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  DISCORSO DI SUA SANTITÀ PIO XII
AGLI ARTIGIANI DI CIVITA CASTELLANA*

Sala Clementina - Domenica, 27 marzo 1949

 

Voi ben conoscete, diletti figli e figlie, la gioia paterna che Noi proviamo, ogniqualvolta vediamo venire a Noi i lavoratori che, con coraggio talora eroico, obbediscono fedelmente alla gran legge che governa la vita dell'uomo dopo la caduta originale : « Con sudore del tuo volto mangerai il pane » (Gen. 3, 19). Ma la Nostra gioia si accresce, quando il frutto del loro lavoro attesta, per la sua utilità e la sua bellezza, l'amore col quale è stato compiuto. È il caso vostro.

Senza dubbio il lavoro è spesso penoso, ed accade anche talvolta che la fetta di pane, che esso procura, sia ben meschina. Noi abbiamo fatto e non cessiamo di fare quanto è in Nostro potere, non soltanto per venire in soccorso di coloro che si trovano in bisogno, ma anche per mettere di fronte alla loro responsabilità e ai loro doveri quelli che colpevolmente se ne sottraggono, rinnovando di frequente i Nostri severi ammonimenti. Però il Nostro buon volere, come quello di tanti uomini di cuore ed amanti della giustizia, urta non solo nella inerzia e nella incomprensione di molti, ma anche più nella volontà deliberata degli sfruttatori della miseria, i quali, senza apportare alcun aiuto efficace, sembrano non aver altro in mira che di aggravare il male, di ridurre all'impotenza quelli che vogliono lavorare e quelli che cercano di fornire loro un lavoro onestamente rimunerativo, di eccitare il malcontento, di spingere alla esasperazione, con funeste conseguenze per gl'interessi stessi dei lavoratori.

Ma la tattica più antiumana ed antisociale è di rendere il lavoro odioso. Ora invece il lavoro, se fa spesso sentire la fatica, anche dolorosa ed aspra, è però in sè stesso bello e nobilitante, perché prosegue, in quanto produce, l'opera iniziata dal Creatore ed è la generosa collaborazione di ciascuno al benessere di tutti.

Un tale pensiero sarebbe sufficiente a rendere amabile ogni lavoro, anche il più monotono e il più duro. Ma quanto maggiormente esso deve sostener voi nell'opera vostra! I saggi, che con filiale devozione Ci avete offerti, lo attestano eloquentemente. Noi che, nonostante la lontananza, viviamo costantemente col cuore in mezzo ai Nostri figli, chini, di giorno e spesso anche di notte, sul loro indefesso lavoro, vi vediamo, artigiani della ceramica, seguire con interesse, in ognuno dei suoi stadi, la trasformazione della materia tra le vostre mani e sotto l'azione del fuoco e ogni volta contemplare con amore il risultato ottenuto. E ciò è vero per voi tutti: non soltanto, cioè, per quanti tra voi eseguiscono e producono quelle meraviglie artistiche, quelle leggiadrie di forme, di disegni, di riflessi metallici, desti-nate espressamente alla sana ed elevante gioia degli occhi, ma anche per coloro, i cui prodotti industriali, adattati agli usi domestici, rallegreranno, con l'armonia e il buon gusto delle loro linee, con la bianchezza rilucente del loro smalto, il focolare ove andranno a servire.

Ma un'altra considerazione aumenta ancora la bellezza del vostro lavoro. L'arte vostra, regionale e tradizionale da tanti secoli, ha la nobile impronta di ogni attività che lavora la terra. L'agricoltore la cosperge dei suoi sudori e le affida la sementa, affinchè germini nel suo seno e poi fornisca all'uomo il pane nutritivo e le frutta gustose. Il minatore pena per strapparle i suoi tesori profondamente nascosti, a vantaggio della umanità. Anche voi lavorate la terra, per farla, da scura e informe, utile, bella e brillante.

Tutto ciò è realtà materiale; ma è anche immagine. Gesù, il divino Maestro, amava d'insegnare per mezzo di parabole (cfr. Marc. 4, 2, 33-34). Egli paragonò le nostre anime alla terra ove Egli semina i doni della natura e della grazia, che tocca a noi far fruttificare: noi non abbiamo il diritto di lasciar dormire, inutili a noi e al prossimo, i talenti ricevuti, di cui Egli ci domanderà conto. Questa terra, la lavora Egli stesso e c'insegna a lavorarla con Lui. Egli la impasta nelle vicissitudini quotidiane della vita, la sottopone al fuoco della prova, per fare anche dell'anima più umile, più misera agli occhi degli uomini, il suo capolavoro. Se nelle vostre fabbriche la terra potesse parlare, credete voi che essa si lamenterebbe del vigore delle dita che la foggiano, e che gemerebbe sotto la carezza bruciante del fuoco, che dà alla sua solidità bellezza e splendore?

Levate dunque gli occhi verso Dio; domandate a Lui soccorso, aiuto e conforto; abbiate fiducia in Lui; la sua mano è forte, ma è la mano di un Padre amantissimo, e il fuoco, per il quale vi fa passare, è quello del suo amore. Abbandonatevi docilmente alla sua azione, e voi troverete, anche quaggiù, la pace, una pace talvolta austera, ma pur sempre pace, che si schiuderà un giorno nella luce senza ombre e nella felicità senza fine.

Con tale augurio, impartiamo a voi, alle vostre famiglie, a tutte le persone che vi sono care, con effusione di cuore la Nostra paterna Benedizione Apostolica. 


*Discorsi e Radiomessaggi di Sua Santità Pio XII, XI,
 Undecimo anno di Pontificato, 2 marzo 1949 - 1° marzo 1950, pp. 379 - 382
 Tipografia Poliglotta Vaticana

 



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