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DISCORSO DI SUA SANTITÀ PIO PP. XII
AI PARTECIPANTI AL II CONGRESSO NAZIONALE
ITALIANO DELLA PIA UNIONE DEI PASTORI*

Castel Gandolfo - Martedì, 11 ottobre 1955

 

Il secondo Congresso Nazionale della Pia Unione dei Pastori, la quale, promossa dalla Pontificia Opera di Assistenza, con tanto fervore e con molteplici disposizioni di ordine economico, sanitario, caritatevole e religioso favorisce il bene della vostra classe, Ci ha procurato, diletti figli, un'altra volta la gioia di accogliervi e dì dirvi quanto siete vicini al Nostro cuore. Il vostro importante gruppo rappresenta i 35.000 capi di famiglia iscritti alla vostra Associazione, e a nome loro voi siete qui venuti a presentare la testimonianza del vostro affetto e a rendere in tal guisa l'omaggio dovuto al Pastore divino, Gesù Cristo, che si è degnato di affidare a Noi la cura del suo gregge.

Voi sapete che la storia della salvezza del mondo narrata dalla Sacra Scrittura utilizza l'immagine del pastore e del suo gregge come uno dei temi più frequenti, più familiari ed anche più significativi della maniera in cui Dio si comporta verso l'umanità per condurla secondo i suoi disegni. Più volte i Libri Santi dichiarano che il Signore protegge il suo popolo, come il pastore custodisce il suo gregge, lo cura con sollecitudine, lo difende dai nemici, lo mena a erbose pasture, presso le fonti di acque ristoratrici, affinché vi trovi riposo (cfr. Ps. 23); quando poi Iddio vede cattivi pastoni, i quali non cercano che i loro propri interessi e fanno soffrire il gregge, allora annunzia che verrà egli stesso per raccogliere le pecorelle sperdute, vegliare su di esse e condurle in un paese di abbondanza e di pace, ove non avranno più nulla da temere e si adageranno in comodo ovile (cfr. Ez. 34, 1-30). Ed ecco che un dì questa promessa comincia ad effettuarsi: Dio apparisce sulla terra come un fragile bambino; i primi, che chiama intorno a sè, sono i pastori di Betlemme; i loro doni egli accetta prima di tutti gli altri, agnelli, forse, che rappresentavano così bene Colui, che si sarebbe chiamato l'Agnello di Dio.

Fra tutti i paragoni, coi quali Gesù volle far comprendere agli uomini che egli era, uno dei più commoventi non è forse quello del buon Pastore, che conosce tutte le sue pecorelle, come queste conoscono lui? Egli le chiama per nome, ed esse lo seguono senza difficoltà, senza timore, ben sapendo che le condurrà in luogo sicuro e che le difenderà sino a dare la sua vita per esse (cfr. Io. 10, 1-16).

Voi vedete, diletti figli, come il Signore aveva compreso la vostra vita, il vostro lavoro, e come amava le virtù che distinguono il vero pastore: la dedizione, la semplicità, il distacco da tutte le vanità che passano senza lasciare dietro di sè che amarezza o delusione. Voi non godete ordinariamente molto delle agevolezze della civiltà moderna; conosciamo anzi le pene, le angustie, di non pochi fra voi, specialmente della montagna, come il bisogno urgente di porvi efficace rimedio; sappiamo altresì che il vostro Congresso Nazionale sta esaminando questi gravi problemi e studiando i necessari provvedimenti, e facciamo voti per il più felice successo dell'opera vostra. Ma Ci sia lecito, a vostro conforto, di considerare in cambio il lato favorevole e sereno della vostra condizione. Voi avete a vostra portata beni solidi e preziosi. Invece di trascorrere la giornata in una città rumorosa, in un ufficio, in una fabbrica, sottoposti al ritmo monotono di una attività spesso snervante, voi siete allietati dalla visione magnifica della natura e dall'avvicendarsi delle stagioni, che Dio stesso ha disposto nella sua creazione; avete il silenzio e la solitudine, così propizi alla preghiera, alla meditazione. Naturalmente le belle immagini del Vangelo debbono tornarvi alla memoria, quando attendete alle occupazioni ordinarie che importa la custodia del gregge. E voi pensate al divin Pastore, che in simile modo si china sulle vostre anime, per condurle a lui, consolarle, confortarle, dar loro il nutrimento di cui hanno bisogno. « Io sono venuto, egli dice, perchè abbiano la vita, e l'abbiano sovrabbondante » (Io. 10, 10).

Ma il Signore non si occupa soltanto di voi con una affezione infinita; egli vi domanda altresì di collaborare, in quanto è da voi, all'opera sua, per riunire tutti gli uomini e guadagnarli suo amore: tutti, compresi i peccatori, gli smarriti, gli empi, di ogni nazione e di ogni stirpe, non debbono più formare che un solo gregge sotto la custodia di un solo pastore. Lo scopo precipuo della vostra Pia Unione è di mostrarvi tutto il valore  soprannaturale della vostra vita. Voi non lavorate così soltanto per voi stessi o per il servizio di un padrone terreno, ma per contribuire, nei limiti delle vostre possibilità, al conseguimento di un fine immensamente più importante: la diffusione del regno di Dio. Una vita cristiana fervente, generosa, farà di voi attivi cooperatori dei disegni divini e vi assicurerà il possesso dei beni eterni.

Negli antichi cimiteri cristiani di Roma s'incontra, sia in pittura che scolpita nei sarcofagi, la dolce e amabile figura del Buon Pastore, sia solo, sia specialmente portando sulle spalle una pecorella, simbolo dell'anima cristiana, che egli è venuto a cercare e a salvare a prezzo del suo sangue e che conduce al Paradiso. Anche voi probabilmente avete veduto qualcuna di queste rappresentazioni, e ne conserverete per sempre il ricordo; esso vi sarà di incoraggiamento e di sostegno. Gesù Cristo, Figlio di Dio e Salvatore del mondo, è il vostro modello: guardatelo, imitatelo, seguitelo dovunque egli vi dirigerà; con lui giammai non v'ingannerete, giammai non vi avvierete nei sentieri della perdizione. Egli è la guida fedele, nella quale potete riporre tutta la vostra fiducia e che mai non deluderà la vostra attesa.

Con tale augurio e in pegno dei favori divini, che Noi invochiamo abbondanti su voi stessi, sulle vostre famiglie e su tutti i membri della Pia Unione, v'impartiamo di cuore la Nostra paterna Apostolica Benedizione.


*Discorsi e Radiomessaggi di Sua Santità Pio XII, XVII,
 Diciassettesimo anno di Pontificato, 2 marzo 1955 - 1° marzo 1956, pp. 295 - 297
 Tipografia Poliglotta Vaticana

 



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