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AU MILIEU DES SOLLICITUDES

LETTERA ENCICLICA DI
S.S. LEONE XIII

 

Ai Nostri Venerabili Fratelli Arcivescovi e Vescovi, al clero e a tutti i cattolici di Francia.
Il Papa Leone XIII. Venerabili Fratelli, carissimi Figli.

Molte volte nel corso del Nostro Pontificato, pur essendo presi dagl’impegni incessanti della Chiesa universale,Ci siamo compiaciuti di esprimere il Nostro affetto per la Francia e per il suo nobile popolo. Al riguardo abbiamo voluto manifestare solennemente, con una Nostra Enciclica ancora presente nella memoria di tutti, i più profondi sentimenti del Nostro cuore. È proprio questo sentimento di affetto che Ci ha costantemente indotti a seguire, e quindi a meditare, l’insieme degli avvenimenti, talora tristi e talora consolanti, che da molti anni si stanno verificando tra voi.

Anche oggi, mentre cerchiamo di renderci conto della portata di quel vasto complotto, che alcune persone hanno ordito per annientare in Francia il Cristianesimo, e dell’accanimento con cui perseguono il loro intento, calpestando le più elementari nozioni di libertà e di giustizia, a cui si ispira la maggior parte della Nazione e su cui si fonda il rispetto per gli inalienabili diritti della Chiesa cattolica, come non potremmo non sentirci colpiti da un profondo dolore? E quando vediamo prendere corpo, una dopo l’altra, le conseguenze disastrose di questi colpevoli attacchi che mirano alla rovina dei costumi, della religione e degli stessi interessi politici rettamente intesi, come esprimere l’amarezza che Ci invade e le preoccupazioni che Ci assalgono?

D’altro canto, è grande la Nostra consolazione nel vedere che questo stesso popolo francese raddoppia l’amore e la dedizione verso la Santa Sede, ogniqualvolta la vede più trascurata o, per meglio dire, più osteggiata sulla terra. A più riprese, mossi da un profondo sentimento di religione e di vero amore di patria, i rappresentanti di tutte le classi sociali sono accorsi dalla Francia fino a Noi, lieti di sovvenire alle incessanti necessità della Chiesa, desiderosi di chiederCi lumi e consigli per avere la certezza, in mezzo alle attuali tribolazioni, di non scostarsi in alcun modo dagli insegnamenti del Capo dei credenti. Noi abbiamo loro risposto, sia per iscritto, sia a viva voce, palesando chiaramente ai Nostri figli ciò che potevano pretendere dal loro Padre. Lungi quindi dal favorire il loro scoraggiamento, li abbiamo caldamente esortati a raddoppiare il loro amore e il loro sforzo nella difesa della fede cattolica e, nello stesso tempo, della loro patria: sono questi, infatti, due doveri di primaria importanza, ai quali nessun uomo, in questa vita, può sottrarsi.

Ancora una volta oggi riteniamo opportuno, anzi necessario, alzare la voce per esortare insistentemente non solo i cattolici, ma tutti i francesi onesti e di buon senso, perché respingano lontano tutti i germi del dissenso politico e indirizzino tutte le loro forze a pacificare la loro patria. Tutti riconoscono l’importanza di questa pace e sempre più la invocano. E Noi, che l’auspichiamo più di ogni altro, perché rappresentiamo sulla terra il Dio della pace [1], chiamiamo a raccolta, con questa Lettera, tutte le anime rette, tutti i cuori generosi, perché Ci aiutino a renderla stabile e ricca di frutti.

Prendiamo anzitutto come punto di partenza una verità ben nota, accettata da ogni persona sensata e solennemente proclamata dalla storia di tutti i popoli: la religione, e solamente essa, è capace di creare il vincolo sociale; solo la religione può tenere ancorata la pace di una nazione a solide fondamenta. Quando diverse famiglie, senza rinunciare ai diritti e ai doveri della società domestica, e seguendo l’ispirazione della natura, si uniscono per diventare parte di una famiglia più vasta chiamata società civile, non si ripromettono solo di trovarvi i mezzi per provvedere al proprio benessere materiale, ma di trarne in primo luogo un beneficio per il loro perfezionamento morale. In caso contrario la società sopravanzerebbe di poco l’aggregazione di esseri senza ragione, la vita dei quali è tutta rivolta alla soddisfazione degli istinti sensuali. Ma c’è di più. Senza questo perfezionamento morale, sarebbe difficile dimostrare che la società civile, lungi dal costituire un vantaggio, non tornerebbe a danno dell’uomo in quanto tale.

La morale, infatti, per il fatto stesso che deve creare nell’uomo una armonia fra diritti e doveri diversi, poiché partecipa ad ogni atto umano postula necessariamente Dio e, con Dio, la religione, questo sacro vincolo che ha il privilegio di unire a Dio, prima di dar vita a qualsivoglia altro legame. Infatti, il concetto di moralità comporta anzitutto un rapporto di dipendenza dal vero, che è luce dello spirito, e dal bene, che indirizza la volontà. In assenza del vero e del bene non esiste una morale degna di questo nome. Ma qual è la verità prima ed essenziale da cui ogni altra deriva? È Dio. Qual è ancora la bontà suprema dalla quale procede ogni altro bene? È Dio. Chi è infine colui che crea e conserva la nostra intelligenza, la nostra volontà, l’intero nostro essere ed è, nello stesso tempo, il fine della nostra vita? È sempre Dio. Poiché dunque la religione è l’espressione, interiore ed esteriore, di questa dipendenza che dobbiamo a Dio a titolo di giustizia, ne deriva un impegno tassativo. Tutti i cittadini sono tenuti ad unirsi per conservare nella nazione il vero senso religioso e anche per difenderlo, qualora una scuola atea, in contrasto con le attestazioni della natura e della storia, si proponesse di estromettere Dio dalla società, ben sapendo di poter annientare, in questo modo, lo stesso senso della morale nel più profondo della coscienza. Su questo punto, fra gli uomini che non hanno perso il concetto dell’onestà, non può esserci alcun dissenso.

Nei cattolici francesi il sentimento religioso deve guadagnare in profondità e in universalità, perché hanno la fortuna di appartenere alla vera religione. Se dunque le credenze religiose sono state considerate, sempre e in ogni luogo, come fondamento della moralità degli atti umani e dell’esistenza di ogni società rettamente costituita, è evidente che la Religione cattolica, per il fatto stesso che è la vera Chiesa di Gesù Cristo, ha in se stessa, più di ogni altra, l’intrinseca efficacia per ben disporre la vita nella società come nell’individuo. È necessaria al riguardo una prova convincente? È la Francia stessa ad offrirla. Nella misura in cui essa progrediva nella fede cristiana, era possibile vederla ergersi a quella grandezza morale che raggiunse come potenza politica e militare. Si era dunque verificato che, alla naturale generosità del suo cuore, la carità cristiana aveva aggiunto un’abbondante fonte di nuove energie, e che la sua meravigliosa attività si era incontrata con quella fede cristiana che operando contemporaneamente come sprone, guida luminosa e indefettibile punto di riferimento, per mano della Francia, aveva saputo scrivere negli annali del genere umano pagine di autentica gloria. E in questi nostri tempi, la sua fede non continua forse ad aggiungere nuova gloria a quella del passato? La si può vedere, ricolma di inventiva e di risorse, moltiplicare sulla propria terra le opere di carità; la si può ammirare in partenza per regioni lontane, dove con le sue ricchezze e con le fatiche dei suoi missionari, che non esitano a dare la loro vita, diffonde, d’un solo colpo, la rinomanza della Francia e i benefìci della religione cattolica. Nessun francese, quali che siano le sue convinzioni, potrebbe rinunciare a questa gloria, perché sarebbe come rinnegare la patria.

Ora è la storia di un popolo che rivela, in modo inequivocabile, ciò che genera e mantiene inalterata la sua grandezza morale. Se dunque viene meno questo fondamento, non sarà l’abbondanza delle ricchezze né la potenza delle armi a salvarlo dalla decadenza morale e, forse, dalla dissoluzione. Chi non comprende oggi che, per tutti i Francesi che professano la Religione cattolica, il maggiore impegno deve essere quello di assicurarle la sopravvivenza con la massima dedizione, dal momento che operano al loro interno delle sètte che fanno del Cristianesimo l’oggetto degli attacchi più virulenti? In questa situazione essi non possono permettersi né di operare con indolenza, né di dividersi in fazioni. Nel primo caso si renderebbero colpevoli di una viltà indegna del cristiano e, nel secondo, sarebbero causa di una debolezza disastrosa.

A questo punto, prima di procedere oltre, è necessario segnalare una calunnia, diffusa ad arte per dar credito ad odiose imputazioni contro i cattolici e contro la stessa Santa Sede. Si vuol dare ad intendere che l’accordo e il vigore dell’azione inculcati nei cattolici per difendere la loro fede hanno come movente segreto, non la decisa salvaguardia degli interessi religiosi, ma l’ambizione di procurare alla Chiesa il dominio politico sullo Stato. Si tratta in verità di voler resuscitare una calunnia assai antica, che è stata ideata dai primi nemici del Cristianesimo. Non fu già formulata prima di tutto contro l’adorabile persona del Redentore? È risaputo. Lo accusavano di perseguire mire politiche, quando illuminava gli animi con la sua predicazione e recava sollievo alle pene corporali e spirituali degli sventurati con i tesori della sua bontà divina. “Abbiamo trovato quest’uomo che sobillava il nostro popolo, impediva di dare i tributi a Cesare e affermava di essere il Cristo re … Se liberi costui, non sei amico di Cesare! Chiunque, infatti, si fa re, si mette contro Cesare … Non abbiamo altro re all’infuori di Cesare[2] .

Furono queste calunnie minacciose che strapparono a Pilato la sentenza di morte contro Colui che, a più riprese, aveva dichiarato innocente. Gli autori di queste e di altre menzogne dello stesso tenore, con l’aiuto dei loro emissari, non tralasciarono nulla per farle giungere lontano. Di tutto questo, San Giustino martire incolpava i giudei del suo tempo: “Lungi dal pentirvi, quando siete venuti a conoscenza della sua resurrezione dai morti, avete spedito da Gerusalemme degli uomini, scelti con cura, per annunciare che erano nate un’eresia e un’empia setta ad opera di un certo seduttore, chiamato Gesù di Galilea[3].

Con questa audace diffamazione del Cristianesimo, i suoi nemici erano ben consapevoli di quanto facevano. Il loro piano si proponeva di suscitare un formidabile avversario alla sua propagazione: l’Impero Romano. La calunnia sortì il suo effetto, e i pagani, vittime della propria credulità, chiamavano a gara i primi cristiani “esseri inutili, cittadini pericolosi e faziosi, nemici dell’Impero e degli Imperatori[4]. A nulla valse che gli Apologisti del Cristianesimo con i loro scritti, e i cristiani con il loro retto comportamento, s’impegnassero a dimostrare l’assurdo e malvagio contenuto di queste affermazioni: non si degnavano nemmeno di ascoltarli. Il solo nome procurava loro una dichiarazione di guerra, e i cristiani, per il solo fatto di essere tali e per nessun altro motivo, venivano posti con violenza di fronte a questo dilemma: l’apostasia o il martirio. Le stesse accuse e lo stesso rigore si rinnovarono, pressoché simili, nei secoli successivi, ogni qualvolta si incontrarono governi esageratamente gelosi del loro potere e animati da propositi malevoli contro la Chiesa. Riuscirono sempre a rendere plausibile, presso il pubblico, una presunta interferenza della Chiesa nello Stato, al fine di procurare allo Stato una parvenza di diritto per le sue usurpazioni e le sue prevaricazioni ai danni della Religione cattolica.

Abbiamo voluto richiamare sommariamente il passato, affinché i cattolici non nutrano motivo di sconcerto per il presente. La lotta è sostanzialmente sempre la stessa: Gesù Cristo è perennemente fatto segno delle contraddizioni del mondo. I mezzi impiegati dagli attuali nemici del Cristianesimo sono sempre gli stessi, assai antichi nella sostanza anche se appena modificati nella forma. Ma sono parimenti identici i mezzi di difesa, già chiaramente indicati ai cristiani del nostro tempo dai nostri Apologisti, Dottori e Martiri. Ciò che essi hanno fatto, spetta pure a noi di farlo. Mettiamo dunque al primo posto la gloria di Dio e della sua Chiesa; lavoriamo per lei con impegno costante e sincero, e lasciamo il compito di determinare l’esito a Gesù Cristo, che annuncia: “Nel mondo voi sarete oppressi, ma abbiate fiducia, io ho vinto il mondo[5] .

Per raggiungere questo scopo, l’abbiamo già sottolineato, è necessaria una grande unità e, se si desidera riuscire nell’intento, è indispensabile accantonare ogni preoccupazione che ne indebolisca la forza e l’efficacia. Intendiamo riferirCi soprattutto alle diverse opinioni politiche dei Francesi circa il comportamento da tenere nei confronti della Repubblica attuale. È una questione che vogliamo affrontare con la chiarezza richiesta dalla gravità del caso, partendo dai princìpi per giungere alle conseguenze pratiche.

In Francia, nel corso di questo secolo, si sono succeduti Governi politici di tipo diverso, ciascuno con la sua specifica forma: Imperi, Monarchie, Repubbliche. Affidandoci a disquisizioni di pura teoria, sarebbe possibile arrivare a definire la migliore di queste forme, considerate in se stesse, e si potrebbe anche riconoscere, senz’ombra di dubbio, che ognuna di esse è buona, sempreché sappia procedere dritto al suo scopo, che è il bene comune, per il quale l’Autorità sociale è stata istituita. È tuttavia opportuno precisare che, da un punto di vista relativo, una forma di governo può essere preferibile rispetto ad un’altra, perché meglio si adatta alle caratteristiche e ai costumi di un certo tipo di nazione. In teoria quindi, i cattolici, come ogni altro cittadino, sono pienamente liberi di preferire una forma di governo piuttosto che un’altra, per il semplice fatto che nessuna compagine sociale si oppone, per se stessa, né ai dettami della retta ragione, né ai precetti della dottrina cristiana. Queste argomentazioni sono più che sufficienti per farsi una ragione della sapienza della Chiesa quando, nelle sue relazioni con i poteri politici, non tiene conto delle forme che li differenziano e tratta con essi dei grandi interessi religiosi dei popoli, ben sapendo di dover anteporre la loro tutela ad ogni altro interesse. Le Nostre precedenti Encicliche hanno già esposto questi princìpi, ma ritenevamo necessario richiamarli per sviluppare il tema che Ci interessa in questo momento.

Se si scende dai concetti astratti e si entra nel contesto della realtà, occorre ben guardarsi dal rinnegare i princìpi appena definiti: questi restano inoppugnabili. Solo incarnandosi nella realtà assumono un aspetto contingente, in forza delle circostanze che li rendono operativi. In altre parole, se ogni forma politica è buona in se stessa e può essere applicata per governare i popoli, nella realtà il potere politico non si presenta nella stessa forma presso tutti i popoli, ma ciascuno ne possiede una specifica. Questa forma è originata dall’insieme delle circostanze storiche o nazionali, ma sempre umane, che, in una nazione, danno vita alle sue leggi tradizionali e anche fondamentali. Sono queste leggi che determinano una certa specifica forma di governo e un particolare modo di trasmettere i supremi poteri.

È superfluo ricordare che tutti gli individui sono tenuti ad accettare questi governi e a non prendere iniziative per rovesciarli o per mutarne la forma. È per questo che la Chiesa, custode del più vero e più alto concetto della sovranità politica, perché la fa discendere da Dio, ha sempre riprovato le teorie e ha sempre condannato gli uomini ribelli all’autorità legittima. E questo anche quando i depositari del potere lo usavano indebitamente contro di lei, privandosi così del più valido sostegno accordato alla loro autorità e del mezzo più efficace per ottenere dal popolo l’ossequio alle loro leggi. A questo proposito, non si potranno mai meditare a sufficienza le celebri raccomandazioni che il Principe degli Apostoli, proprio durante le persecuzioni, rivolgeva ai primi cristiani: “Rispettate tutti, amate i fratelli, temete Dio e rendete onore al re[6]; come pure quelle di San Paolo: “Vi scongiuro anzitutto di adoperarvi perché si facciano suppliche, preghiere, istanze e azioni di grazia per tutti gli uomini: per i re e per tutti coloro che sono costituiti in dignità, perché possiamo condurre una vita tranquilla in tutta pietà e rettitudine: questo infatti è buono e gradito a Dio nostro Salvatore[7] .

Occorre anche evidenziare ancora una volta con ogni cura che, qualunque sia la forma dei poteri civili di una nazione, non è possibile considerarla a tal punto definitiva da non essere soggetta a mutamenti, anche se questo era il proposito di chi, in origine, le ha dato vita. La sola Chiesa di Gesù Cristo ha potuto conservare, e la conserverà sicuramente fino alla fine dei tempi, la sua forma di governo. Fondata da Colui che era, che è e che sarà nei secoli, ha ricevuto da Lui, fin dall’inizio, tutto ciò che le è necessario per adempiere la sua missione divina in mezzo al mutevole oceano delle vicende umane. E come non ha bisogno di trasformare l’essenza della sua costituzione, sa anche di non avere il potere di rinunciare alle condizioni di piena libertà e di sovrana indipendenza, che ha ricevuto in dote dalla Provvidenza nell’interesse generale delle anime. Ma parlando delle società esclusivamente umane, come emerge infinite volte nella storia, è il tempo, grande trasformatore della realtà terrena, che opera grandi mutamenti all’interno delle loro situazioni politiche. Qualche volta esso si limita ad apportare lievi modifiche alle forme di governo costituito; altre volte arriva a sostituire le forme primitive con altre totalmente differenti, intaccando addirittura la stessa trasmissione del potere sovrano.

Ma come si generano questi mutamenti politici di cui stiamo parlando? A volte sono le conseguenze di crisi violente, troppo spesso cruenti, che travolgono e annientano i governi preesistenti. Prende allora il sopravvento l’anarchia, e l’ordine pubblico viene in breve tempo sconvolto fin dalle fondamenta. A questo punto si impone alla nazione una necessità sociale ineludibile: deve, quanto prima, provvedere a se stessa. Come potrebbe non avere il diritto, anzi il dovere, di difendersi da una situazione che la sconvolge così in profondità, e ristabilire la pace pubblica nella tranquillità dell’ordine? Questo stato di necessità sociale giustifica la creazione e l’esistenza di nuovi governi, qualunque sia la forma assunta, proprio perché, nell’ipotesi da Noi formulata, questi nuovi governi sono postulati da un’esigenza di ordine pubblico, che non potrebbe esistere senza un governo. Ne consegue che, in una situazione del genere, ogni novità riguarda la forma politica dei poteri civili o il loro modo di trasmissione, ma non altera minimamente la natura del potere. Questa continua ad essere immutabile e, quindi, degna di rispetto, perché, se si presta attenzione ad essa, trova la sua ragion d’essere e la sua forza nel provvedere al bene comune, fine ultimo ed elemento costitutivo della società umana. In altre parole, in qualunque ipotesi, il potere civile, per sua natura, discende sempre e solo da Dio, “perché non vi è potere se non da Dio”.

Pertanto, quando questi nuovi governi, espressione dell’immutabile potere, si costituiscono, non solo è consentito ma è doveroso accettarli e vederli addirittura imposti dalla necessità del bene sociale, che li ha generati e li mantiene in vita. Si deve anche considerare che un’insurrezione attizza l’odio fra i cittadini, genera guerre civili e può far ripiombare la nazione nel caos dell’anarchia. Dunque questo dovere di rispetto e di sottomissione dovrà durare finché le esigenze del bene comune lo richiederanno, perché questo, dopo Dio, rappresenta nella società la legge prima ed ultima.

A questo punto si rivela da sola la sapienza della Chiesa, dal momento che ha mantenuto le relazioni con i numerosi governi che, in meno di un secolo, si sono succeduti in Francia non senza aver causato violenti e profondi sconvolgimenti. Quest’atteggiamento costituisce la più sicura e la più utile linea di condotta per tutti i Francesi nei rapporti civili con la Repubblica, che è l’attuale governo della loro Nazione. Debbono perciò eliminare le divergenze politiche che li dividono, e unire tutti gli sforzi per conservare o per far crescere la grandezza morale della loro patria.

Ma si presenta una difficoltà. “Questa Repubblica, sottolinea qualcuno, è animata da sentimenti così anticristiani che le persone oneste, e ancor più i cattolici, non potrebbero accettarla senza compromettere la loro coscienza”. Ecco ciò che soprattutto ha dato origine ai dissensi e li ha accentuati. Sarebbe stato possibile evitare questi spiacevoli dissensi, se si fosse tenuta nel dovuto conto la distinzione fondamentale che separa il Potere costituito dalla Legislazione. Vi è infatti un tale abisso fra la legislazione, i poteri politici e la loro forma che, sotto il regime caratterizzato dalla forma più perfetta, la legislazione può risultare inaccettabile, mentre, al contrario, sotto un regime dalla forma più imperfetta, ci si può imbattere in un’ottima legislazione. Provare, storia alla mano, questa verità, sarebbe facile, ma perché farlo? Tutti ne sono convinti. E chi può essere in grado di farlo meglio della Chiesa, dal momento che si è sempre sforzata di mantenere abituali relazioni con tutti i regimi politici? Di sicuro potrebbe riferire, più di ogni altra potenza, tutta una serie di consolazioni o di dolori che le hanno procurato le leggi emanate da molti governi che, a partire dall’Impero Romano fino ai nostri giorni, hanno retto successivamente i popoli.

Se la distinzione testé definita riveste la più grande importanza, ha pure in sé la ragione evidente che la giustifica. La legislazione, infatti, è opera degli uomini investiti del potere e che, di fatto, governano la nazione. Ne deriva, in concreto, che la qualità delle leggi dipende più dalla qualità di questi uomini investiti del potere, che dalla forma del potere. Le leggi, quindi, risulteranno buone o cattive a seconda che i legislatori saranno imbevuti di buoni o di cattivi princìpi e si lasceranno guidare o dalla prudenza politica o dalla passione.

Il fatto che in Francia, da parecchi anni a questa parte, molte decisioni importanti della legislazione siano state formulate con intenti ostili alla Religione, e quindi contrari agli interessi della Nazione, è ammesso da tutti ed è sfortunatamente provato dall’evidenza dei fatti. Noi stessi, obbedendo ad un sacro dovere, rivolgemmo le più vive lagnanze a chi era allora a capo della Repubblica, ma questa linea di condotta non è venuta meno e il male si è aggravato. Non può certo destare meraviglia che i membri dell’Episcopato francese, posti dallo Spirito Santo a reggere le numerose ed illustri Chiese, abbiano sentito, anche in tempi recenti, come un preciso dovere manifestare pubblicamente il loro dolore, parlando della situazione creata in Francia ai danni della Religione cattolica. Povera Francia! Solo Dio può misurare l’abisso dei mali, dove finirebbe per precipitare, se questa legislazione, invece di migliorare, si ostinasse in quel perverso indirizzo che porterebbe allo sradicamento dall’anima e dal cuore dei Francesi della Religione, che li ha resi così grandi.

Ecco delineato l’ambito dove, accantonato ogni dissenso politico, le persone rette debbono ritrovarsi unite come un sol uomo, per combattere, con tutti gli strumenti legali e onesti, gli abusi legislativi sempre più pesanti. Il rispetto dovuto ai poteri costituiti non ha ragioni per impedirlo, né l’ossequio, né ancor meno l’obbedienza incondizionata a qualsivoglia misura legislativa, emanata da questi stessi poteri, possono essere vincolanti. Non si deve mai dimenticare che la legge è una disposizione formulata nel rispetto della ragione, e promulgata per il bene della società da parte di chi ha ricevuto in affidamento il potere di attuarlo. Ne deriva dunque, che non si potranno mai approvare interventi legislativi avversi alla Religione e a Dio, e che anzi è un dovere disapprovarli. È quanto il grande Vescovo di Ippona Sant’Agostino ha saputo illustrare con chiarezza in un ragionamento pieno di eloquenza: “Qualche volta le potenze terrene sono buone e temono Dio, altre volte non lo temono. Giuliano era un Imperatore che aveva rinnegato Dio, un apostata, un perverso e un idolatra. I soldati cristiani servirono questo Imperatore senza fede. Ma quando si trattava della causa di Gesù Cristo, non riconoscevano che Colui che è nei cieli. Giuliano ingiungeva loro di rendere culto agli idoli e di incensarli; essi mettevano Dio al di sopra del principe. Se invece intimava loro di mettersi in assetto di guerra per marciare contro una nazione nemica, erano pronti all’obbedienza. Sapevano dunque fare una scelta fra il Signore eterno e quello temporale, e per riguardo al Signore eterno, si sottomettevano anche all’indegno signore temporale[8]. Noi sappiamo che l’ateo, per un deplorevole uso della ragione, e ancor più della volontà, nega questi princìpi. Ma l’ateismo è in definitiva un errore a tal punto mostruoso da non potere in alcun modo cancellare (e ciò sia detto a vanto dell’umanità) la coscienza dei diritti di Dio per sostituirvi l’idolatria dello Stato.

Essendo stati così definiti i princìpi che debbono regolare la nostra condotta nei confronti di Dio e dei governi umani, nessun uomo imparziale potrà accusare i cattolici francesi se, accollandosi fatiche e sacrifici, lavorano per conservare alla loro patria ciò che rappresenta un elemento basilare di salvezza, ciò che riassume una lunga teoria di gloriose tradizioni, registrate dalla storia, e che tutti i Francesi hanno l’obbligo di non dimenticare.

Prima di terminare la Nostra Lettera, vogliamo accennare ad altri due punti connessi fra loro e che, riguardando più da vicino gl’interessi religiosi, possono aver causato disaccordo fra i cattolici. Uno di essi è il Concordato che, nel corso di tanti anni, ha facilitato, in Francia, l’armonia fra il Governo della Chiesa e quello dello Stato. Circa il mantenimento di questo Patto solenne e bilaterale, sempre scrupolosamente osservato dalla Santa Sede, non vi è accordo fra gli stessi avversari della Religione cattolica. I più violenti ne pretendono l’abolizione, per consentire allo Stato la piena libertà di angariare la Chiesa di Gesù Cristo. Altri, al contrario, più astuti, sono del parere, o danno ad intendere, di volere mantenerlo in vita, non perché attribuiscano allo Stato l’obbligo di adempiere agl’impegni sottoscritti con la Chiesa, ma unicamente per permettergli di approfittare delle concessioni accordate dalla Chiesa. Come se fosse possibile separare, a piacimento, gl’impegni presi dalle concessioni ottenute, quando le due cose sono elementi costitutivi del tutto. Per questi ultimi, il Concordato rimarrebbe solo un’ottima catena per intralciare la libertà della Chiesa, questa santa libertà che le è dovuta per un diritto divino ed inalienabile. Quale di questi due intendimenti avrà il sopravvento? Non lo sappiamo. Abbiamo voluto farne menzione, unicamente per raccomandare ai cattolici di non provocare movimentki di opinione divergenti su un argomento che è di esclusiva competenza della Santa Sede.

Non useremo lo stesso linguaggio sul secondo punto, relativo al principio della separazione dello Stato dalla Chiesa, che altro non significa se non separare la legislazione umana da quella cristiana e divina. Non intendiamo soffermarCi, in questa sede, per dimostrare quanto di assurdo racchiuda la teoria di tale separazione. Ognuno potrà rendersene conto personalmente. Da quando lo Stato rifiuta di dare a Dio ciò che è di Dio, è necessariamente costretto a non dare ai cittadini ciò a cui hanno diritto come uomini, perché lo si voglia o no, i veri diritti dell’uomo nascono proprio dai suoi doveri verso Dio. Ne consegue che lo Stato, venendo meno in questo campo al primo scopo della sua istituzione, finisce col rinnegare se stesso e con lo smentire la ragione della sua esistenza. Queste supreme verità sono proclamate con tanta chiarezza dalla stessa voce della ragione naturale, da imporsi ad ogni uomo che non sia accecato dalla violenza della passione. I cattolici, quindi, si guardino con somma cura dal sostenere questa separazione. Volere che lo Stato si separi dalla Chiesa, altro non sarebbe, per logica conseguenza, che costringere la Chiesa ad accettare una libertà di vita regolata secondo il diritto comune a tutti i cittadini. Questo stato di cose, occorre riconoscerlo, è un dato di fatto in certi paesi. Un’esistenza di questo tipo presenta, accanto a numerosi e gravi inconvenienti, anche alcuni vantaggi, soprattutto quando il legislatore, per una fortunata incongruenza, non tralascia di ispirarsi ai princìpi cristiani. Questi vantaggi, anche se non possono giustificare la separazione né consentire di difenderla, rendono tuttavia tollerabile una situazione che non è, in concreto, la peggiore di tutte.

Ma in Francia, nazione cattolica per le sue tradizioni e per la fede presente nella grande maggioranza dei suoi figli, la Chiesa non può essere messa nella condizione precaria che ha dovuto accettare presso altri popoli. I cattolici sono tenuti ancor più a disapprovare la separazione, dal momento che conoscono a fondo le intenzioni dei nemici che la desiderano. Per quest’ultimi (lo affermano con sufficiente chiarezza), questa separazione consiste nella piena indipendenza della legislazione politica da quella religiosa. C’è di più. Si ripromettono l’assoluta indifferenza del Potere verso gli interessi della società cristiana, cioè della Chiesa, e la negazione stessa della sua esistenza. Avanzano inoltre un diritto di rivalsa, che può essere espresso in questo modo: quando la Chiesa, avvalendosi delle opportunità che il diritto comune concede anche ai Francesi del ceto più basso, sarà riuscita, raddoppiando gli sforzi della sua innata operosità, a far prosperare la sua opera, subito l’intervento dello Stato potrà, e dovrà,estromettere i cattolici francesi dallo stesso diritto comune. In una parola, l’ideale di questi uomini sarebbe il ritorno al paganesimo, dove lo Stato non riconosce la Chiesa se non quando trova conveniente perseguitarla.

Abbiamo spiegato, Venerabili Fratelli, in modo succinto ma preciso, se non tutti, almeno i principali punti sui quali i cattolici francesi, e tutte le persone sensate, debbono costruire l’unione e la concordia, per rimediare, quando è ancora possibile, ai mali che affliggono la Francia, e anche per risollevare la sua grandezza morale. Questi punti sono la Religione e la Patria, i poteri politici e la legislazione, il comportamento da tenere nei confronti di questi poteri e di questa legislazione, il Concordato, la separazione fra lo Stato e la Chiesa. Noi nutriamo la speranza e la fiducia che l’aver chiarito questi punti dissiperà i pregiudizi di molte persone in buona fede; faciliterà la pacificazione degli spiriti e,per suo tramite, la piena unione di tutti i cattolici per sostenerela grande causa del Cristo, che ama i Franchi.

Quale consolazione per il Nostro cuore incoraggiarvi su questa strada e vedere voi tutti rispondere docilmente al Nostro appello! Voi, Venerabili Fratelli, con la vostra autorità, e con la dedizione tanto evidente per la Chiesa e per la Patria che vi distingue, darete un grande contributo a quest’opera pacificatrice. Siamo pure animati dalla speranza che, quanti detengono il potere, vorranno apprezzare le Nostre parole, che mirano alla prosperità e al benessere della Francia.

Nel frattempo, come pegno del Nostro paterno affetto, impartiamo a voi, Venerabili Fratelli, al vostro Clero e a tutti i cattolici di Francia, la Benedizione Apostolica.

Dato a Roma il 16 febbraio 1892, quattordicesimo anno del Nostro Pontificato.

 

LEONE PP. XIII

 

[1] 1Cor 14,20.

[2] Lc 23,2; Gv 19,12-15.

[3] Dialog. cum Tryphone.

[4] Tertull.In Apolog.; Minutius Felix, In Octavio.

[5] Gv 16,33.

[6] 1Pt 2,17.

[7] 1Tm 2,1 ss.

[8] Enarrat., in Psalm. CXXIV, n. 7, fin.

 



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