Index   Back Top Print

[ EN  - IT ]

VIAGGIO APOSTOLICO IN CANADA

MESSAGGIO RADIOTELEVISIVO DI GIOVANNI PAOLO II
ALLE POPOLAZIONI AUTOCTONE DEL CANADA

Aeroporto di Yellow Knife - Martedì, 18 settembre 1984

 

Cari fratelli e sorelle in Cristo Gesù,

so che voi tutti avrete compreso la sofferenza che provo in questo momento, sofferenza per la profonda delusione. Con questi sentimenti, desidero leggervi il messaggio che avevo preparato per voi in occasione della mia visita.

“Grazie a voi e pace da Dio nostro Padre e dal Signore Gesù Cristo” (2 Cor 1, 2).

1. Dal profondo del cuore desidero dirvi quanto sono felice di essere tra voi, genti autoctone del Canada, in questa bella terra di Denendeh. È certamente un onore per me essere invitato ad aggiungermi a voi in questa celebrazione spirituale così commovente, in cui molti dei partecipanti non sono cattolici.

In voi io saluto, con stima e amicizia, i discendenti dei primi abitatori di questa terra che hanno vissuto qui per secoli e secoli. Salutarvi è rendere un rispettoso omaggio all’inizio della società umana in questa vasta regione del Nord America. Salutarvi è ricordare con riverenza il piano di Dio e la Provvidenza che si sono sviluppati attraverso la vostra storia e vi hanno accompagnato fino ad oggi. Salutarvi in questa porzione del vostro territorio è evocare gli eventi di vita umana che hanno avuto luogo nello scenario della singolare creazione divina di una straordinaria natura in queste zone. Nello stesso tempo, la mia venuta tra voi si rivolge verso il passato per proclamare la vostra dignità e per migliorare la vostra sorte.

So che molti di voi sono giunti in pellegrinaggio da tutte le parti del Canada, dall’Artico gelido e dalle grandi praterie, dalle foreste e dalle regioni dei laghi, dalle grandi montagne e dalle zone costiere: da Est a Ovest, da Nord a Sud. Sono molto lieto che nulla vi abbia fatto desistere dal partecipare a questo incontro.

So che le principali organizzazioni aborigene - l’Assemblea delle prime nazioni, il Consiglio indigeno del Canada, l’Inuit Tapirisat del Canada, il Consiglio nazionale Métis - hanno deciso di programmare insieme questo evento spirituale sullo sfondo di questa vostra nordica terra natìa. Questo tipo di collaborazione, data la diversità di tradizioni culturali e religiose che esiste tra voi, è un segno di speranza per costruire solidarietà tra i popoli aborigeni di questo Paese.

Voi avete scelto come vostro tema generale per questa celebrazione “l’autodeterminazione e i diritti dei popoli aborigeni”. Da parte mia, sono lieto di poter riflettere con voi sugli argomenti che così da vicino toccano la vostra vita.

2. La mia presenza odierna in mezzo a voi intende essere una nuova espressione del profondo interesse e della sollecitudine che la Chiesa desidera dimostrare ai popoli indigeni del Nuovo Mondo. Nel 1537, in un documento intitolato Pastorale Officium, il mio predecessore Paolo III proclamò i diritti dei popoli indigeni di quei tempi. Egli affermò la loro dignità, difese la loro libertà, affermò che essi non avrebbero mai dovuto essere ridotti in schiavitù o privati dei loro beni e delle loro proprietà. Nello stesso tempo la mia presenza segna ancora una fase ulteriore nel rapporto che voi da molto tempo avete con la Chiesa. Si tratta di un rapporto che abbraccia ben quattro secoli e che è stato particolarmente stretto a partire dalla metà del XIX secolo. Missionari provenienti dall’Europa, non soltanto inviati dalla Chiesa cattolica, ma anche da altre tradizioni cristiane, hanno dedicato la loro vita a portare il messaggio del Vangelo ai popoli aborigeni del Canada.

Sono al corrente della gratitudine che voi, popoli Indiano e Inuit, avete nei confronti dei missionari che hanno vissuto e sono morti tra di voi. Ciò che essi hanno fatto per voi è ben noto a tutta la Chiesa; è noto al mondo intero. Questi missionari hanno cercato di vivere la vostra stessa vita, di essere come voi per servirvi e per portarvi il Vangelo di salvezza di Gesù Cristo.

Per quante colpe e per quante imperfezioni essi abbiano avuto, per quanti errori essi abbiano commesso, per quanti danni involontariamente abbiano provocato, si danno ora pena di riparare. Ma accanto a questo arrivo impresso nella memoria della vostra storia, c’è la documentazione, con infinite prove, del loro amore fraterno. Gesù stesso ci dice: “Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici” (Gv 15,13).

I missionari rimangono tra i vostri migliori amici, dedicano la loro vita al vostro servizio, perché predicano la parola di Dio. L’educazione e la tutela della salute tra voi devono molto a loro, e specialmente a donne devote come le suore Grigie di Montréal.

La meravigliosa rinascita della vostra cultura e delle vostre tradizioni che voi state sperimentando oggi deve molto agli sforzi continui e pionieristici dei missionari in campo linguistico, etnografico e antropologico. Nomi come quelli di Lacombe, Grollier, Grandin, Turquetil sono indelebilmente inscritti nella vostra storia. E l’elenco è lungo.

3. Oggi desidero rendere uno speciale omaggio al vescovo Paul Piché, che celebrerà quest’anno il suo venticinquesimo anniversario come pastore di questa vasta diocesi. Vescovo Piché, la Chiesa ti ringrazia, e così i tuoi confratelli e il tuo popolo, per le comunità che tu hai edificato sulla parola di Dio e sui sacramenti. Attraverso di te, io ringrazio tutti gli eroici missionari Oblati che l’amore e la grazia di nostro Signore Gesù Cristo hanno ispirato a porsi al servizio dei popoli del Nord.

Sì, cari Indiani e Inuit, i missionari hanno sempre partecipato alla vostra vita culturale e sociale. Secondo l’insegnamento del Concilio Vaticano II, essi si sono adoperati con grande consapevolezza per dimostrarvi, come la Chiesa sinceramente desidera, il più grande rispetto per il vostro patrimonio, la vostra lingua e le vostre tradizioni (Ad Gentes, 26).

4. È in questo contesto di stima e di amore che essi vi portano il Vangelo di nostro Signore Gesù Crisio, insieme con il suo potere di consolidare le vostre tradizioni perfezionandole e rendendole ancora più nobili. La loro opera di evangelizzazione ha comportato la proclamazione “del nome, dell’insegnamento, della vita, delle promesse, del regno e del mistero di Gesù di Nazareth, il Figlio di Dio” (Pauli VI, Evangelii Nuntiandi, 22).

È stata proprio la Chiesa a inviarvi i missionari, per mettervi in grado di ricevere il messaggio datore di vita e liberante di Gesù. Questo messaggio ha posto le radici nei vostri cuori e si è incarnato nella vostra società, e perciò Cristo stesso è diventato Indiano e Inuit in voi, suoi membri. Di questo argomento così importante ho parlato la scorsa settimana, sia a Sainte Anna de Beaupré, sia a Midland.

Predicando il Vangelo tra di voi, i missionari desiderano rimanere vicino a voi nelle vostre battaglie e nei vostri problemi, e nel vostro giusto sforzo per ottenere il pieno riconoscimento della vostra dignità umana e cristiana come popoli indigeni, come figli di Dio.

5. In questa occasione, nel sottolineare il contributo missionario che è stato dato attraverso gli anni, faccio appello a tutta la Chiesa nel Canada affinché sia sempre più sensibile alle necessità del Nord, terra di missione. Lo Spirito di Dio chiama la Chiesa a esercitare ovunque in questa terra, nel modo più completo, la responsabilità della condivisione dei bisogni del popolo di Dio nelle vaste regioni del Nord. La potenza del mistero pasquale di Cristo che ha sostenuto i missionari con grande generosità nel passato e nel presente non abbandonerà i giovani di oggi. È lo stesso Signore Gesù che chiede a tutta la Chiesa del Canada di essere fedele al suo essenziale carattere missionario, senza il quale essa non può sussistere come la Chiesa di Dio.

Faccio appello ai giovani indigeni affinché si aprano all’accettazione di ruoli di guida e di responsabilità. Faccio egualmente appello alla gioventù cattolica che è tra voi affinché si apra alla chiamata di Dio al sacerdozio e alla vita religiosa, e chiedo a tutti i loro anziani, capi e genitori di onorare in modo particolare queste speciali vocazioni, di sostenere e di incoraggiare tutti coloro che liberamente desiderano abbracciare questo modo di vita.

6. Oggi sono venuto tra i carissimi aborigeni per proclamare ancora una volta il Vangelo di Gesù Cristo e per confermare le sue richieste. Sono venuto per parlare ancora una volta della vostra dignità e per rinnovarvi l’amicizia e l’amore della Chiesa: un amore che si esprime in servizio e in sollecitudine pastorale. Sono venuto per assicurarvi, e per assicurare a tutto il mondo, il rispetto della Chiesa per il vostro antico patrimonio, per le vostre numerose tradizioni ancestrali, degne di grande riguardo.

Si, cari fratelli e sorelle, sono venuto per chiamarvi a Cristo, per riproporre, a voi e a tutto il Canada, il suo messaggio di perdono e di riconciliazione. La storia ci documenta con chiarezza come nei secoli la vostra gente sia stata ripetutamente vittima dell’ingiustizia ad opera dei nuovi arrivati i quali, nella loro cecità, spesso considerarono inferiore la vostra cultura. Oggi, fortunatamente, questa situazione si è ampiamente ribaltata, e la gente sta imparando ad apprezzare la grande ricchezza che c’è nella vostra cultura, e a dimostrare nei vostri riguardi un grande rispetto.

Come ho ricordato nel Midland, è giunta l’ora di fasciare le ferite, di sanare tutte le divisioni. È tempo di perdono, di riconciliazione e di impegno a costruire relazioni nuove. Ancora una volta, con le parole di san Paolo: “Ecco ora il momento favorevole, ecco ora il giorno della salvezza (Cor 6, 2).

7. Il mio predecessore Paolo VI ha spiegato molto chiaramente che ci sono stretti legami tra la predicazione del Vangelo e la promozione umana. E la promozione umana comprende lo sviluppo e la liberazione (cf. Pauli VI, Evangelii Nuntiandi, 30-31). E così oggi, nel parlarvi, vi presento il messaggio del Vangelo con il suo comandamento dell’amore fraterno, con la sua richiesta di giustizia e di diritti umani e con tutto il suo potere liberante.

San Paolo ha voluto che capissimo l’importanza della libertà cristiana: libertà dal peccato e da qualsiasi forma di schiavitù. E san Paolo continua a gridare al mondo: “Cristo ci ha liberati perché restassimo liberi” (Gal 5,1). Nello stesso tempo, sia san Paolo che san Pietro ci propongono il principio che la libertà non deve essere una scusa per la licenza (cf. Gal 5, 13; 1 Pt 2, 16).

Oggi voglio proclamare quella libertà che è richiesta per una giusta ed equa misura di autodeterminazione nella vostra vita di popoli autoctoni. In unione con tutta la Chiesa, proclamo tutti i vostri diritti, e i relativi doveri. E condanno l’oppressione fisica, culturale e religiosa, e tutto ciò che in qualche modo potrebbe privare voi o un qualsiasi gruppo di quanto a giusto diritto vi appartiene.

8. È chiaramente opinione della Chiesa che i popoli abbiano diritto nella vita pubblica a prendere parte alle decisioni riguardanti la loro vita: “La partecipazione costituisce un diritto che deve essere applicato nel campo economico, in quello sociale e in quello politico” (Iustitia in Mundo, 1; cf. Gaudium et Spes, 75).

Ciò è vero per tutti. Ma ha applicazioni particolari per voi come popoli autoctoni nei vostri sforzi di occupare il posto che giustamente vi spetta fra i popoli della terra, con un giusto e equo grado di autogoverno. Vi è inoltre necessaria una porzione di territorio con risorse adeguate per sviluppare una economia vitale per voi e per le generazioni future. Nello stesso tempo, avete bisogno delle condizioni necessarie a sviluppare le vostre terre e il vostro potenziale economico, a educare i vostri figli e a programmare il vostro futuro.

So che sono in corso negoziati e che molta buona volontà è stata dimostrata da tutte le parti interessate. Spero e prego che ci sia un risultato pienamente soddisfacente.

9. Voi siete chiamati a porre tutti i vostri talenti al servizio degli altri e a contribuire all’edificazione, per il bene comune del Canada, di una sempre più autentica civiltà della giustizia e dell’amore. Siete chiamati a un compito di grande responsabilità e ad essere un dinamico esempio dell’uso appropriato della natura, specialmente in un tempo in cui l’inquinamento e il deterioramento ambientale minacciano la terra. L’insegnamento di Cristo della fratellanza universale e il suo comandamento dell’amore fraterno è attuale e riguarda ogni parte del vostro retaggio e della vostra vita.

10. Cari amici, voi che siete i più antichi abitanti del Canada, mentre vi impegnate, in collaborazione con i vostri fratelli e con le vostre sorelle, a costruire il vostro destino e ad assumervi il vostro ruolo per il bene comune di tutti, ricordatevi sempre che la vostra filiale relazione con Dio si traduce nell’osservanza dei suoi Comandamenti. Essi sono iscritti nel vostro cuore, e san Giovanni li riassume dicendo: “Questo è il suo comandamento: che crediamo nel nome del Figlio suo Gesù Cristo e ci amiamo gli uni gli altri, secondo il precetto che ci ha dato. Chi osserva i suoi comandamenti dimora in Dio ed egli in lui. E da questo conosciamo che dimora in noi: dallo Spirito che ci ha dato” (1 Gv 3, 23-24).

Il vostro patrimonio più grande, cari amici, è il dono dello Spirito di Dio, che avete ricevuto nei vostri cuori e che vi porta a Cristo e, attraverso Cristo, al Padre. Con grande amore per tutti voi, miei fratelli e sorelle Indiani e Inuit, vi benedico nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Amen.

 

© Copyright 1984 -  Libreria Editrice Vaticana

 



Copyright © Dicastero per la Comunicazione - Libreria Editrice Vaticana