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VISITA PASTORALE A CASSINO

DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
AGLI ABATI BENEDETTINI DI TUTTO IL MONDO

Montecassino, 20 settembre 1980

Venerabili fratelli e diletti figli e figlie.

Nello splendido scenario di questa Basilica, risorta miracolosamente dallo sfacelo dell’incursione bellica e riconsacrata dal mio indimenticabile predecessore Paolo VI, rigurgitante oggi di un’assemblea così eletta, forse unica nella storia pur ultramillenaria cassinese, di figli e figlie di san Benedetto, dinanzi al suo glorioso sepolcro, qui intorno all’altare dove oggi si concelebra il sacrificio eucaristico, quasi lo scorgessimo redivivo, mi sorge spontaneo alle labbra il grido giubilante d’Isaia: O venerato padre, leva “in circuitu oculos tuos, et vide: omnes isti congregati sunt, venerunt tibi filii tui de longe venerunt, et filiae tuae de latere surrexerunt”(cf. Is 49,18; 60,4).

A celebrare il tuo giubileo, son giunti da ogni parte del mondo, nel gaudio di dirti la loro fedeltà filiale, di esprimerti i loro voti, di chiedere la tua feconda benedizione in comunione visibile e molto desiderata col successore di Pietro. E questi è contento di trovarsi con loro, per manifestare a te, patriarca, per tanto volger di secoli, di milioni di monaci, la stima e l’amore che tutta la Chiesa professa per te, artefice per disegno e grazia di Dio, di immensurabile mole di civiltà, di cultura e soprattutto di santità.

La tua vita, pure svoltasi nel ristretto raggio di una sola regione, fu meravigliosa per virtù e per prodigi; ma l’azione del tuo messaggio vivificatore si estese a tutta l’Europa e a tutto il mondo, sino a raggiungere i nostri giorni, per opera di quel tuo piccolo, ma grandissimo libro, destinato a divenire “fermentum divinae justitiae” per la lievitazione cristiana delle moltitudini che Dio, come già per Abramo, ti preparava quale impareggiabile eredità.

È molto grato e commovente per me, e per tutti i qui presenti, pensare che proprio in questo monastero, in un piccolissimo oscuro angolo che anche la guerra ha rispettato fu scritto quel libro, la tua Regola: come ricorda laggiù la lapidaria iscrizione, “hic scripsit Regulam, et verbo et opere docuit”.

Venerabili abati, dilettissimi figli e figlie di così grande padre e legislatore: in questo incontro che possiamo definire eccezionale e in questo vertice delle celebrazioni centenarie della sua nascita, a quell’augusto libro dobbiamo rifarci e da esso ripartire per la ricostruzione morale e religiosa che urgentemente ci tocca e che al mondo sollecitamente dobbiamo. La mia recentissima lettera apostolica “Sanctorum Altrix”, ha inteso proporre, quasi in panoramica visione, quanto di vitale e di fertile ancora possono offrire l’insegnamento e l’istituzione di Benedetto, non solo per la vita di perfezione monastica, ma anche per la nascita e il rinvigorimento del senso e della pratica che si ispirano al Vangelo.

Con immenso piacere so poi che, a degna memoria del centenario, voi state celebrando a Roma, cuore della cristianità, un originale “symposium” appunto sulla Regola, al nobile fine di costatare e di scoprire, in seguito ai molti studi recenti e sulla base di esperienze già fatte o in corso, quanto di valido e di vivificante essa ancora possieda, quali siano le strutture portanti e infrangibili che debbano resistere e quelle accessorie che l’evoluzione dei tempi ha reso e rende caduche, quali siano i valori inderogabili a cui tenacemente aderire nei monasteri perché possano riconoscersi ancora inseriti seriamente nell’alveo della famiglia benedettina.

Meritatamente, come accade in tutto il pensiero e la prassi odierna, sentite il bisogno, voi specialmente che siete i pastori delle comunità, che sia ben chiara l’identità di figlio e discepolo di Benedetto. “Scientibus loquor”: voi che tante volte avete letto e a lungo meditato la vostra Regola, sapete bene che cosa per mezzo di essa, da cui non “temere declinetur a quoquam” (S. Benedetto, Regula, 3,7), il patriarca vuole costruire ed insieme insegnare.

Vuol costruire, come è ben noto, la “dominici schola servitii” (S. Benedetto, Regula, Prol., 45).

L’identità vostra è in questo assoluto e totale servizio all’assoluto valore che è Dio. Tutto il mondo è in Dio; ma il monastero, come Benedetto ama definirlo, è “domus Dei” (S. Benedetto, Regula, 31,19) in particolare: il monaco è lì per servire il Signore di questa casa, nell’umiltà, nell’obbedienza, nella preghiera, nel silenzio, nel lavoro, soprattutto nella carità. Conoscete l’accento speciale con cui il vostro legislatore segna questa virtù, alla sequela di Cristo, come informatrice di tutta la vita monastica. Il capitolo degli strumenti delle buone opere ci avverte che in realtà l’ascetica e la mistica benedettine sono semplicemente evangeliche, d’un Vangelo accettato e praticato in tutte le sue conseguenze.

Accolta questa identità, ecco il proposito e l’amore, oggi anch’esso così diffuso, dell’autenticità.

Dai benedettini questo voglio io, questo vogliamo tutti nella Chiesa e nel mondo: compresi di quello che è il monaco della “mens” del patriarca, siamo veramente monaci “revera” (dice lui stesso) cercatori di Dio, amanti di Dio, felici di vivere appartati dal mondo, ma in comunione di amore coi fratelli del mondo in un contesto familiare di obbedienza e di carità, da cui nasce la pace e la gioia: “nemo perturbetur neque contristetur in domo Dei” (S. Benedetto Regula, 31,19).

Una lunghissima e ininterrotta tradizione, la più lunga che possa avvicinarsi a quella stessa della Chiesa, ha collaudato la nobiltà, la bellezza, la fecondità della spiritualità benedettina. Siatene santamente orgogliosi, e proseguite, pur con debiti e cauti adattamenti alle mutate circostanze odierne, per il solco tracciato dal padre antico e dai padri della vostra tradizione, senza lasciarvi sorprendere o allettare da tendenze al secolarismo, da irragionevoli e non necessarie innovazioni, da esagerate teorie di pluralismo, che finiscono col far deviare dalla linea del vostro legislatore. E stato notato che una delle precipue doti della Regola è la chiarezza: tutti possono facilmente apprendere e sapere che cosa prescrive e raccomanda il grande maestro; non resta che umilmente e docilmente e gioiosamente seguirlo.

Continuate dunque, con la benedizione di Dio, col sorriso materno di Maria regina dei monaci, col patrocinio del vostro legislatore, con il messaggio della sua parola interpretata dalla sana tradizione e tradotta nel fedele vostro esempio, a dire ancora, oggi e domani, la forza della fede, il dolce dovere della preghiera, l’appassionato amore alla liturgia, il beneficio dell’autorità e dell’obbedienza, il culto della “lectio divina” e di tutti gli studi sacri, la dolcezza del vostro canto gregoriano, la volenterosa dedizione al lavoro della mente e delle mani, la dignità nella stessa compostezza esterna degli atteggiamenti e nell’abito religioso, la gioia della vita in comune, e soprattutto la ricerca sincera della pace e della carità.

Ma in questo singolare e consolante incontro con tutti gli abati e i superiori benedettini mi è dolce, e mi sembra doveroso, accennare a quanto nella suddetta lettera apostolica ho già ricordato sul caratteristico timbro paterno che il vostro legislatore imprime al governo abbaziale. Siete superiori, amministratori, maestri, ma anzitutto padri. In questo “mondo senza padri”, come là ricordavo (cf. Giovanni Paolo II, Sanctorum Altrix, VI), dovete offrire la testimonianza che san Benedetto ha pensato a costituire il suo monastero come società familiare, dove c’è un padre che provvede, insegna, e principalmente ama i suoi monaci, li rispetta, ne stima la dignità personale, li fa corresponsabili delle decisioni, li segue con un affetto che ha finanche la tenerezza del cuore materno.

Per voi è norma il “plus amari quam timeri” (S. Benedetto, Regula, 64,15), e i due capitoli assegnati al vostro direttorio - cioè il capitolo 2 e il capitolo 64 -, e specialmente il mirabile c. 64, sgorgato davvero da un animo ricco di sapienza e di amore, sono la “magna charta” che deve reggere e ispirare il vostro comportamento. Ma è tutta la Regola che parla di voi, per inculcare in voi saggezza, prudenza, inflessibilità contro i vizi, promozione della virtù, compatimento per i deboli, e soprattutto quella “discretio” romana e cristiana che contraddistingue l’insigne codice e costituisce forse la precipua ragione della sua diffusione e validità. L’equilibrio dell’abate genera ed alimenta l’amore reciproco tra abate e figli e tra fratelli e fratelli. Nel nostro mondo, dove la carenza dell’amore svuota gli animi di energia e di gioia, si sappia e si veda, per il generoso sacrificio vostro, che il monastero è società di autentica dilezione umana e soprannaturale.

Infine un particolare saluto desidero rivolgere a tutti i rami femminili, alcuni dei quali sono qui anche ufficialmente rappresentati. Dietro la scia di luce e il profumo di virtù di Scolastica, che qui stesso riposa accanto al fratello, la vostra purissima e verginale presenza, o figlie tutte di san Benedetto, rallegra ed edifica il Popolo di Dio. Nel silenzio del vostro nascondimento o nell’umiltà delle vostre opere, voi in particolare riproducete, e dovete attendervi con convinzione, l’atteggiamento spirituale della Vergine Madre, contenta di essere “ancilla Domini”, totalmente disponibile alla sola volontà del Padre celeste. “Frondete, flores, quasi lilium et date odorem, et frondete in gratiam” (Sir 39,19), e a letizia e beneficio di tutti i fratelli della terra cantate al Signore le più caste lodi e a Cristo vostro sposo l’esultanza della vostra intimità di amore.

Padri e fratelli e sorelle tutte, “gaudeamus” dunque di gaudio immenso, “diem festum celebrantes in honorem beati Benedetto”, della cui gloria esultano gli angeli e i santi, della cui dottrina ed istituzione beneficiano in questa terra molte migliaia di anime dentro e fuori i chiostri, del cui esempio e patrocinio usufruisce la Chiesa e tutto il mondo. Risuona ancora la sua voce: “Christo nihil omnino praeponere” (S. Benedetto, Regula, 72,11). È il suo messaggio, fondamentale e se il suo bel sogno è che tutti i membri della famiglia monastica siano nella pace, quel sogno sarà felice realtà per tutta la famiglia umana se nel contesto di essa sarà finalmente inserito Cristo.

 



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