tutta la cerchia dei doveri religiosi e morali dei fedeli, e nell'adempimento della quale egli stesso può essere quindi obbligato a dare, sotto quell'aspetto, consigli o istruzioni riguardanti anche la vita pubblica. Ora è evidente che gli eventuali abusi di una tale missione non possono essere per se stessi lasciati al giudizio dei poteri civili, esponendo inoltre i pastori delle anime ad impedimenti e a molestie provocate da gruppi non bene affetti verso la Chiesa, sotto il facile pretesto di voler separare il clero dalla politica. Non si dimentichi che appunto con l'appiglio di voler combattere il cosiddetto « cattolicismo politico », il nazionalsocialismo, il quale in realtà non mirava che a distruggere la Chiesa, mosse contro di questa tutto quell'apparato di persecuzioni, di vessazioni, di spionaggio poliziesco, contro cui ebbero a difendersi e a lottare coraggiosamente, anche dal pergamo, uomini di Chiesa, il cui eroismo è oggi ammirato da tutto il mondo.

« Nella chiesa — dicevamo Noi stessi l' 11 luglio 1937 nel discorso inaugurale per il nuovo tempio di S. Teresa di Lisieux — Dio detta ai fedeli della nuova alleanza i precetti della sua santa legge. Dall'alto della cattedra, che si eleva nelle più maestose cattedrali o nella più umile chiesa di villaggio, la legge di Dio è predicata senza interruzione né debolezze. Dal pergamo riccamente scolpito, come dai poveri pulpiti tarlati, la stessa dottrina e la stessa legge risuonano attraverso i secoli, come attraverso i monti e gli oceani. Insieme con la Verità, la Giustizia vi si manifesta con la imperiosa legge del triplice dovere verso Dio, verso il prossimo, verso noi stessi, con la chiara e serena condanna di tutte le violenze inique, come di tutte le viltà criminali. Dall'alto di tutti i pulpiti di una potente Nazione, che cattivi reggitori vorrebbero trascinare nella idolatria della razza — proseguivamo con evidente allusione alla Germania nazionalsocialista di allora — la protesta indignata di un Pontefice ottuagenario è scesa improvvisa come la voce del Sinai, per ricordare i diritti imprescrittibili del Dio personale, del Verbo incarnato e del sacro Magistero di cui egli, il Sommo Pontefice, ha ricevuto il deposito. Sì, Iddio parla per la bocca dei suoi ministri e dei suoi rappresentanti » (cfr. Osservatore Rom. 12-13 luglio 1937, n. 160 [23.440], pag. 3).

Quanto a voi, diletti figli, quale miglior augurio potremmo indirizzarvi, terminando, di quello che faceva a se stesso l'Apostolo delle Genti, quando si raccomandava alle preghiere dei fedeli di Efeso: che vi sia concesso di predicare con tutta franchezza il mistero del Vangelo, e possiate con letizia e libertà parlare, come si conviene agli ambasciatori di Cristo (cfr. Eph. 6, I9-20)? E affinché la carità del divino Maestro empia i vostri cuori per il più gran bene naturale e soprannaturale dei Nostri diletti diocesani, a voi e a questi impartiamo con tutta l'effusione del Nostro animo paterno l'Apostolica Benedizione.


*Discorsi e Radiomessaggi di Sua Santità Pio XII, VIII,
 Ottavo anno di Pontificato, 2 marzo 1946 - 1° marzo 1947, pp. 13-21
 Tipografia Poliglotta Vaticana

 



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