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RADIOMESSAGGIO DI SUA SANTITÀ PIO XII
SULLA QUESTIONE ALIMENTARE NEL MONDO 

Giovedì, 4 aprile 1946

 

A tutto il mondo.

Stretto il cuore da intima angoscia, lanciamo oggi con questo Nostro messaggio un grido d’invocazione alla coscienza del mondo, al senso di responsabilità dei dirigenti nella politica e nella pubblica economia, alla umana comprensione e alla mutua generosità dei popoli

A quanti hanno occhi per vedere e orecchie per udire;

A quanti sono capaci di elevarsi al di sopra dei contrasti di pensiero, d’imporre silenzio ai rancori nati dalla guerra, e hanno conservato la mente e il cuore aperti, alla santa voce della fratellanza umana.

E in modo particolare a tutti coloro che, uniti con Noi nella fede cristiana, nutriti della dottrina e della legge di Cristo, sanno vedere, nel ricorso al loro animo fraterno, la pietra di paragone del sincero e profondo amore di Dio.

Appena uscita dal fiume di sangue che ha attraversato durante gli anni di guerra, la povera umanità sale, nella ricerca della pace, per un sentiero sempre più aspro, sempre più erto, sempre più ingombro di rovi. Ad ogni passo sorgono nuovi impedimenti ed ostacoli, la cui gravità, nella prima ebbrezza della vittoria faticosamente conseguita, ben pochi sospettavano.

Mentre gli Uomini di Stato si adoperano, nelle loro spesso difficili deliberazioni, a porre i primi fondamenti della ricostruzione politica ed economica e a togliere o almeno a mitigare le inevitabili discrepanze di opinioni e d’interessi, ecco che sorge dietro di loro lo spettro minaccioso della fame.

Chini sulle loro statistiche, i periti, a mano a mano che si allungano sotto i loro occhi le colonne di cifre, vedono farsi sempre più stringente l’amara certezza: Sopra almeno un quarto della popolazione totale del globo grava l’ombra sinistra della fame; attraverso immense contrade essa minaccia di mietere intiere moltitudini, il cui numero (se non vi si ponesse tempestivo rimedio) farebbe impallidire quello, già tanto impressionante, dei combattenti e dei non combattenti colpiti su tutti i fronti dell’ultima guerra.

Varie non prevedute né prevedibili circostanze sono venute ad aggravare le già formidabili difficoltà del vettovagliamento: nell’Europa orientale insufficiente coltivazione dei campi a causa degli avvenimenti bellici e del susseguente forzato allontanamento di gran parte della popolazione locale; cattive raccolte del grano nell’Europa meridionale e nei territori limitrofi; scarse raccolte, specialmente del riso, nell’Asia Orientale e sud-orientale; siccità nell’Africa meridionale.

Le conseguenze appariscono con una evidente chiarezza: un accresciuto e indispensabile bisogno di importazioni per l’Europa in questi mesi fino al prossimo raccolto; la imperiosa necessità di aiuto alle popolazioni degli altri territori che abbiamo nominati, i quali in tempi normali bastavano a se stessi.

Senza dubbio vaste regioni producono molto più del bisogno delle proprie popolazioni. Ma, senza parlare di quelle che si sono trovate pur troppo coinvolte anch’esse nella conflagrazione mondiale ed hanno subito le devastazioni della guerra e del dopoguerra; notevoli scorte già accumulate sono state durante il conflitto sottratte all’alimentazione umana ed utilizzate come foraggio per il bestiame, o sottoposte a lavorazioni chimico-industriali. Ad ogni modo, pur con le provviste ancora esistenti, la congiuntura con la prossima raccolta non potrà farsi che a gran pena e a condizione di adoperare tutti i possibili mezzi. Anche così, al principio della raccolta le riserve si troveranno estremamente scemate. La difficile condizione alimentare non sarà dunque neanche allora definitivamente rimossa, ma potrà (che Dio non voglia) persistere fino alla raccolta susseguente. Almeno sedici mesi dunque, durante i quali la preghiera, che anche in tempi di prosperità eleviamo tutti i giorni al Padre celeste, dovrà divenire sempre più intensa e supplichevole: Dacci oggi il nostro pane quotidiano!

Noi non dubitiamo che i popoli, i quali hanno dimostrato un così grande potere di organizzazione e un così eroico spirito di sacrificio per il conseguimento dei loro scopi bellici, daranno prova di queste medesime qualità ora che occorre strappare alla morte milioni di creature umane.

Si tratta di rendere libere le provviste ancora esistenti e di costituire poi le nuove; di impedire lo spreco dei viveri o il loro non necessario impiego ad altro fine immediato che non sia l’alimentazione umana; di evitare sconsigliate o ingiustificabili cessazioni del lavoro; di consacrare a tale scopo i mezzi adatti di trasporto; di prendere i provvedimenti finanziari opportuni; di cercare e di utilizzare tutte le possibilità di seminagione; cose tutte che richiedono abilità di organizzazione e spirito di sacrificio.

Ciò nonostante, se l’organizzazione, per quanto geniale e potente, si riducesse a non essere che una politica amministrativa; se lo spirito di sacrificio, anche portato fino all’eroismo; non si accendesse a un ideale più alto che quello di una semplice disciplina militare o nazionale; sarebbe ben poco. Il genere umano è minacciato dalla fame. E la fame è essa stessa causa d’incalcolabili perturbamenti, in mezzo ai quali la futura pace, ancora appena in germe, correrebbe pericolo di rimanere soffocata anche prima di nascere. Eppure la pace è tanto necessaria a ciascun popolo della terra!

Dinanzi a questo comune pericolo non vi è più posto per i pensieri di vendetta o di rappresaglia, né per brame di potere o di dominazione, né per alcun desiderio d’isolamento o privilegio di vincitore. Ciò è stato assai ben compreso nell’America del Nord. In questa grande offensiva mondiale contro la fame, gli Stati Uniti si sono messi generosamente alla testa del movimento; essi hanno posto al servizio di questa santa causa la loro gigantesca forza di produzione, hanno raddoppiato i loro sforzi per aumentare l’eccedenza delle derrate alimentari destinate alla esportazione. Noi sappiamo che anche il Canadà con la sua tradizionale liberalità percorre la stessa via. Dal canto suo la Gran Bretagna, mentre ha con provvida sollecitudine convocato nella sua Metropoli una Conferenza internazionale per le questioni del vettovagliamento, ha continuato a mantenere nell’uso di molti commestibili le restrizioni del tempo di guerra. È certo che anche un piccolo, appena sensibile razionamento dei paesi meglio provvisti renderebbe possibili risparmi di viveri, che apporterebbero ad altri popoli più duramente colpiti dalla carestia un notevole sollievo nei loro più urgenti bisogni. Perciò il Nostro sguardo si volge pieno di fiducia verso gli Stati dell’America Latina. Già in passato il nobile cuore dei loro cittadini, Nostri amatissimi figli e figlie, ha saputo mostrarsi largamente aperto a tutte le invocazioni della carità, a tutti i grandi interessi della umanità. Un’opera magnifica la Provvidenza divina ai giorni nostri ha affidata loro, per farne i dispensatori dei suoi doni; un’opera simile a quella che negli anni di carestia ebbe il patriarca Giuseppe, preposto all’amministrazione dei granai dell’Egitto. Veri granai del mondo, l’Argentina, il Brasile, hanno veduto, alla vigilia delle calamità presenti, le loro immense terre rispondere alle loro cure e ai loro metodi agricoli con una fecondità che ha superato quella dell’anteguerra. Essi sono quindi felicemente in grado di ristabilire in larga misura lo scosso equilibrio, portando soccorso ai fratelli più bisognosi.

Possa penetrare dappertutto il convincimento che la presente minaccia della fame è un pericolo comune, che deve congiungere tutti i popoli in una solidarietà e in una comunanza fraterna; la quale lascia dietro di sé tutte le differenze, tutti i contrasti, tutti gli interessi particolari. Che importa, in questo momento, di sapere ove furono le responsabilità, o quale sia stata la parte di ognuno nei torti o nelle negligenze fatali? Che importa di ricercare chi sia più o meno degno di aiuto? Ciò che veramente ora preme è che il soccorso giunga pronto, sufficiente, ovunque stringe il bisogno.

È oggi più che mai l’ora di prestare ascolto alle parole del Salvatore: «Tutte le volte che avete fatto qualche cosa a uno di questi minimi tra i miei fratelli, l’avete fatta a me » [1]. Ma anche d’intendere l’amara riprovazione che Egli rivolge a chiunque, per egoismo o per semplice indifferenza, non viene in soccorso del prossimo in stato di manifesta necessità. Praticamente questi ammonimenti indicano una grave responsabilità innanzi a Dio di tutti coloro che per le loro speciali qualità e per le loro condizioni sono chiamati ad allontanare quel pericolo, nella direzione o nella esecuzione, per ufficio o privatamente; una grave responsabilità innanzi a Dio di tutti quelli che con l’avvedutezza, la diligenza, la saggia economia, nella produzione, nei trasporti, nella distribuzione dei viveri, potrebbero alleviare la miseria di molti; una anche più grave responsabilità innanzi a Dio di coloro, il cui crudele egoismo, accumulando e occultando le provviste, o in altro qualsiasi modo, sfrutta odiosamente la miseria del prossimo, delle singole persone o dei popoli, a proprio personale profitto e forse anche per arricchirsi con illecite speculazioni o col più vile commercio.

Sarebbe però funesto di credere che la crisi possa essere superata fuorché nella tranquillità e nell’ordine pubblico. È necessario che tutti mantengano la calma. La storia ci mostra troppo spesso i disastrosi effetti dell’illusione, che spinge alla rivolta e al saccheggio le folle affamate. Sarebbe lo stesso che pretendere di fecondare i campi, seminando scintille nelle stoppie desolate. Guai a quelli che volessero destare l’incendio, eccitando a inutili sommosse! Guai a coloro che lo attizzano con lo spettacolo del loro lusso scandaloso e dei loro sprechi!

Lo spreco! Padri e madri di famiglia, fate che i vostri figli conoscano meglio quali sacre cose siano il pane e la terra che ce lo dà. Il tempo nostro lo aveva troppo dimenticato; da una onesta semplicità di vita, era insensibilmente sdrucciolato verso la ricerca e il soddisfacimento di gioie malsane e di bisogni fittizi; ed ecco che il Signore, facendo più raro il dono del suo pane, ha voluto con questa dura lezione richiamarlo sul retto sentiero. Possa questa lezione, docilmente compresa, servire allo stabilimento di un ordine migliore economico e sociale!

La morte, durante gli anni di guerra, è passata e ripassata lungo il fronte di battaglia, è penetrata nelle profondità dei territori, abbattendo al suolo innumerevoli vittime fra i combattenti e fra le popolazioni civili. È tempo che le sbarriamo il passo, ora che la vediamo apprestarsi a cagionare stermini incomparabilmente più vasti di quelli prodotti con le armi e col fuoco. Non permettiamo che essa incida su milioni di tombe d’innocenti fanciulli le parole tragicamente accusatrici: « I pargoli domandavano pane e non era chi loro lo desse » [2].

Voi tutti, singole persone o popoli; che siete in grado, in una maniera o in un’altra, di venire in soccorso dei vostri fratelli, ascoltate l’esortazione del Profeta: « Spezza il tuo pane a chi ha fame »[3]. Ma fissate il vostro sguardo sulla grande visione: non soltanto gli affamati della terra tendono in questo momento verso di voi le loro mani supplichevoli; Cristo stesso vi chiede il pane, di cui i suoi poveri hanno bisogno.

Ogni boccone di pane, che loro date, è dato a Lui. Ogni boccone, che loro negate, è negato a Lui. 

Verrà un giorno in cui ciò, che molti oggi ancora non vedono, diverrà manifesto agli occhi di tutti, quando il Giudice supremo apparirà nella maestà della sua giustizia per pronunziare dinanzi alla intiera umanità la sua sentenza senza appello. Infelici per sempre coloro, alle cui orecchie risonerà la terribile condanna « Andate via da me, maledetti, … poiché io ebbi fame e non mi deste da mangiare » [4].

Ma beati quelli che udiranno le divine parole infinitamente dolci: «Venite, o benedetti dal Padre mio,… perché io ebbi fame e mi saziaste. . . Tutto il bene che avete fatto al più piccolo dei miei fratelli, lo avete fatto a me »[5].


[1] Matth., 25, 40.

[2] Thren., 4, 4.

[3] Is., 58, 7.

[4] Matth., 25, 41-42.

[5] Matth., 25, 34-35-40.

 



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