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VISITA PASTORALE NEL BELICE E A PALERMO

DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
AI SACERDOTI, AI RELIGIOSI E AI SEMINARISTI

Cattedrale di Palermo
Sabato, 20 novembre 1982

 

“Caritas mea cum omnibus vobis!” (1 Cor 16, 24).

Carissimi!

1. Entrando in questa meravigliosa Cattedrale, alla vigilia della Solennità di “nostro Signore Gesù Cristo, Re dell’universo”, rivolgo il mio affettuoso saluto a tutta la santa Chiesa di Dio che è in Palermo: al suo zelante ed intrepido Pastore, il venerato Cardinale Salvatore Pappalardo, successore di san Mamiliano, Vescovo e Martire; ai Vescovi Ausiliari; ai presbiteri; ai religiosi; ai seminaristi; ai membri del Consiglio Pastorale diocesano ed ai Rappresentanti dei Consigli Pastorali parrocchiali di tutta la Comunità diocesana; mi rivolgo a tutte le componenti della Chiesa particolare, orientate tutte ad operare instancabilmente per corrispondere, nelle varie attività pastorali ed ecclesiali, al piano di Dio che - come dice la Liturgia della imminente solennità - vuole rinnovare tutte le cose in Cristo suo Figlio, Re dell’Universo, perché ogni creatura, libera dalla schiavitù del peccato, serva e lodi eternamente il Signore Iddio (cf. Oratio collecta).

Sì, cari fratelli. “Caritas mea cum omnibus vobis”. Il Papa vi ama, ed è venuto tra voi portato dal profondo impulso dell’amore “riversato nei cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato” (Rm 5, 5).

Nelle giornate, che hanno preceduto questo pellegrinaggio, ho riservato un posto particolare nelle mie preghiere a voi, sacerdoti di Palermo e della Sicilia. Sull’altare del Signore e ai piedi della Vergine santissima, ho deposto lo zelo di cui intessete il lavoro quotidiano, le aspirazioni apostoliche che vi animano, i problemi e le difficoltà che incontrate. Cercando di immedesimarmi nelle situazioni in cui siete stati chiamati ad operare per il Regno di Dio, ho implorato per voi abbondanza di luce e di forza.

Ora sono sicuro che nel ricevere il mio abbraccio “in osculo sancto” (1 Pt 5, 14) i vostri pensieri ritornano, trepidi e commossi, all’alba del vostro sacerdozio, al bacio di pace, che allora avete ricevuto dal Vescovo ordinante. Di quel gesto vorrei farvi rivivere oggi il valore perenne ed il significato personale ed ecclesiale.

2. La bellezza del carattere sacerdotale!

La celebrano con eloquente linguaggio le mura di questo Tempio insigne. E non tanto per le sue vestigia di storia e di arte, quanto per la custodia e testimonianza del patrimonio religioso, che ha permeato vita e cultura, ed è sopravvissuto alla veloce corsa dei secoli.

Chiesa-madre, la Cattedrale; nido, culla, fonte della grazia del sacerdozio. Cattedra dell’ufficio episcopale, di quell’ufficio a cui spetta di sancire esteriormente la battuta definitiva del dialogo personale con Dio, in risposta alla sua misteriosa chiamata. Luogo sacro delle primizie sacerdotali, centro della loro irradiazione, polo al quale confluiscono incessantemente i pensieri ed i cuori, e dove si radunano gli operai del Vangelo dalle diverse contrade della loro fatica, protetti dal vincolo di un’unità dolce e obbligante.

“Il sacerdote ministeriale - afferma il Concilio Vaticano II - con la potestà sacra di cui è investito, forma e regge il popolo sacerdotale, compie il sacrificio in persona di Cristo e lo offre a Dio a nome di tutto il popolo” (Lumen Gentium, 10).

In questa affermazione cogliamo il nucleo della sacralità dell’“essere”, dell’intima natura del sacerdozio. E simultaneamente la sua triplice proiezione: Dio, Cristo, il Popolo di Dio. “Dio”, creatore e Padre, principio e fine supremo, colui che di sua spontanea e preveniente iniziativa ci ha amati, ci ha scelti e chiamati; “Cristo”, il Divino Mediatore, Sommo ed Eterno Sacerdote, che viene a identificarsi, in un certo senso, con le nostre umili persone ed affida alle nostre povere labbra la divina potenza della sua parola; il “Popolo”, santo anch’esso in virtù del comune sacerdozio, di cui tuttavia è debitore al qualificato ed essenziale diverso servizio presbiterale, il quale riveste quindi una ontologica e insostituibile necessità.

I testi conciliari ed i successivi documenti pontifici e sinodali allargano lo sguardo all’orizzonte di questa realtà sacerdotale, ne mettono in luce l’essenziale unione col Vescovo e le espressioni del suo concreto esercizio, sempre ribadendo la mistica identificazione “in persona Christi”, che è la nostra capitale ragion d’essere. Desidero oggi confermarvi, fortificarvi, radicarvi sempre più a fondo in quella “sacra realtà”, che costituisce l’“essere” del sacerdote. Come Gesù, busso alla porta del vostro cuore, amatissimi confratelli, e, con tutta la forza di persuasione di cui sono capace, dico ad ognuno: sacerdote, “sii ciò che sei”; senza restrizioni, senza sottintesi, senza compromessi dinanzi a Dio e alla tua coscienza; prima di tutto. Ciò che sei per gratuito dono nell’ordine della grazia, siilo nella statura della tua personalità, nel modo di pensare e di amare. Abbi sempre e limpidamente il coraggio della verità del tuo sacerdozio. Nessuna ombra oscuri la luce che è in te. Nessuna deviazione ti allontani dalla struttura della tua sacralità. Nessun cenno di morte arresti la circolazione della vita, di cui sei depositario.

Quanto vorrei che l’intera compagine presbiteriale facesse propria l’attestazione dell’Apostolo: Siamo e ci sentiamo veramente uomini di Dio e suoi collaboratori! (cf. 1 Cor 3 ,9)

3. Il coraggio della santità dell’essere comporta il coraggio della santità del vivere.

È una questione di elementare coerenza, la quale, se può incontrare ripulse e incomprensioni in settori della società, che ripongono ancora totale fiducia in concezioni di ispirazione materialistica, per noi è del tutto naturale.

Tutti nella Chiesa siamo chiamati alla santità. Il Concilio lo ha accuratamente illustrato nello splendido capitolo quinto della Lumen Gentium, dedicato alla “universale vocazione alla santità nella Chiesa” (Lumen Gentium, 39-42).

I sacerdoti vi sono obbligati in modo peculiare, “poiché essi, che hanno ricevuto una nuova consacrazione a Dio mediante l’Ordinazione, vengono elevati alla condizione di strumenti vivi di Cristo Eterno Sacerdote” (Presbyterorum Ordinis, 12).

Nella fragilità della natura umana acquista un valore risolutivo l’impegno a rivestirsi di Cristo, con lo sforzo mai concluso di attuare in noi le sue potenzialità: “Induite Dominum Iesum Christum” (Rm 13, 14).

È un lavoro arduo e assiduo, di cui non si possono trovare che pallidi confronti nell’esperienza terrena, perché Cristo è perfetto Dio e perfetto uomo. Lo stesso apostolo Paolo non propone se stesso come esempio, se non in quanto egli si sforza di imitare Cristo: “Siate miei imitatori, come io lo sono di Cristo” (1 Cor 4, 16). L’imponente schiera di confratelli sacerdoti, di cui la Chiesa ha riconosciuto l’eroicità delle virtù, ripete il medesimo appello. Ed offre specchiati esempi delle vie e dei modi, con cui può essere appagata la tensione di imitare il Divino Modello. Sono modi e vie assai diversi, come diversi sono gli individui e le epoche. Quasi a confermare, se ve ne fosse bisogno, che nessun sacerdote, in nessuna circostanza, può ritenersi anche solo parzialmente esonerato dalle altezze di tale sublime chiamata.

Essa implica la disponibilità non solo a rinnegare se stessi e addossarsi la croce, ma anche ad immolarsi, a fare della vita una Messa continuata.

Ad accorciare le distanze nel difficile cammino, a mitigarne le asprezze e vincerne gli ostacoli, veglia su di noi, con la sensibilità del suo cuore e la potenza della sua intercessione, Maria, Madre dell’Eterno Sacerdote e di tutti i sacerdoti. A lei non stancatevi mai di ricorrere, venerati e cari confratelli. Pregate con umile insistenza e con piena fiducia. La Vergine tutta santa accoglierà le vostre suppliche. Sarà la “Stella mattutina”, che ad ogni risveglio stenderà una luce sempre nuova dinanzi ai vostri passi.

4. Ecco, infine, il coraggio della fedeltà alla missione di salvezza, a cui siete stati chiamati. È un aspetto della fedeltà a Dio, a Cristo, alla Chiesa.

Molte circostanze, certo, non sono favorevoli alla missione sacerdotale nel nostro tempo. Il mio venerato predecessore Paolo VI, nell’omelia per l’ultima Sessione del Concilio Vaticano II, il 7 dicembre 1965, lamentava con accorata lucidità che il nostro tempo “è rivolto alla conquista del regno della terra piuttosto che al regno dei cieli”, così che “la dimenticanza di Dio si fa abituale e sembra, a torto, suggerita dal progresso scientifico”, e “le espressioni dello spirito raggiungono vertici d’irradiazione e di desolazione” (cf. AAS 58 [1966] 52 s). Diagnosi realistica! Il moltiplicarsi e l’acutizzarsi della violenza e del terrorismo, la rete molteplice e sotterranea della delinquenza, che sfocia in crimini ed omicidi, sono i segni allarmanti della decadenza del senso religioso e, con esso, del livello di civiltà.

In questa drammatica realtà, il Vangelo deve essere proclamato alto e forte. Perciò il ministero sacerdotale è chiamato ad una operosità che non conosca stanchezze, ad una pastorale concorde nei fini e nei metodi, ad una totale unione attorno ai Pastori, che assolvono la primaria responsabilità della guida della Chiesa locale. Tale unione si esprimerà nel lavoro quotidiano e capillare, in sede diocesana e parrocchiale, nei rami della pastorale specializzata, ed avrà chiara applicazione nel fondamentale impegno di promuovere i valori spirituali e morali, che coincidono con i valori autentici dell’uomo. Vi raccomando con particolare calore la catechesi dei fanciulli e dei giovani, una catechesi adeguata alle loro possibilità e necessità, che li orienti saldamente nella verità, nell’onestà, nel bene. Siate educatori e formatori di coscienze certe, rette ed illuminate, perché i fedeli siano ben guidati nelle loro consapevoli scelte in campo morale.

Principale e incomparabile sostegno è la grazia di Dio.

Dio segue con amore gli operai del suo regno e fa germogliare la semente che essi hanno gettato. Domanda la fiducia nella sua assistenza e il coraggio della fedeltà. In cambio fa fruttificare i talenti affidati ad ognuno di noi, “se - come ricorda san Gregorio Magno, molto legato a questa Terra di Sicilia - con la nostra vita e con la nostra parola guadagniamo le anime dei fratelli; se rinforziamo i deboli nell’amore soprannaturale predicando le gioie del regno dei cieli; se facendo echeggiare la minaccia terribile delle pene infernali convertiamo i malvagi e i superbi; se con nessuno usiamo una indulgenza incompatibile con la verità; se manteniamo l’amicizia con Dio e non temiamo le inimicizie degli uomini” (S. Gregorio Magno Epistolarum lib. II, Ep. 47, ad Dominicum Episcopum: PL 77, 587).

Non vorrei mancare di sottolineare il particolare titolo con cui offro queste riflessioni anche ai carissimi sacerdoti religiosi, componente predominante del presbiterio, inseriti nella pastorale alla guida di numerose parrocchie dell’arcidiocesi di Palermo e delle varie diocesi della Sicilia, e rappresentati in tutti gli organismi della vita ecclesiale ai vari livelli; come pure le rivolgo ai seminaristi, che si preparano, nella preghiera e nello studio, al sacerdozio. Rivolgo anche ai laici impegnati nell’apostolato un pressante invito perché diano generosamente, a livello parrocchiale e diocesano, il prezioso ed insostituibile contributo della loro azione, del loro tempo, delle loro energie, dei loro doni di intelligenza e di cultura per partecipare alla dilatazione del Regno di Cristo!

Carissimi!

Concludo, affidando il mio beneaugurante saluto alle parole dell’Apostolo: “Il Signore vi faccia crescere e abbondare nell’amore vicendevole e verso tutti, come è il nostro amore verso di voi, per rendere saldi e irreprensibili i vostri cuori nella santità, davanti a Dio Padre nostro” (1 Ts 3, 12-13).

Con la mia affettuosa benedizione apostolica.

 

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