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PAPA FRANCESCO

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA
DOMUS SANCTAE MARTHAE

Prepararsi alla consolazione

Lunedì, 25 settembre 2017

 

(da: L'Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLVII, n.220, 26/09/2017)

Nessuno è escluso dall’incontro col Signore: Dio «passa» nella vita di ognuno e ogni cristiano è chiamato a essere «in tensione verso questo incontro» per riconoscerlo e accogliere la sua pace. È un messaggio di speranza e di gioia quello lanciato dal Papa nell’omelia della messa celebrata a Santa Marta il 25 settembre. Ma è anche un invito a togliersi il torpore di dosso, a non essere cristiani «chiusi».

Lo spunto della riflessione è venuto dalla prima lettura del giorno (Esdra, 1, 1-6) che «racconta il momento nel quale il popolo di Israele è liberato dall’esilio». Un popolo che — come è ripetuto anche nel salmo — canta: «Grandi cose ha fatto il Signore per noi». Vedendo come Dio aveva ispirato «il cuore del re pagano per aiutare il popolo a tornare a Gerusalemme», ripetevano felici: «Ci sembrava di sognare». E ancora: «la nostra bocca si riempì di sorriso, la nostra lingua di gioia». Essi, ha detto Francesco, «non capivano, ma erano tanto gioiosi».

Era lo stesso popolo che, sollecitato dai pagani a cantare durante l’esilio, aveva risposto: «Ma no, non possiamo, è lontano». Ha spiegato il Pontefice: «Le chitarre erano lì, sugli alberi, non potevano cantare perché non avevano la gioia: avevano la tristezza dell’esilio».

Quella che viene descritta nella Scrittura è quindi «una visita del Signore: il Signore visitò il suo popolo e lo riportò a Gerusalemme». E proprio sulla parola «visita» si è soffermato il Papa: una parola «importante nella storia della salvezza». La si ritrova, ad esempio, quando «Giuseppe disse ai suoi fratelli in Egitto: “Dio, certo, verrà a visitarvi. Portate le mie ossa con voi”». Ogni volta che si parla di «liberazione, ogni azione di redenzione di Dio, è una visita: il Signore visita il suo popolo». E anche «al tempo di Gesù», quando «la gente che era guarita o liberata dai demoni, diceva: “Il Signore ha visitato il suo popolo”». Lo stesso Gesù, ha ricordato Francesco, «quando guarda Gerusalemme pianse... Pianse su di lei. Perché pianse?». Perché, afferma, «non hai conosciuto il tempo in cui sei stata visitata; non hai capito la visita del Signore».

Ecco allora l’insegnamento per ogni uomo: «Quando il Signore ci visita ci dà la gioia, cioè ci porta in uno stato di consolazione», porta a «mietere nella gioia», dona «consolazione spirituale». Una consolazione, ha aggiunto, che «non solo accade in quel tempo», ma «è uno stato nella vita spirituale di ogni cristiano».

Su di essa il Papa ha articolato, in tre punti, la sua meditazione: «aspettare la consolazione», poi «riconoscere la consolazione, perché ci sono dei falsi profeti che sembrano consolarci e invece ci ingannano», e «conservare la consolazione».

Per prima cosa, ha spiegato Francesco, occorre «essere aperti alla visita di Dio», perché «il Signore visita ognuno di noi; cerca ognuno di noi e lo incontra». Ci possono essere «momenti più deboli, momenti più forti di questo incontro, ma il Signore sempre ci farà sentire la sua presenza, sempre, in un modo o nell’altro». E, ha aggiunto, «quando viene con la consolazione spirituale, il Signore ci riempie di gioia» come è accaduto con gli israeliti. Occorre quindi «aspettare questa gioia, aspettare questa visita», e non, come pensano tanti cristiani, aspettare solo il cielo. Ha chiesto infatti il Pontefice: «In terra, cosa aspetti? Non vuoi incontrarti con il Signore? Non vuoi che il Signore ti visiti nell’anima e ti dia questa cosa bella della consolazione, della felicità della sua presenza?».

La domanda successiva è allora: «Come si aspetta la consolazione?». La risposta è: «Con quella virtù umile, la più umile di tutte: la speranza. Io spero che il Signore mi visiterà con la sua consolazione». Bisogna «chiedere al Signore che si faccia vedere, si faccia incontrare».

Occorre «prepararsi», ha spiegato il Papa, perché «il cristiano è un uomo, una donna, in tensione verso l’incontro con Dio», verso «la consolazione che dà questo incontro». E se non è così, «è un cristiano chiuso, è un cristiano messo nel magazzino della vita, non sa cosa fare». Perciò, ha ribadito ancora una volta, occorre «prepararsi alla consolazione, chiedere la visita del Signore», come gli israeliti che «per settant’anni hanno chiesto questa visita. Il Signore li ha visitati». Prepararsi con «speranza», anche se si pensa di avere una speranza «piccola», perché «tante volte» questa speranza «è forte quando è nascosta come la brace sotto la cenere».

Il secondo punto è «riconoscere la consolazione». Infatti «la consolazione del Signore non è un’allegria comune, non è una gioia che si può comprare», come quando «andiamo al circo». La consolazione del Signore, ha detto Francesco, «è un’altra cosa». Si riconosce: «tocca dentro e ti muove e ti dà un aumento di carità, di fede, di speranza e anche ti porta a piangere per i tuoi peccati» e a «piangere con Gesù» quando contempliamo la sua passione. La «vera consolazione», ha spiegato il Papa, «eleva l’anima alle cose del cielo, alle cose di Dio e, anche, quieta l’anima nella pace del Signore». Non si può confondere con il «divertimento». Non che, ha precisato, il divertimento sia «una cosa cattiva quando è buono, siamo umani, dobbiamo averne»; ma la consolazione è altro. Essa «ti prende e proprio la presenza di Dio si sente» e fa riconoscere: «questo è il Signore». È la stessa esperienza vissuta dai discepoli sul lago di Tiberiade, la notte in cui non avevano pescato nulla e Giovanni sulla riva disse: «“È il Signore!”. Lo ha riconosciuto subito». Ed è quella vissuta dagli israeliti dopo l’esilio: «La nostra lingua si riempì di gioia. La nostra bocca si riempì di sorriso».

Perciò occorre riconoscere la consolazione «quando viene». E quando viene, «ringraziare il Signore». Ognuno deve essere consapevole che «è proprio il Signore che passa, che passa per visitarmi, per aiutarmi ad andare avanti, per sperare, per portare la croce». A questo, ha detto il Pontefice, occorre anche «prepararsi con la preghiera». Speranza e preghiera: «Vieni Signore, vieni, vieni».

C’è infine un terzo punto: «conservare la consolazione». Perché se è vero che la «consolazione è forte», è anche vero che «non si conserva così forte — è un momento — ma lascia le sue tracce». Entra, così, in gioco il fare «memoria». Come fece il popolo d’Israele quando fu liberato.

E quando poi, si è chiesto Francesco, «passa questo momento forte» dell’incontro e della consolazione, «cosa rimane? La pace», che è proprio «l’ultimo livello di consolazione». Uno stato che si riconosce; si dice, infatti: «Guarda: un uomo in pace, una donna in pace». Ecco allora che «ognuno di noi può domandarsi: io sono in pace? Sono sereno nell’anima?».

L’esortazione finale del Papa è stata quindi quella di chiedere «al Signore che ci insegni questa tensione verso la redenzione, questa strada di tensione» riguardo alla quale il salmo, commentando il ritorno dall’esilio, dice: «Nell’andare se ne va piangendo, portando la semente da gettare, ma nel tornare viene con gioia, portando i suoi covoni». Da qui l’auspicio conclusivo: «Che il Signore ci dia questa grazia: aspettare la consolazione, riconoscere la consolazione spirituale e conservare la consolazione».



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